09 marzo 2015

Istat, ecco il rapporto competitività settori produttivi 2014

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. L'Istituto Nazionale di Statistica link qui ha "prodotto" e riassunto i dati sulla competitività dei settori produttivi relativi all'Italia per l'anno 2014 e studiando anche i precedenti periodi recessivi. Il "Rapporto" interamente scaricabile e consultabile a questo link (131 pagine) solleva aspetti molto interessanti in parte meglio sintetizzati negli articoli sotto riportati. Si denotano segnali incoraggianti di un sistema "vivo" seppur "sofferente". Buona lettura.

Dati macroeconomici: Istat, il Pil torna sotto l'anno 2000. Crescono l'economia sommersa e la pressione fiscale. Articolo tratto da "Investire oggi", fonte articolo, qui.  L'Istat ha pubblicato i dati macroeconomici relativi al 2014, che si è chiuso con un calo del pil reale dello 0,4%, facendo tornare il livello di ricchezza annua prodotta dall'Italia al di sotto del livello del 2000. Allo stesso tempo, il deficit pubblico risulta salito al 3% del pil, il tetto massimo consentito dal Patto di stabilità della UE. In crescita anche il debito al 132,1% del pil (128,5% nel 2013), il livello più alto almeno dal 1995. E proprio per il combinato tra calo della ricchezza e aumento della tassazione complessiva (stato+enti locali), la pressione fiscale risulta salita al 43,5% dal 43,4% dell'anno precedente. La domanda interna ha contribuito negativamente alla crescita del pil per lo 0,6%, mentre quella estera ha apportato un +0,3%. In crescita del 2,7% le esportazioni, mentre le importazioni sono salite dell'1,8%. L'Istat sottolinea come l'Italia sia stata l'unica grande economia europea (e non solo) in recessione nel 2014, quando la Germania è cresciuta dell'1,6%, la Francia dello 0,4% e gli USA del 2,4%. L'avanzo primario, ovvero la differenza tra entrate e spesa pubblica al netto degli interessi, si è attestato all'1,6% del pil, quando nel 2013 era stato dell'1,9%. A causa del lieve peggioramento, quindi, il rapporto tra deficit e pil è cresciuto dal 2,9% al 3%. Ma una delle sorprese di questa analisi da parte dell'Istat risiede nella scoperta della crescita dell'economia sommersa, salita nel 2012 al 12,8% del pil dal 12,4% del 2011. Per la prima volta, l'istituto di statistica indica anche le cifre di derivazione di tale economia "non osservata": il 4,4% dal lavoro irregolare, il sommerso l'11,7%, l'economia illegale l'1%, le sotto-dichiarazioni il 6,1%. Tutti questi sotto-aggregati, precisa l'Istat, si sono rivelati in crescita dal 2011. E parliamo proprio nell'anno in cui sono stati introdotti i limiti all'uso del tetto del contante sopra i mille euro, nonché annunciati ed iniziati ad effettuarsi i primi controlli sui conti correnti degli italiani e i famosi blitz nelle località di lusso.

