29 marzo 2017

Piigs

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Come ogni punto di vista che si rispetti quello del film sulle politiche di austerità indotte dall'UE verso alcuni suoi stati membri ci fornisce elementi di un puzzle davvero interessante. Un quadro contemporaneo che riguarda ormai una porzione via via più consistente del popolo europeo.
Piigs raccoglie le osservazioni di attenti studiosi come Noam Chomsky, Vladimiro Giacchè e Warren Mosler, e nei fatti l'acronimo sta per:
P.i.i.g.s., che si può leggere come una sottolineatura dello spregiativo inglese pigs ("porci"), è un "neologismo" coniato dal giornalismo economico nel 2009 (ammesso che si possa definire giornalismo l'insulto; l'alternativa è Gipsi, assonante con "zingaro"), o almeno così ci dicono i titoli di testa del film. Ma è anche acronimo dei cinque Paesi dell'UE considerati dalle politiche economiche scriteriate, Stati non competitivi, per non dire parassiti: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (qui)
Insomma, i cosiddetti "porci", secondo una certa stampa - e non solo - nord europea, sarebbero l'anello disfunzionale del progetto economico - monetario dell'UE. Attenzione, dell'UE, non dell'Europa, l'Europa è da sempre un'altra cosa e tale rimarrà. Distinguo importante nella melassa informativa tesa spesso a confondere.
Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, rigorosamente in ordine alfabetico e non di "buffi", sia chiaro, elementi deboli perchè molto indebitati. Esposti a tal punto da non essere sostenibili, quindi insolventi o a rischio di insolvenza.
Ma è realmente così?
Il film, narrato da Claudio Santamaria e opportunamente descritto negli articoli che propongo poco più sotto: il primo preso da Scenari Economici, il secondo da Il Fatto Quotidiano (quest'ultimo tuttavia con qualche banale errore di troppo), pone seri dubbi che le cose siano davvero così.
Riesce infatti difficile considerare stati come l'Italia o lo Spagna come dei "parassiti". Stiamo parlando, nel nostro caso, di una delle prime economie manifatturiere dell'UE, tale da disturbare la stessa Germania e ignorando, volutamente, il contributo storico dato dagli italiani nel corso dei decenni alla creazione della stessa UE.
Ci riguarda e prendiamo proprio l'Italia, l'ombelico della cosiddetta periferia. Davvero l'Italietta sarebbe così indebitata o spendacciona da meritare una cura lacrime e sangue per mezzo dell'austerità di Francoforte e Bruxelles?
A tal riguardo sarebbe meglio non osservare l'andamento del nostro debito pubblico dal momento dell'adozione della moneta unica europea e, ancor più, dall'adozione delle misure di austerità. Grafici vietati ai deboli di cuore.
Peraltro l'Italia prima dell'adozione dell'Euro operò una massiccia opera di privatizzazioni volte, secondo gli "illuminati" amministratori del momento, proprio ad abbattere lo stock di debito in vista dell'ingresso nell'unione monetaria e aprire (teoricamente) il mercato. La storia, si sa, è andata diversamente e nei fatti ci siamo privati di buona parte del nostro comparto industriale (tra i primi al mondo) senza ridurre considerevolmente lo stesso debito. In fin dei conti illuminate, quelle si, dottrine macroeconomiche ci dicono che ridurre il debito pubblico con un forte contributo delle privatizzazioni equivale a premere il grilletto con sotto i propri piedi.
La crisi esogena che ha investito l'area Euro dal 2007 e che lascia boccheggiare ancor oggi le economie del Mediterraneo, spiaggiate in cerca di ossigeno e con riforme calate dall'alto che non originano nessuna soluzione nel medio - lungo termine (deflazione salariale e interventi massicci sulla produttività), non era tecnicamente uno shock originato dalla crisi dei debiti sovrani. Oggi si può dire con chiarezza.
Non i debiti di stato insomma e, quindi, non come ci è stato sempre o quasi detto.
