15 aprile 2015

Debito pubblico, l'Italia ricorrerà a nuove privatizzazioni?

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Siamo il primo mercato europeo del debito pubblico, tornare indietro sarà molto dura. Il governo Renzi sembra volerci provare (o almeno iniziare a provarci), metodi e tempistiche, condivisibili o meno, proviamo a capirne di più.
Al 2015 il sentiero per avviare il rientro dal debito pubblico tricolore sembra davvero stretto e, purtroppo, occorre comunque "passare".
Se con una ruspa o con mezzi meno invasivi o maggiormente oculati (più o meno strategici), ecco, forse è il caso di porsi il problema e parlarne apertamente. Soprattutto con un sistema-paese che ha il fiato corto.
Perchè, magari, al posto dell'escavatore, in questo preciso momento storico-economico si potrebbe utilizzare una semplice autovettura. Non oltrepassando l'orizzonte delle Alpi, il nostro Paese viene da anni di bassa crescita, stagnazione, esercizi culminati poi in marcate spirali recessive.
Il Governo Renzi, per molteplici ragioni, scopre oggi lo stock di debito pubblico ed è intenzionato nel periodo temporale 2015-2018 a porvi parziale rimedio avviando manovre di riduzione dello stesso. Misura lodevole.
In che modo? In questi casi, non so perchè, fiuto come la frase: "E' severamente vietato parlare al conducente".
Per capirne di più basta partire da non troppo lontano. Il debito, in fin dei conti, ha una sua memoria storica.
Prima del nuovo secolo l'Italia annoverava uno stock di debito pubblico (qui) rapportato al suo prodotto interno lordo (qui) pari a circa il 119%-121%, spicciolo più spicciolo meno.
Rapporto molto preoccupante perchè denotava un ricorso strutturale al debito pur di far "camminare" lo stivale.
Prima dell'anno 2000 furono scelti una serie di provvedimenti per iniziare il graduale rientro tra cui anche le cosiddette privatizzazioni. Finì come abbiamo visto e nei fatti fu un metodo sostanzialmente sbagliato. 
Perchè errato? Perchè privatizzare per abbattere il debito pubblico significa a grandi linee sostituire attività reali a debito finanziario nel conto patrimoniale dello stato. Ed è meglio non pensare a quale fu il destino di alcune ex imprese a controllo centrale parzialmente privatizzate o privatizzate nella loro quasi interezza.
Il Trattato di Maastricht (qui) peraltro incombeva con le sue date e Italia e Belgio dato il loro stock furono, se non sbaglio, non a caso "derogate/esentate".
La storia chiaramente insegna, ma in Italia abbiamo la memoria corta e oggi pure il portafogli vuoto. Così sebbene quanto accaduto sia sotto gli occhi di molti, oggi si torna a parlare di misure similari per ridurre lo stock. Manchiamo forse d'ingegno? No. Manchiamo di coraggio.
Alla fine degli anni '90 privatizzata una parte del patrimonio industriale statale con funzione pubblica, il debito non si ridusse granche, anzi, tornò addirittura, neppure un decennio dopo, a segnare nuovi massimi. 
Effetto poi chiaramente amplificato dalla crisi internazionale maturata verso la fine dello scorso decennio.
Oggi il rapporto debito pubblico/Pil supera la quota del 130%, precisamente toccherà nel 2015 il valore del 132,5% secondo il Ministero dell'Economia. Si pongono chiaramente serie preoccupazioni su una possibile solvibilità del sistema Italia in un arco temporale non lungo.
E dato l'allarme, legittimo, andrebbe ben compreso chi oggi detiene il nostro debito pubblico. Se, infatti, sempre negli anni '90, l'origine del nostro stock era principalmente di fonte interna, cioè assimilabile al cittadino italiano, probabilmente si è avuta nei decenni successivi una profonda variazione nella sua struttura con ovvie ripercussioni in più ambiti. 
I titoli del debito sono passati in portafogli diversi da quelli dei decenni precedenti e magari il potere contrattuale di chi attualmente lo detiene è anche diverso. Wikipedia riporta: "Il debito pubblico italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro nel 2010 (superando i 2.000 miliardi all'inizio del 2013), era composto nel 2010 per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni), quasi completamente a tasso fisso. La vita residua media del debito pubblico italiano è di 7,8 anni. Inoltre, il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d'Italia o da istituzioni finanziarie italiane. Il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% è allocato all'estero. Tuttavia la parte di debito allocato all'estero è in costante, anche se lenta, crescita".
