28 aprile 2020

Lufthansa tra aiuti di stato e una possibile ristrutturazione

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Ancora sugli scudi il titolo Lufthansa al Dax di Francoforte. Nella seduta di ieri il vettore aereo ha guadagnato il 10%, mentre nelle contrattazioni di oggi il titolo avanza ancora del 7%. Aeromobili a terra per la compagnia di Juergen Weber eppure Lufthansa vola in borsa.
La compagnia tedesca che ha anche il controllo di Austrian Airlines e Brussels Airlines guadagna terreno seppure il suo outlook sia negativo; e questo per via delle conseguenze immediate e prospettiche della pandemia Covid 19.
È per questa ragione, infatti, che Lufthansa lamenterebbe un'imminente crisi di liquidità, tale da spingere il governo di Angela Merkel ad intervenire con un robusto "rifornimento" stimato tra i 9 e i 10 miliardi di Euro.
Di fronte a uno scenario di tale portata sarà cruciale la posizione che assumerà l'Unione Europea. Il sostegno al vettore germanico, infatti, difficilmente non si configurerà come un maxi aiuto di stato che, oltre a violare i trattati comunitari, darebbe una spallata importante alle regole sulla concorrenza.
Sarà Lufthansa la sola compagnia aerea ad avanzare una tale proposta?
Nell'attesa che lo stallo operativo e la fase acuta del Covid 19 si smorzino, il patron di Ryanair, Michael O'Leary, ha le idee molto chiare: "Non dovrebbero dare aiuti a Lufthansa. Si noti che Lufthansa non sta pagando stipendi ora perché i governi hanno preso il controllo; non sta spostando gli aerei, quindi non ha spese, e per di più chiede dieci miliardi di euro. Inoltre, non sono solo dieci miliardi. Infatti il gruppo  chiede dieci miliardi al governo tedesco, ma anche ai governi austriaco e svizzero. Per me, Lufthansa ha visto un’opportunità per ottenere grandi quantità di aiuti pubblici senza dover spiegare perché e perché ha bisogno di questi soldi" (qui).
Molto interessante l'articolo a firma di Mara Monti, de Il Sole 24 Ore, che traccia brevemente lo scenario del settore post Covid 19. Articolo cui ne propongo uno stralcio poco sotto e che può esser letto interamente a questo link.
Buona lettura.

...Obiettivo del piano è ridurre la capacità dei suoi principali hub, Monaco di Baviera e Francoforte dove erano di base sei A380, aerei a due piani destinati al lungo raggio e che verranno ritirati . Nella lista ci sono anche sette A340-600, tre A340-300, cinque 747-400s e 11 A320. Questi ultimi utilizzati per il corto raggio appartenevano alla flotta di Eurowing altra compagnia del gruppo destinata ad essere ridimensionata a cominciare dalle destinazioni a lungo raggio. Previsto un piano di accelerazione la ristrutturazione delle altre compagnie del gruppo Austrian Airlines e Brussels Airlines oltre a SWISS. Lufthansa, una delle principali compagnie europee prima della crisi contava su una flotta di 700 aerei. I tagli annunciati sono minimi per un vettore delle dimensioni di Lufthansa, tuttavia questa decisione deriva dalla convinzione che il vettore tedesco al temine della crisi sarà una compagnia aerea più snella. La riduzione della flotta segna il primo taglio permanente di capacità e potrebbe essere un primo segnale di un ridimensionamento più ampio...

06 aprile 2020

110 economisti italiani scrivono alla BCE e alla Commissione UE

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. In principio sessantasette, poi centodieci, sono gli economisti italiani che hanno preso carta e penna per scrivere alle istituzioni europee. Tema del dibattito, gestire nei modi opportuni la contrazione economica derivante dalla pandemia Covid 19 (soltanto per l'Italia, ad esempio, si stima nel corrente anno una caduta del PIL pari al -12%). 
La missiva è un invito forte al ruolo della BCE cui dovrebbe ruotare gran parte della gestione di liquidità e garanzia messe in atto per arginare lo schock subito da attività manifatturiere e servizi.
Desidero proporre, sotto, un estratto dell'articolo che può essere letto interamente nel link a fondo pagina.
Una buona lettura.

Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della Bce su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.
Queste reazioni non sono però servite a convincere leader e tecnocrati della fallacia delle loro teorie. Gli interventi sono presentati come una risposta d’eccezione a uno stato di eccezione, senza che questo metta in questione le regole di funzionamento dell’Unione che – si sottintende – passata la tempesta riprenderanno ad operare pienamente.
Il Patto di stabilità in un primo momento non era stato nemmeno sospeso, preferendo affermare che non ce n’era bisogno perché “consente tutta la flessibilità necessaria”. Il “whatever it takes” di Mario Draghi è stato dapprima smentito, provocando il crollo dei mercati, e poi ripetuto in un tentativo di recupero. Ma è stata persa la credibilità, che è la condizione indispensabile affinché quella frase sia efficace, sia perché è evidente che sia stata detta solo perché forzata dagli eventi, sia perché i nuovi provvedimenti annunciati dalla Bce prevedono limiti e paletti (come la capital key, gli acquisti di titoli sovrani in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, seppure attenuata) e non sono quindi nella logica di “qualsiasi cosa sia necessaria”.
Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci, a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della Bce, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti.

Il paper può esser letto a questo link insieme a tutti i suoi firmatari.
È di queste ore invece, la notizia che l'Eurogruppo di domani si appresterà a chiudere una linea di credito tramite lo strumento del MES, il Fondo Salva Stati.
Milano Finanza, a questo link, anticipa alcuni contenuti dell'accordo.

14 marzo 2020

With or without Europe, italian economists for an anti-virus plan

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Battesimo di fuoco per Christine Lagarde alla guida della Banca Centrale Europea. Alla prima vera uscita pubblica l'ex presidente del Fondo Monetario Internazionale ha acuito il giovedi nero di Piazza Affari che, col Paese in piena emergenza virale, ha chiuso le contrattazioni con un -16,92% dell'indice di riferimento.
Mai così male la piazza meneghina, il record storico è stato amplificato dalle parole della Lagarde che, a precisa domanda sul debito sovrano, ha risposto: "La Bce sosterrà i paesi in difficoltà, ma non siamo qui per ridurre gli spreads" (qui). 
Dichiarazioni che hanno gettato nel panico le borse dell'intera Area Euro, su tutte, proprio Milano.
In un momento così delicato ci si attendeva dall'autorità monetaria la barriera taglia fuoco a sicurezza del fronte, ma la Lagarde ha risposto con un clamoroso "assente".
Pressapochismo ed inefficacia, queste le sensazioni che i mercati finanziari hanno ravvisato da Francoforte.
Neppure la nota stampa, correttiva, a posteriori, ha placato ansie e malumori.
Da Roma, prima ancora che la Lagarde concludesse il suo intervento, sembra siano partite telefonate furibonde all'indirizzo dell'Euro Tower. Lo stesso Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha abbandonato per un inciso il suo ruolo di terzietà richiamando le istituzioni europee a non ostacolare l'Italia in questo delicato momento (qui).
I numeri: in un solo giorno Milano ha perso 70 miliardi di Euro di capitalizzazione, tutte le borse dell'Area Euro sono arretrate di 800 miliardi di capitalizzazione complessiva. A contrattazioni concluse un quarto del valore azionario di tutte le blue chips italiane è evaporato (indaga addirittura il Copasir, qui). Il picco assoluto del deprezzamento si è realizzato dopo le parole di Christine Lagarde.
Se il "Whatever it takes" di Mario Draghi (qui) sembra soltanto un lontano ricordo, è nella giornata di ieri che gli economisti italiani Brancaccio, Realfonzo, Stirati e Gallegati, a seguito delle sconsiderate parole provenienti dalla BCE, hanno preso carta e penna scrivendo al Financial Times un articolo-appello molto chiaro: "With or without Europe, italian economists for an anti-virus plan". 
Oggetto della missiva le parole di Christine Lagarde, ma, soprattutto, la situazione macroeconomica del Paese dopo che la fase acuta del Covid 19 sarà superata.
La nota di Antonella Stirati e dei suoi colleghi, ben lucidi nell'intravedere le esternalità negative che l'emergenza Coronavirus genererà a livello di fondamentali, si conclude con un passaggio molto chiaro volto a responsabilizzare le istituzioni comunitarie di fronte a un momento storico per tutta l'Eurozona: "If a Union really exists, it must give us a sign now. Otherwise, with or without Europe we will have to do whatever it takes to overcome the crisis". 
Sotto l'articolo, qui la sua versione originale.
Una buona lettura.

