21 maggio 2015

Oceani di plastica

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Il sito "Sailing seas of plastic" (clicca qui per consultare i dati, le distribuzioni di plastica e le spedizioni di studio fatte) ci dice a chiare lettere come ogni punto bianco corrisponda a venti chilogrammi di plastica presente nei nostri mari. Il dramma delle plastiche negli oceani è ormai endemico e avente proporzioni gigantesche. Ad un primo sguardo la mappa ci ricorda come il problema sia principalmente "confinato" (parola grossa) nell'area equatoriale e a cavallo tra i due tropici, ma, al tempo stesso, la distribuzione riportata fa impallidire quello che per anni abbiamo conosciuto come "Pacific trash vortex" (qui), problema ormai chiaramente superato in chiave peggiorativa, annoverando la contaminazione dei mari per via delle plastiche in quasi ogni angolo del pianeta. Soprattutto, se tenessimo davvero alla specie umana, dovremmo sempre ricordare come l'Homo Sapiens Sapiens sia al vertice della catena alimentare. Oltre a visitare l'interessante sito "Sailing seas of plastic", riporto qui un interessante "approccio" al problema della plastica negli oceani che è possibile leggere più facilmente sotto. Buona visione e lettura.


Nel 2010, 192 nazioni costiere hanno prodotto 275 milioni di tonnellate di plastica: di questi sono finiti in mare da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate, per lo più a causa di una scorretta gestione della raccolta dei rifiuti. La stima è di uno studio che ha preso in considerazione le possibili fonti d’inquinamento da materie plastiche che si trovano sulla terraferma. Il risultato è un primo passo per valutare un problema che tenderà ad acuirsi nei prossimi decenni se non verranno implementate globalmente pratiche di riciclo dei materiali plastici. Milioni di detriti plastici si depositano sul fondo degli oceani e sulle spiagge, oppure galleggiano sulla superficie marina, con gravi conseguenze per l’ambiente e per pesci e mammiferi marini che li inghiottono. Questo tipo d’inquinamento è stato descritto nella letteratura scientifica fin dagli anni settanta, ma finora nessuno è riuscito a chiarirne con precisione l’origine: l'ipotesi più accreditata è che si tratti di rifiuti prodotti sulla terraferma che sfuggono alle corrette procedure di smaltimento. Ora un nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Science" da Jenna Jambeck dell'Università della Georgia e colleghi, ha stimato il contributo di 192 nazioni che si affacciano sul mare, che nel 2010 hanno prodotto circa 275 milioni di tonnellate di plastica; di queste, una quantità variabile tra 4,8 e 12,7 milioni è arrivata al mare. Gli autori hanno ottenuto la stima con un metodo diverso da quello tradizionalmente applicato al problema. “Finora abbiamo stimato la quantità di inquinamento da plastica raccogliendo i detriti in mare aperto con navi che trainano reti molto fitte: è un compito molto lungo e noioso”, ha commentato Jenna Jambeck, coautrice dell’articolo. “Il nostro approccio invece prevede l'elaborazione di un modello per tutte le fonti di possibile inquinamento da materiali plastici dalla terraferma, dal mare e da altre fonti”. Dall'analisi è emerso chiaramente che il maggiore contributo arriva dall'errata gestione dei rifiuti plastici, dispersi nell'ambiente o raccolti in modo improprio, senza misure in grado di prevenire che si disperdano succesivamente. Dei 275 milioni di tonnellate prodotte complessivamente dai paesi considerati, 99,5 milioni provengono dagli insediamenti umani che distano meno di 50 chilometri dal mare. I rifiuti plastici gestiti in modo non corretto ammontano a 31,9 milioni di tonnellate, e 8 milioni di tonnellate finiscono in mare; le tonnellate di detriti che rimangono in superficie, infine, sono stimate tra 6.350 e 245.000. L'articolo riporta anche una classifica dei paesi che producono la maggiore quantità di detriti plastici. A dominarla sono i paesi asiatici: ai primi cinque posti figurano infatti Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Sri Lanka. Ma i ricercatori sottolineano che scoprire quanta plastica prende la via degli oceani è solo un tassello del complesso puzzle dell’inquinamento globale da detriti plastici. “Questo lavoro ci dà la dimensione di quello che ci manca per rendere conto del totale”, ha aggiunto Kara Lavender Law, coautrice dell’articolo. “C'è un'enorme quantità di plastica che giace sul fondo del mare e sulle spiagge in tutto il mondo: stiamo ancora misurando la plastica che galleggia, e solo in una manciata di punti geografici”. A preoccupare sono anche le proiezioni per i prossimi decenni. Le statistiche infatti mostrano che la produzione di plastiche segue di pari passo l’aumento del prodotto interno lordo di un paese. Nel 2013, anno a cui risalgono i dati più recenti, la produzione globale di resine plastiche (la materia prima per produrre sacchetti, bottiglie e altri oggetti) ha raggiunto i 299 milioni di tonnellate, con un incremento del 647 per cento rispetto al 1975. Secondo lo studio, l'accumulo dei detriti plastici nei mari raggiungerà i 155 milioni di tonnellate entro il 2025 e si prevede che il picco sarà raggiunto non prima del 2100. Con questo tasso d’incremento, il semplice smaltimento delle plastiche in poche discariche, senza un processo di riciclaggio, non è più una pratica sostenibile. “Siamo sopraffatti dai nostri stessi rifiuti, ma il nostro modello ci permette anche di esaminare le possibili strategie per mitigare il fenomeno, migliorando la gestione globale dei rifiuti solidi riducendo la plastica nel flusso dei rifiuti", ha concluso Law. "Occorrerà integrare iniziative a livello locale e a livello globale”.

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per commentare in questo sito.