Nei fatti siamo a livelli non più sostenibili per un'economia matura avvitata peraltro in spirali di stagnazione, recessione e bassa crescita da anni. Rientrare, ma che strada scegliere? Privatizzare o cedere parzialmente quote industriali è davvero risolutivo?
Pier Carlo Padoan, attuale inquilino di Via XX settembre (qui), pochi giorni fa durante la presentazione del "Def" (qui) ha riaperto il tema della riduzione del debito per mezzo delle privatizzazioni.
Occorre "arginare" la montagna del debito, far fronte alla spesa corrente inerente lo stesso e quindi bisogna agire anche su "suggerimento" di Bruxelles.
Ma così, forse, la montagna dei rimedi rischia di partorire nuovamente il topolino. Il sentiero si restringe e il vicolo diventa sempre più cieco.
Cosa privatizzerebbe esattamente l'Italia? Si parla di Poste Italiane (progetto giudicato ambizioso), un'ulteriore quota di Enel, Ferrovie dello Stato, Enav ecc ecc.
Soprattutto, qui una discriminante di non poco conto: si tratterebbe di vere privatizzazioni o di cessioni parziali?
E se questa dovesse risultare davvero la via intrapresa, oltre al metodo si pone un problema di tempistica: è davvero il momento (conveniente) di cedere ulteriori quote di controllo di imprese statali aventi funzione pubblica?
La tematica si sa è scivolosa come il debito che va coperto, perchè va coperto, e abbiamo di fronte a noi un tavolo con la tovaglia più corta dello stesso. Dove si copre si scopre. Abbiamo banchettato per troppi anni senza volgere lo sguardo verso le generazioni future, perchè il debito grava economicamente su di esse, è una traslazione. Dal tacco, quindi, arrivando all'imboccatura dello stivale, non possiamo permetterci ulteriori passi falsi.
La realtà storico economica dice che privatizzare per ridurre lo stock non "paga" molto, non è una misura lungimirante. Però il Ministero dell'Economia sembra fare sul serio e parla di un rapporto debito/Pil al 2015 del 132,5% (appunto) per toccare poi il 123,4% nel 2018. 
Mettiamo un po' di spicci sulla tovaglia: in soldoni si parlerebbe di 26 miliardi di Euro derivanti da privatizzazioni e a copertura del cosiddetto debito, stando a "Il Fatto Quotidiano", qui l'articolo. 
Pensiamo ora allo stock di debito e alla sua spesa annuale per interessi: si può serenamente dire che le privatizzazioni porterebbero davvero centesimi.
Wikipedia riporta: "La spesa per gli interessi corrisposti ai detentori delle obbligazioni statali è detta servizio del debito e costa all'Italia circa 80 miliardi di euro annui. La spesa per interessi per il 2012 è pari a circa 86 miliardi di euro". Meglio non aggiornare il dato.
I numeri generalmente non mi piacciono perchè sono cinici, così asettici sono significativi al tempo stesso perchè danno misura, una maledetta misura. 
Ma se di numeri bisogna parlare perchè non intervenire su ciò che genera davvero il nostro debito? E cioè i flussi di spesa pubblica che non vengono davvero ridotti e che non generano vera crescita,  spesa spesso improduttiva, clientelare. 
Intervenire si può ed efficacemente. Lì occorre agire. Lì occorre coraggio. E in questo ambito si può fare moltissimo, ancora di più.
"Vendere" per arginare un debito quando si può intervenire su altre leve è una misura sbagliata e un po' disperata. Si rischia di dare respiro oggi per avere nuovamente poco ossigeno domani e le scelte macroeconomiche richiedono lungimiranza non soluzioni tampone.
Siamo il primo mercato europeo del debito pubblico, su questo abbiamo costruito la nostra forza e il nostro parziale disastro, lo abbiamo fatto per decenni permettendo che ogni nuovo nato avesse sulle spalle, fin dal primo respiro, un fardello immateriale, ideale, troppo grande.
La stabilità della politica italiana alla quale il cittadino è ormai abituato può portare a pensare che Padoan nel 2018 potrebbe non essere neanche più in via XX settembre e comunque per quella data si vedranno i numeri. Secchi. Il ministro durante la presentazione del "Def" ha detto:
“Nel 2018 questo incubo di questa montagna di debito che può attivare terribili regole di taglio della ghigliottina andrà finalmente via e credo che per la prospettiva dell’Italia questo sarà un risultato importante”. 
Privatizzazioni o meno, più o meno marginali, numeri spiccioli o strade diverse, si vedrà, intanto pensando al debito mi viene sempre in mente una frase di Herbert Hoover (qui), alla quale attribuisco significati molteplici e che desidero condividere: "Beati i giovani perchè erediteranno il debito pubblico".
Sotto due interessanti articoli ripresi da Italia Oggi a firma di Sergio Luciano e uno stralcio indicativo sul debito ripreso da Reuters Italia. Fonte foto post, clicca qui. Buona lettura.