A sgombrare il campo da qualsiasi arbitrio sul tema è Vítor Constâncio, non il referente economico di qualche partito nazionale, ma il vicepresidente della stessa Banca Centrale Europea: "La BCE scopre che il problema è la finanza privata e non quella pubblica", tratto da Vocidallestero, ma le parole di Constâncio trovano facile risontro un po' ovunque.
Di quella relazione ne propongo uno stralcio leggibile in toto a questo link.
La prima domanda è importante per identificare le possibili carenze nella progettazione dell’unione monetaria che hanno bisogno di essere corrette per evitare crisi future. La mia opinione è che il principale fattore scatenante è da ricercarsi nel settore finanziario, in particolare in quelle banche che hanno fatto da intermediarie nell’immenso flusso di capitali verso i paesi periferici, che ha creato squilibri divenuti insostenibili a seguito del “sudden stop” (arresto improvviso, ndt) causato dalla crisi internazionale e dalla brusca revisione delle valutazioni del rischio che questa ha causato.
La seconda domanda è utile per comprendere se la costruzione dell’unione monetaria sarebbe stata sufficiente ad assicurare una graduale correzione delle vulnerabilità e evitare una crisi, nel caso in cui lo shock internazionale non fosse avvenuto. Si potrebbe ipotizzare che, senza influenze esterne, l’eurozona avrebbe potuto superare gradualmente le sue debolezze con un processo di riequilibrio interno. Non potremo mai essere certi di questo. Fortunatamente, questa domanda è meno significativa della prima.
...
Cominciamo con la prima prospettiva sulle cause. La spiegazione più vecchia  della crisi, progressivamente corretta dagli accademici ma sempre popolare tra alcuni segmenti dell’opinione pubblica, dice più o meno questo: “Non c’era niente di intrinsecamente sbagliato nel progetto dell’Unione monetaria europea, e la crisi sarebbe scaturita essenzialmente dal fatto che diversi paesi periferici non avrebbero rispettato quel progetto – in particolare le regole fiscali e il Patto di stabilità e di crescita – il che avrebbe generato una crisi di debito pubblico.”  Questa è la spiegazione secondo la quale  “il problema è essenzialmente fiscale”, che può essere facilmente connessa ad altre due : l’indisciplina fiscale ha portato ad un surriscaldamento dell’economia, l’aumento di salari e prezzi ha implicato una perdita di competitività, e questo ha portato alla crisi da bilancia dei pagamenti.
Nonostante questa spiegazione abbia una sua coerenza interna, essa non è corretta, specialmente per quel che riguarda il fattore scatenante della crisi.
Anzitutto, non c’è una forte correlazione tra il rispetto del Patto di stabilità e crescita di un membro dell’eurozona prima della crisi e il relativo spread richiesto dai mercati finanziari oggi. Per esempio, Germania e Francia non hanno rispettato tale Patto nel 2003-2004; mentre Spagna e Irlanda lo hanno rispettato più o meno pienamente fino al 2007.
In secondo luogo, nei paesi il cui debito pubblico è oggi sotto attacco, durante i primi anni della moneta unica non c’è stato alcun aumento non c’è stato alcun incremento uniforme del livello complessivo del debito pubblico.
A tante domande una risposta.
Smontato quindi il maggiore credo popolare e dei media, messo fuori dall'austero angolo il colpevole dei (non) colpevoli, lo stock di debito pubblico, viene da chiedersi dove cercare quindi la vera causa.
Anche qui lo stesso Constâncio ci fornisce valide indicazioni e con un po' di intuito si può passare dall'acqua al fuocherello. Non ci resta che giocare.
L'Italia, intanto, con un debito pubblico attorno al 132% del PIL è lontana ad esempio da quel Giappone che sfonda di gran lunga il tetto del 200% - roba da olive greche! - e che ben si guarda da entrare in qualsiasi unione monetaria per giunta a cambi fissi: "Perché con un rapporto debito/Pil al 236% il Giappone spende e spande mentre l'Italia va giù a colpi di austerity?" Il Sole 24 Ore, qui.