The health emergency triggered by the Sars-Cov-2 virus is already an economic crisis.
The coronavirus shock is hitting a very fragile international economy, which was already suffering from the unsolved imbalances inherited from the great recession. Although the prevailing analyses tend to consider the economic consequences of pandemics and related quarantines as short-term phenomena, this time is different: we must admit the case of much more intense and prolonged slowdowns.
At this stage, Italy represents a trench of the health and economic emergency. Analogous problems, however, will reoccur on a more or less similar scale throughout Europe.
In this scenario, it becomes urgent an “anti-virus” plan that is up to this unprecedented turmoil. In the immediate term, a massive and rapid intervention by monetary and fiscal authorities is needed to control capital markets, provide liquidity in order to support private demand and ensure solvency in the banking and production systems. Further measures that shift tax burdens to higher incomes, profits and rents can help to reduce the iniquities fueled by the crisis. Meanwhile, the central bank and governments must coordinate to prepare a huge public investment plan primarily in the health sector and more generally in areas where market failures occur: welfare, infrastructures, education, research, ecology. The plan must intervene not simply to support effective demand but also to counter possible “disorganization” in the markets and bottlenecks on the supply side.
What is difficult in promptly adopting such a plan is that it would require centralized financing and coordinated action. As already pointed out in a previous appeal published in the FT (here), the European Union and the Eurozone appear to be among the most deficient institutions from this point of view. It is no coincidence that once again the response of the ECB, EU institutions and governments has so far been hampered by conflicts, slow and completely inadequate. If egoism and ineptitude prevailed also in the case of the coronavirus it would be a shame even worse than the previous ones.
There must be no irrational or selfish constraints on appropriate economic policy action.
If a Union really exists, it must give us a sign now. Otherwise, with or without Europe we will have to do whatever it takes to overcome the crisis.

Emiliano Brancaccio and Riccardo Realfonzo (University of Sannio), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre)

12 febbraio 2020

Nuova governance Ue, le finte soluzioni ai danni causati da Bruxelles

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. L'esecutivo guidato da Ursula Von Der Leyen avrebbe messo in agenda la revisione della governance europea. Modifica richiesta da tempo, a gran voce, da alcuni stati dell'Unione nonchè da molti economisti. Il contenimento delle asimmetrie generate dall'impostazione eurista passerà (dovrebbe) per interventi strutturali al Patto di Stabilità e Crescita; modifiche di cui tanto si è discusso nel corso di questi anni sia a livello accademico che politico. Purtroppo senza risvolto alcuno. L'Italia è alla finestra, speranzosa di ricevere ossigeno. Il nostro Paese svolge da  anni "i compiti a casa" in ambito fiscale e di bilancio; testimone d'eccezione la convergenza nell'anno solare 2012 all'interno del parametro deficit/PIL (3%). Tali modifiche proveranno quindi a mitigare l'applicazione di parametri che, nei fatti, non rispondono a nessuna dottrina macroeconomica esistente. L'imposizione dell' "Austerità Espansiva" a traszione germanica ha infatti ridotto i paesi del Mediterraneo in profondo rosso, peggiorandone i conti pubblici e rendendoli impossibilitati a spendere. La domanda interna, flagellata dalla stagnazione complessiva è rimasta strutturalmente debole e l'Euro, inutilmente forte sui mercati, ha fatto il resto nelle esportazioni. L'economista Sergio Cesaratto (qui), ordinario presso l'Ateneo di Siena, propone in una sua intervista a Il Sussidiario la visione di quello che potrebbe accadere sul piano politico e quello che dovrebbe accadere, da subito, sul piano macroeconomico. Propongo sotto uno stralcio della sua intervista.  Articolo che può essere letto integralmente nel link a fondo pagina.
Una buona lettura.

