Economia

Mi affascina la Macroeconomia, di cui Keynes ne è in sostanza il padre fondatore. Mi colloco, non a caso, con umiltà e in modo arrangiato, nella corrente post-Keynesiana.
Il Capitalismo vive di ciclicità; nei periodi di stagnazione - recessione è necessario l'intervento di riequilibrio dello Stato.
Spesso la domanda va sostenuta e lo Stato deve avere l'onere e la libertà di recitare il proprio ruolo. Trovo, come i post-Keynesiani appunto, che sia la domanda a fare da traino e non l'offerta. In questo concetto la maggiore distanza, forse, con l'approccio Neoclassico.
Calando questi concetti nello scenario contemporaneo penso che lo Stato, mi riferisco all'Italia, dovrebbe fare deficit.
Nei periodi di bassa crescita le istituzioni hanno il dovere di andare in disavanzo per sostenere gli investimenti e, ancor prima, la domanda interna.
Politiche, queste, ampiamente contrarie a quanto disposto in questi anni e con forza dall'Unione Europea.
La recessione che stiamo vivendo, la più profonda dal secondo dopoguerra a oggi, e originata non dalla crisi del Debito Pubblico, come sbandierato impropriamente da molti, ma creata, parole del vicepresidente della Banca Centrale Europea Vitor Constancio, "dalla crisi del debito privato", non troverà soluzione con le politiche di austerità. 
Con queste, gli effetti di tali scelte saranno peggiori della crisi stessa.
E le crescenti asimmetrie economiche tra Stati  - più ricco, più povero - sono lì a testimoniarlo. Complice, a rafforzamento, l'impostazione dell'Euro come moneta.
Ci aspettano politiche coraggiose da alterne maggioranze parlamentari, politiche che probabilmente non ci saranno.