Il Giappone ha il 236% del debito/Pil e un deficit/Pil al 10%. Numeri che farebbero impallidire Angela Merkel, i trattati di Maastricht, Lisbona e compagnia bella. E cosa fa il premier Shinzo Abe? Ha annunciato poche ore fa un ulteriore piano espasione della spesa pubblica con un primo intervento da 85 miliardi di euro. Insomma, del mantra europeo dell' austerity dalle parti di Tokyo non c'è neanche l'ombra. Ma come mai il Giappone - che resta la terza economia del pianeta e può esibire un tasso di disoccupazione del 4,5% contro l'11% europeo - può permettersi di far galoppare la spesa pubblica pur convinvendo da tempo con parametri di indebitamento molto simili a quelli della Grecia? Non solo: lo stesso plurindebitato Giappone può permettersi di finanziare il debito pubblico americano (facendo carry trade, ovvero pagando interessi inferiori all'1% su titoli a 10 anni ai detentori dei titoli nipponici e ricevendo quasi il 2% dal Tesoro Usa) e quello europeo (il Giappone si è detto pronto ad acquistare titoli emessi dal Fondo salva-StatiEsm). Come mai?
Possibile? Pizza, corruzione e mandolino più virtuosi degli introspettivi samurai? Chissà cosa direbbe, appunto, la ferrea Angela da Berlino.
Tecnicamente però è così, ma questo quanto ci costa in termini reali? Molto, un prezzo enorme e difficile da stimare.
Purtroppo il Sol Levante dispone di due cose che noi abbiamo perso o meglio, ceduto in nome di un disegno unitario che unitario però non pare essere: la leva monetaria e, praticamente, anche la leva fiscale.
Il definitivo harakiri giunge con la regola di Maastricht secondo la quale il tetto virtuoso di debito pubblico per ogni paese aderente all'Euro non deve superare la soglia del 60%. Concetto, questo, che non risponde, nei fatti, a nessuna dottrina macroeconomica.
I meticolosi samurai, sebbene con i loro problemi, questo l'hanno capito bene e anche dall'altra parte del Pacifico non scherzano affatto, con Trump poi ne vedremo probabilmente delle belle.
Ai tempi dell'adozione del Marco tedesco come moneta unica, pardon, dell'Euro, non è solo il debito pubblico ad essere oggetto di particolari attenzioni. Fa infatti da contraltare a questa tematica anche l'annosa questione del rapporto deficit/PIL sotto la soglia del 3% per ogni stato appartenente alla moneta unica.
Virtuosismi, verrebbe da dire, recessivi.
Prendiamo sempre il nostro Paese, l'Italia rispetta con molti sacrifici questa soglia del 3% dal 2012, al contrario ad esempio della Francia, ancora allegramente fuori da tale parametro.
Per rimanere dentro questo vincolo il nostro Paese sta, non a caso, smantellando il suo tessuto manifatturiero e artigianale, sta tagliando servizi primari al cittadino, elevando la tassazione, tutto in nome di un'efficienza che non ha fondamenti economici reali.
Forse un giorno andrà riscritta la nostra storia recente, chissà. I Piigs non sono porci e forse non erano neppure così "buffaroli". Intanto abbiamo una certezza: in passato erano molto più ricchi.
Qui il trailer.
Buona visione, al cinema.

Da Scenari Economici: E se in un unico documentario alcuni tra gli intellettuali più prestigiosi del mondo sostenessero che le politiche di austerità dell’Unione Europea ci stanno portando sull’orlo del baratro economico invece che salvarci dalla crisi?
E se quello stesso documentario vi dimostrasse che le regole dei trattati europei sul deficit, il debito e l’inflazione sono frutto di banali errori di calcolo?
E se vi venisse svelato come queste politiche influiscono direttamente sulla vita di ognuno di noi aumentando disoccupazione, povertà e diseguaglianze?