La Commissione europea ha deciso di avviare una consultazione sulla revisione del Patto di stabilità e crescita. L’iniziativa è stata presentata ieri a Bruxelles da Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni. “La stabilità resta un obiettivo, ma serve ugualmente sostegno alla crescita e alla mobilitazione di enormi investimenti per combattere i cambiamenti climatici”, ha detto il commissario agli Affari economici. La Commissione he predisposto delle domande cui potranno fornire le loro risposte, tra gli altri, Governi, Parlamenti, università ed economisti. Si prospettano quindi tempi lunghi prima della conclusione di questa consultazione. «Le agonie sono lunghe, l’Italia è in uno stato comatoso da 30 anni, quindi se aspetta ancora un po’ non cambia molto. Non sono quindi i tempi lunghi a preoccuparmi, quanto il fatto che temo che questa consultazione non porterà a nulla di concreto. Non credo che delle opinioni che verranno espresse si terrà molto conto, visto il peso che è stato dato in questi anni a quelle già ampiamente diffuse. Alla fine saranno i governi a decidere», ci dice Sergio Cesaratto, professore di Economia politica all’Università di Siena. Professore, cosa pensa delle parole di Dombrovskis e Gentiloni? Qualche timidissimo elemento positivo è emerso, quando è stato detto che l’Europa ha bisogno di politiche anti-cicliche e che il compito di contrastare la crisi è stato affidato alla politica monetaria, che può arrivare solo fino a un certo punto (tenere bassi il valore dell’euro e i tassi di interesse) in mancanza di una politica fiscale comune. Non c’è stata però nessuna critica alle politiche di austerità (qui) portate avanti in questi anni, anzi Gentiloni ha elogiato il lavoro di coordinamento delle politiche fiscali della Commissione europea dell’ultimo decennio. Inoltre, è parso anche di capire che ci sia l’intenzione di escludere dall’accesso ai fondi europei quei Paesi che non rispetteranno le regole di bilancio. Si è parlato anche della possibilità di superare l’output gap, parametro molto discusso (qui) in questi anni…Il problema è che se verrà seguita la proposta dell’European Fiscal Board, illustrata da Massimo Bordignon su lavoce.info (qui), saremo punto daccapo: i Paesi più in difficoltà, come l’Italia, si troverebbero ad aver a che fare con l’ennesimo automatismo. 
Articolo interamente leggibile a questo link.

05 febbraio 2020

L'Italia e l'Euro vent'anni dopo

Futuribilepassato | Luca Tittoni. Il changeover sullo sfondo, la doppia circolazione che, per sei mesi, vide la Lira Italiana uscire di scena a vantaggio di una nuova moneta giovane e forte: l'Euro.
Oltre tre lustri e poco meno di vent'anni, la moneta unica europea sta per diventare maggiorenne. Maturità lontana e adolescenza travagliata per via di una recessione seconda soltanto a quella prodotta dall'ultimo conflitto mondiale.
La ricorrenza offre spunti per valutare aspetti esogeni al nostro Paese, endogeni e di governance adottata dalle istituzioni europee; oltre a spirali generate, acuite o mitigate dall'Euro stesso.
Una parte importante di questa analisi è stata condotta dal Centro Europa Ricerche (qui). Il rapporto, datato nove dicembre 2019, può essere scaricato (qui) nel suo sommario e nelle sue conclusioni, previa registrazione al portale dello stesso Cer.
Per la lettura dell'intera analisi è invece necessario abbonarsi. 
Al fine di una migliore conoscenza dell'istituto diretto da Vladimiro Giacché, desidero proporre di seguito le attività di ricerca e divulgazione compiute dal centro studi.
Una buona lettura.

Il Centro Europa Ricerche è un centro studi di economia applicata che analizza, prevalentemente attraverso la predisposizione di modelli econometrici, i temi centrali della politica economica italiana ed europea. Predispone analisi e previsioni di breve e medio periodo sulle tendenze dell’economia italiana, valutazioni quantitative su provvedimenti di politica economica, studi e ricerche di finanza pubblica, politica tributaria, politica monetaria, politiche sociali, politica industriale, politica ambientale.
Le valutazioni e le previsioni del CER costituiscono da tempo un importante punto di riferimento. Il CER viene periodicamente sentito su questi temi dal Parlamento. Per la Corte dei Conti e per il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, il CER contribuisce alla periodica realizzazione di “previsioni di consenso”.
Il CER è stato fondato a Roma nel 1981 da Antonio Pedone, Giorgio Ruffolo, Luigi Spaventa e da un gruppo di economisti.

Rapporto Cer, l'Italia e l'Euro vent'anni dopo.
A vent’anni dal suo avvio, e mentre entra nel vivo il dibattito sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), il presente Rapporto fa il punto sullo stato di salute dell’Unione monetaria. La frattura determinatasi a partire dalla grande crisi finanziaria mondiale sollecita infatti una rilettura della matrice dei costi e benefici connessi all’appartenenza alla moneta unica. Ciò non per contemplare una improbabile, difficilmente realizzabile e, nella nostra valutazione, non auspicabile defezione dalla stessa, quanto per verificare se il modello di politica economica dell’Unione stia evolvendo in direzione di un superamento dei limiti evidenziatisi in questi venti anni. La questione resta quella di origine: l’Unione è o meno in grado di proteggere i propri membri dal rischio di shock di natura idiosincratica o asimmetrica? La discussione sul nuovo MES rientra in questo ordine di questioni ed è direttamente associata al mutamento di contesto macroeconomico intervenuto dall’avvio della moneta unica.