La terziarizzazione dell'industria italiana nel rapporto dell'Istat. Articolo ripreso da "Greenreport", fonte articolo, qui. Per lanciare la riduzione del costo del lavoro magnificata dal governo Renzi per la propria legge di Stabilità 2015, uno dei refrain preferiti era quello del «togliere alibi» alle imprese; ridotto il costo del lavoro (e abolito l’articolo 18, non è un caso che per il Jobs Act lo slogan si ripeta) gli ostacoli all’assunzione di nuovi lavoratori sarebbero pressoché evaporati. Ma quanto incide sulle performance imprenditoriali la cosiddetta competitività di costo? Pochissimo, spiega il (link di seguito) Rapporto sulla competitività dei settori produttivi pubblicato oggi dall’Istat: «Una riduzione del 10% del costo del lavoro si accompagna a un aumento del fatturato pari allo 0,5%». Si tratta del resto di «risultati noti in letteratura», e difatti a fine 2014 (link di seguito) lo stesso Istituto chiarì che l’impatto della Legge di Stabilità sulla crescita economica italiana nel 2015 sarebbe stato trascurabile, nonostante i proclami. Tra le determinanti della performance d’impresa, sottolineano dall’Istat come emerga piuttosto «in primo luogo il ruolo della produttività del lavoro: nel periodo considerato (2013-2014, ndr), un livello di produttività più elevato del 10% comporta, a parità di altre condizioni, un aumento del fatturato industriale dell’8%». Per non parlare, come l’Istat spiega da tempo, dell’apporto dato dalla produttività del capitale, (link di seguito) che in Italia è meno performante di quella del lavoro. E questo è solo uno dei numerosi e interessanti dati contenuti nella terza edizione del nuovo Rapporto Istat, quest’anno con un focus incentrato sull’intensità delle relazioni tra industria e servizi, con l’obiettivo di evidenziarne il legame con il livello di competitività delle nostre imprese ed il loro potenziale di crescita. Per raggiungere questo risultato ciascun settore del sistema produttivo italiano è stato analizzato su una base dati di oltre 70 indicatori: nel quadro che ne emerge si dipinge lo stato «della “terziarizzazione” dell’industria,  cioè la tendenza verso un incremento dell’offerta di servizi da parte delle imprese industriali», nonché l’interconnessione tra industria e servizi; un trend che «rappresenta il tratto distintivo dell’evoluzione economica degli ultimi decenni, un processo favorito a sua volta dalla frammentazione internazionale della produzione (le cosiddette catene globali del valore) e dal conseguente incremento degli scambi di beni e servizi intermedi». In Italia oggi sono i servizi che spiegano circa il 73 per cento del valore aggiunto dell’economia, a fronte di circa il 20 per cento rappresentato dalla manifattura (e nonostante la volontà europea di puntare con decisione sullo sviluppo del settore industriale da qui al 2020), ma l’andamento di un comparto influenza profondamente quello dell’altro, in entrambe le direzioni. L’Istat, tramite un’analisi econometrica, ha rilevato in particolare che «un incremento di efficienza del 10% nell’offerta dei servizi ad alta intensità di conoscenza (Kibs, come attività professionali, consulenza informatica, fiscale, legale, contabile, ricerca e sviluppo, ndr) acquistati dalle imprese manifatturiere induce una crescita del fatturato di queste ultime pari al 3,3% per le esportatrici, del 2% per quelle che operano sul mercato interno». Si tratta di servizi che, per inciso, vengono acquistate dalle imprese quasi esclusivamente sul mercato interno del proprio Paese (è così in tutti i Paesi, per circa il 90% del totale dei servizi acquistati). Rovesciando la prospettiva, l’Istat evidenzia anche come l’Italia sia, dopo la Germania, il Paese «con la maggiore attivazione di sevizi alle imprese da parte della manifattura». Ovvero, fatto cento l’incremento della domanda di prodotti manifatturieri «la variazione incrementale complessiva dei servizi alle imprese è compresa fra il 29,3% della Germania e il 10,9% del Regno Unito», e l’Italia, con il 27,3% si colloca appena al di sopra di Spagna (25,9%) e Francia (25%). Se la manifattura tira, anche i servizi connessi vanno meglio (e viceversa). La sua progressiva terziarizzazione, piuttosto che portare a un abbandono della stessa – specialmente nei suoi aspetti più impattanti sull’ambiente e sulla società, come avvenuto negli ultimi decenni in Europa –, tramite politiche industriali dedicate potrebbe rivelarsi un decisivo elemento di forza nella realizzazione di un’industria più sostenibile. La competitività dei sistemi produttivi italiani, come mostra il Rapporto dell’Istat, non potrebbe che trarne giovamento.

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