24 settembre 2018

Sulla gentilezza

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Da molto tempo non dedicavo un articolo a qualcosa attinente la società nel suo senso più puro, il vivere quotidiano dal punto di vista emotivo, umano. Mi sono imbattuto giorni fa, per puro caso, in questo articolo presente su Internazionale. Letto e trattenuto, per quello che il mio fare cognitivo può, ho scelto, poi, di dargli un seguito. Come? Eccolo qui. Lo propoongo. Buona lettura. 
Ne posto ovviamente uno stralcio, l'articolo intero può essere letto alla fonte originaria presente a questo link.

Questo articolo è uscito il 20 febbraio 2009 nel numero 783 di Internazionale, a pagina 38. L’originale era uscito sul Guardian. In Italia Adam Philipps e Barbara Taylor hanno pubblicato Elogio della gentilezza (qui). Le illustrazioni sono di Alessandro Gottardo (qui), in arte Shout. 

La gentilezza, disse l’imperatore e filosofo Marco Aurelio, è la delizia più grande dell’umanità. Nel corso dei secoli altri pensatori e scrittori hanno espresso lo stesso parere. Oggi, invece, molte persone pensano che questa idea sia inverosimile o, quanto meno, molto sospetta. Nella nostra immagine degli esseri umani, la gentilezza non è un istinto naturale: siamo tutti pazzi, cattivi, pericolosi e profondamente competitivi. Le persone sono mosse dall’egoismo e gli slanci verso il prossimo sono forme di autoconservazione. La gentilezza è diventata un piacere proibito. In un certo senso è sempre rischiosa, perché si fonda sulla sensibilità nei confronti degli altri e sulla capacità di identificarsi con i loro piaceri e con le loro sofferenze. Ma anche se il piacere della gentilezza è rischioso, è una delle cose più appaganti che abbiamo. Nel 1741 il filosofo scozzese David Hume, confrontandosi con una scuola filosofica che considerava l’umanità irrimediabilmente egoista, perse la pazienza. Chi è così pazzo da negare l’esistenza della generosità, sosteneva, ha perso il contatto con la sua realtà emotiva. Per quasi tutta la storia dell’umanità le persone hanno ritenuto di essere naturalmente gentili. La rinuncia alla gentilezza priva gli esseri umani di un piacere fondamentale per il loro senso di benessere. Oggi il termine “gentilezza” abbraccia una gamma di sentimenti descritti con parole diverse: solidarietà, generosità, altruismo, benevolenza, umanità, compassione, pietà, empatia. In passato questi sentimenti erano conosciuti con altri nomi: philantropia (amore per l’umanità) e caritas (amore per il prossimo). I significati precisi di questi termini cambiano, ma tutti quanti rimandano a quello che in epoca vittoriana si chiamava un “cuore aperto”, cioè essere bendisposti verso gli altri. “Ancora più indiscriminato e generalizzato della distanza tra le persone è il desiderio di eliminarla”, scriveva il filosofo tedesco Theodor W. Adorno, riferendosi al fatto che la distanza dagli altri può farci sentire sicuri, ma può anche farci soffrire.
La storia ci illustra i molti modi con cui gli esseri umani cercano un legame, dalla celebrazione classica dell’amicizia agli insegnamenti cristiani sull’amore e sulla carità fino alle filosofie del novecento sullo stato assistenziale. E ci mostra fino a che punto le persone sono distanti le une dalle altre e fino a che punto la capacità di amare il prossimo sia inibita da paure e rivalità antiche quanto la gentilezza. Per gran parte della storia occidentale la gentilezza è stata legata alla cristianità, che considera sacri gli istinti generosi delle persone e li mette alla base di una fede universalistica. Per secoli la carità cristiana ha fatto da collante culturale, tenendo uniti gli individui di una società. Ma dal cinquecento in poi il comandamento cristiano “ama il prossimo tuo come te stesso” ha subìto la concorrenza dell’individualismo. Il Leviatano (1651) di Thomas Hobbes considera la generosità cristiana psicologicamente assurda. Gli uomini, sostiene Hobbes, sono delle bestie egoiste che pensano solo al loro benessere: l’esistenza è una “guerra di tutti contro tutti”. Alla fine del settecento queste teorie, nonostante gli sforzi di Hume, diventarono l’ortodossia. Duecento anni dopo siamo diventati tutti sostenitori di Hobbes, convinti di essere mossi solo dall’interesse personale. La gentilezza ispira diffidenza e le dimostrazioni pubbliche di generosità vengono liquidate come moralistiche e sentimentali. Le icone popolari della solidarietà – la principessa Diana, Nelson Mandela, madre Teresa – sono adorate come dei santi o accusate di essere ipocrite. Oggi la bontà è accettata solo nel rapporto tra genitori e figli. La capacità di farsi carico della vulnerabilità degli altri, e quindi della propria, è diventata un segno di debolezza. Nessuno sostiene che i genitori debbano smettere di essere premurosi con i figli, ma le nostre società hanno sviluppato una fobia per la gentilezza e le persone si rifiutano di fare gesti scontati di benevolenza accampando decine di buone ragioni per giustificare questo rifiuto. Ogni forma di compassione è autocommiserazione, osservava D.H. Lawrence. Quest’idea riflette un sospetto diffuso nella modernità: la bontà è una forma superiore di egoismo o la forma più vigliacca di debolezza. La maggior parte degli essere umani pensa che la gentilezza sia la virtù dei perdenti. Ma ragionare in termini di vincenti e perdenti significa accettare il rifiuto per la generosità imposto dalla paura.

In pochi si chiedono perché tendiamo a essere gentili con gli altri e perché la generosità ci sembra importante. A differenza di quello che succede con un ideale astratto come la giustizia, sappiamo riconoscerla nella maggioranza delle situazioni. Ma proprio il fatto di sapere cosa sia un gesto gentile ci aiuta a evitarlo. Di solito sappiamo cosa fare per essere gentili e ci accorgiamo quando qualcuno è gentile con noi. Ma la gentilezza ci fa sentire profondamente a disagio. Eppure è la cosa che ci manca di più. È l’epoca in cui tutti si lamentano per la mancanza di gentilezza degli altri. “Un indicatore della salute mentale”, scriveva Donald Winnicott nel 1970, “è la capacità di entrare nei pensieri, nei sentimenti, nelle speranze e nelle paure di un’altra persona. E di concedere a un’altra persona di fare lo stesso con noi”. Prendersi cura degli altri, come sosteneva Jean-Jacques Rousseau, ci rende pienamente umani. Dipendiamo gli uni dagli altri non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la nostra esistenza. Un individuo senza legami affettivi o mente o è un folle.

Prosegue al link di cui sopra.