Reuters Italia. Debito, Padoan: "Da privatizzazioni 1,7/1,8 punti di Pil al 2018. Clicca qui per l'articolo. 
Il governo prevede di incassare dalle privatizzazioni 1,7-1,8 punti di Pil tra 2015 e 2018. Lo rende noto il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, illustrando il quadro di finanza pubblica contenuto nel Def, il Documento di finanza pubblica (Def). "Stiamo lavorando all'operazione Poste che è molto ambiziosa. Ce ne sono ovviamente altre in cantiere", dice il ministro citando il collocamento di quote di Ferrovie dello Stato ed Enav. Il governo vede l'indebitamento netto scendere dal 2,6% in rapporto al Pil previsto nel 2015 all'1,8% del 2016 e allo 0,8% del 2017. Il rapporto debito/Pil salirà al 132,5% quest'anno per scendere gradualmente negli anni successivi fino al 123,4% del 2018, anno nel quale "la regola di riduzione del debito è pienamente soddisfatta con il contributo marginale delle privatizzazioni". Padoan conferma, infine, che l'Italia intende invocare "la regola [europea] sulle riforme strutturali" nel 2016.

Italia Oggi. Debito pubblico puntellato da Poste e banche popolari. Clicca qui per l'articolo. 
Anche se la passione tutta italiana per la dietrologia è spesso cattiva consigliera, è pur vero che a pensar male si fa peccato ma spesso s'indovina. Ripassando le macro-cifre della finanza pubblica, è evidente che, a dispetto di qualche passo avanti sulle partite correnti, resta pesantissimo e crescente il macigno del debito pubblico, quasi 2.200 miliardi, pari a oltre il 133% del prodotto interno lordo. Va bene che lo spread tra i Btp e i Bund è calato; va bene che anche l'Italia verrà beneficiata da un po' di ripresa economica. Ma quando potremo mai riequilibrare un simile problema, riconducendo il rapporto debito/pil verso quel 60% dettato dall'Europa, senza una privatizzazione massiva del patrimonio pubblico di cui non c'è alcuna avvisaglia? Una domanda senza risposta.
Invece no: volendo permettersi di pensar male, una risposta transitoria questa domanda la trova. E circola con insistenza negli ambienti finanziari più attenti alle logiche e alle relazioni dei grandi gruppi finanziari americani in Italia. La risposta è questa: se i mercati finanziari «fingono di credere» alle possibilità di un riequilibrio patrimoniale dello stato italiano, è perché puntano, in realtà, con ottime chance, a un altro tipo di compensazione, cioè a convogliare a proprio vantaggio ingentissimi quote degli investimenti privati delle famiglie italiane.
Come fanno a contarci? Possono, perché il governo, privatizzando le Poste e soprattutto lasciando in pasto ai grandi gruppi finanziari internazionali il controllo delle dieci principali banche popolari italiane (chi altrimenti potrebbe comprarsele, quando saranno spa?), renderà possibile una modifica in senso privatistico e internazionale dell'«asset allocation» (cioè della politica d'investimento) di una buona fetta di quei 4-5 mila miliardi di ricchezza mobiliare delle famiglie italiane custodite appunto in quegli istituti. Soldi che oggi finiscono prevalentemente investiti in titoli di stato nazionali e domani andranno dove decideranno i grandi gestori stranieri. Non c'entra la Spectre, né il misterioso Club Bilderberg: è puro buon senso, ed esperienza di mercato. Se lo stato italiano è indebitato, i cittadini sono molto benestanti. In un modo o nell'altro queste partite dovranno bilanciarsi.

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