Ci ripetono costantemente che lo stato sociale non è più sostenibile. Intanto il malcontento popolare monta, sempre più cavalcato da partiti estremisti con conseguenti e quotidiane derive xenofobe. L’Europa sembra assistere impotente a questo pericoloso scenario, il rischio di una disgregazione è sempre meno peregrino, la Brexit ne è un clamoroso esempio.
Preoccupati per questo quadro desolante e per un orizzonte tutt’altro che roseo, ci siamo chiesti cosa potesse fare il cinema. Il progetto è totalmente autofinanziato e riconoscendone il valore sociale hanno aderito gratuitamente alcuni dei più grandi intellettuali del mondo, tra cui:
Noam Chomsky (filosofo e linguista, definito dal New York Times “Probabilmente il più grande intellettuale vivente”), Yanis Varoufakis (ex ministro delle finanze greco), Stephanie Kelton (economista capo del budget del senato degli Stati Uniti e consulente economico di Bernie Sanders), Warren Mosler (insider finanziario, esperto di sistemi monetari), Paul De Grauwe (London School of Economics), Erri De Luca (scrittore). Con il loro aiuto e attraverso un’indagine durata cinque anni, il documentario sfata alcuni dei più incrollabili dogmi economici che influenzano le politiche dell’Unione Europea. Dogmi che non solo hanno impedito ai Paesi europei di risollevarsi dalla crisi peggiore degli ultimi cento anni, ma che addirittura… la aggravano. 
Prosegue qui.

Da Il Fatto Quotidiano: Attraverso una indagine lunga ben cinque anni, Piigs distrugge alcuni dei più incrollabili dogmi economici che influenzano le politiche dell’Unione europea e dunque anche la nostra vita. I comuni non possono spendere danaro per migliorare la vita dei propri cittadini? Le regioni sono costrette a chiudere gli ospedali? In Italia nel 2016 si è raggiunto il record storico di povertà assoluta (4 milioni e seicentomila persone)? Tutta colpa della regola del 3%, cioè di quel limite insuperabile imposto dall’Unione a tutti i paesi membri nel rapporto tra deficit e Pil. Ma chi sa come nacque questa regola europea diventata legge costituzionale in Italia?
Lo spiega nel documentario un divertito Guy Abeille, già funzionario economico del gabinetto del presidente francese Mitterand: “Un giorno il Presidente ci chiese un sistema semplice e veloce, non tecnico, per imporre un tetto alle spese statali. Ci riunimmo e in un’ora pensammo al rapporto deficit/pil che in quell’anno in Francia era del 2,6%, così demmo un tetto per noi non traumatico, del 3%. Lo proponemmo a Mitterand e lui lo accettò entusiasta. Nel 1991, Jean Claude Trichet, governatore supplente del Fondo Monetario Internazionale, lo ripropose come limite fisso europeo e la Comunità lo accettò. Nessuna teoria a suffragarlo. Nessun calcolo a giustificarlo”.
Il Re è nudo. Una volta svelato questo, è facile anche per Erri de Luca, Paolo Barnard e Federico Rampini sparare a zero contro quella che Piigs fa apparire come una vera e propria idiozia finanziaria collettiva. Macroeconomia e microtragedia. Piigs, infatti, non scava solo nella storia dei conti delle nazioni, ma anche nel presente drammatico di chi ha a che fare concretamente con le clausole di salvaguardia che limitano la spesa pubblica dei Comuni italiani.
Ecco allora la storia della cooperativa sociale ‘Il Pungiglione’ di Monterotondo e la sua quotidiana lotta per assistere 150 ragazzi disabili. La svolge dal 1991, lo stesso anno della nascita del famigerato 3% e oggi, a causa sua, un centinaio di dipendenti ed il loro prezioso lavoro sono a rischio.
Sabato si è celebrato il sessantesimo anno dei Trattati di Roma, sperando in un Paese più unito, più solidale, membro di un’Europa molto diversa da quella che i padri della Comunità avevano previsto e che i banchieri ci hanno costruito intorno senza che noi ce ne accorgessimo.
Prosegue qui.

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per commentare in questo sito.