08 giugno 2013

La mancata cattura di Bernardo Provenzano

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Bernardo Provenzano viene catturato l'11 aprile del 2006, in una masseria di Montagna dei Cavalli, a due chilometri da Corleone. Finisce così una latitanza iniziata 43 anni prima, nel 1963. 'Binnu' non oppone resistenza, circondato da pizzini, cicoria e letture sacre: una 'cartolina' che alimenterà per alcuni il mito della mafia "coppola e lupara".
Oggi Provenzano sarebbe dovuto essere fra gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia, ma la sua posizione è stata stralciata per "motivi di salute". Avrebbe tentato di uccidersi soffocandosi con una busta di plastica (il Dap ha sollevato dubbi sulla dinamica) , è caduto più di una volta, l'ultima è addirittura entrato in coma. Il tutto mentre alcune 'voci' (mai ufficiali) lo descrivono vicino ad una collaborazione. Un video mandato in onda da Servizio Pubblico lo riprende con il figlio minore durante un colloquio nel carcere di Parma: a precisa domanda risponde di essere stato picchiato.

Se Provenzano collaborasse sarebbe riduttivo parlare di terremoto. Lui sa tutto di quello che accadde tra il 1992 e il 1994, è stato uno dei massimi beneficiari della trattativa. Quando la strategia stragista si conclude e viene dato ufficialmente il via alla Seconda Repubblica, il sommergibile Cosa Nostra si inabissa, va talmente in profondità da rendersi invisibile ai radar.
Cosa Nostra 'viene sconfitta', decimata dagli arresti. Lo Stato ha reagito, lo scontro finale con la Cupola ha visto uscire le istituzioni vincenti, il sacrificio di Falcone-Borsellino, degli uomini della scorte e delle 'vittime collaterali' di Firenze e Milano, non è stato vano. Manca solo l'ultimo tassello: catturare Provenzano. Ma è talmente furbo da sfuggire alla cattura, da rendersi invisibile.  E' quello che ci hanno raccontato.
Gli anni passano, la politica può andare in televisione, mostrare una presunta faccia antimafia e commuoversi il 23 maggio e il 19 luglio. Ma i collaboratori di giustizia parlano, magistrati isolati indagano, alcune vicende escono fuori: diventano frammenti di quello che assomiglia ad un puzzle ancora confuso. Il quadro che verrà fuori è quello della trattativa Stato-mafia, dove le 'coincidenze' si susseguono.
1) La nota inviata a tutte le prefetture d'Itaia dal capo della Polizia Vincenzo Parisi, in cui si delinea la strategia stragista di Cosa Nostra: è il 16 marzo 1992, appena quattro giorni dopo l'omicidio Lima (leggi).
2) La frenetica attività di Paolo Borsellino prima di essere ucciso: la "mafia in diretta" che racconta alla moglie Agnese, l'incontro con il Ros e quello con Nicola Mancino (il presunto referente istituzionale della prima trattiva), l'intervista in cui, primo fra tutti, descrive una Cupola divisa in due tra Riina e Provenzano, la scomparsa dell'Agenda Rossa da via d'Amelio (leggi)
3) La mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993 (leggi).
4) Le bombe del 1993, le note del Dap sul 41bis e il ritiro del carcere duro a 474 detenuti, una delle richieste principali contenute nel Papello (leggi).
5) Il depistaggio sulla strage di via d'Amelio (leggi).
6) L'operazione Botticelli ("iniziata nel maggio-giugno 1992" secondo il consulente Cartotto) portata avanti da Marcello Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia, indicato da tre diverse sentenze come colluso con Cosa Nostra fin dagli anni Settanta. I due incontri con il boss Vittorio Mangano nel novembre 1993 mentre Cosa Nostra progetta l'attentato all'Olimpico di Roma (leggi).
7) La fine della strategia stragista e l'inabissamento di Cosa Nostra, senza alcun apparente motivo.
8) Le leggi che verranno approvate e/o proposte nel corso degli anni successivi, curiosamente contenute nel Papello o che strizzano l'occhio alle mafie: chiusura supercarceri, riforma 41bis, riforma legge pentiti, dissociazione dei mafiosi in carcere, gli scudi fiscali, l'abolizione dell'ergastolo, la vendita dei beni confiscati (leggi).
Nella lunga lista delle coincidenze ne esiste una nona, tra le meno raccontate: la lunga latitanza di Bernardo Provenzano. Massimo Ciancimino racconta che 'Binnu' incontrava spesso don Vito nell'estate del 1992. Curioso che il Ros 'agganci' l'ex sindaco mafioso di Palermo senza tenerlo costantemente sotto controllo. Nulla in confronto a quanto accade tra il 1994 e il 1996, quando le stragi di mafia sono già state archiviate. "Provenzano era in missione per conto di Cosa Nostra" dichiarerà il pentito Nino Giuffrè, uno dei luogotenenti del boss durante la latitanza.
Settembre 1993. Il tenente colonnello del Ros Michele Riccio, al tempo numero 1 della Dia di Genova, si imbatte nel mafioso Luigi Ilardo. Chi è Riccio? Ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa negli anni della lotta al terrorismo, e con il futuro capo della Polizia Gianni De Gennaro, che a metà degli anni Ottanta collaborò con Giovanni Falcone durante l'estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta.
Riccio non è uno sprovveduto, e quando Ilardo (detenuto nel carcere di Lecce) chiede di parlare con lui, sa con chi ha a che fare. Ilardo non è come Vincenzo Scarantino, un criminale di bassa lega che in quelle stesse settimane la Procura di Caltanissetta indica come uno degli esecutori materiali della strage di via d'Amelio.
Quello che diventerà un confidente del Ros è un mafioso di livello, legato alla famiglia Madonia (nipote del boss Ciccio Madonia) di Caltanissetta. Ilardo vuole lasciare la Cupola: come molti altri collaboratori o testimoni giustizia non riesce a spiegarsi il perchè delle bombe a Firenze, Roma e Milano, che non hanno fatto ucciso 'sbirri' o 'nemici di Cosa Nostra', ma gente comune. Neanche Ilardo è uno sprovveduto, conosce i legami tra la mafia e 'pezzi dello Stato'. Riccio lo incontra più volte e capisce che può fidarsi. Ilardo viene trasferito nel carcere di La Spezia e nel gennaio 1994, ufficialmente per 'motivi di salute', il nuovo confidente del Ros è libero. 
Da quel momento Ilardo torna a Catania e fa il doppiogioco, passando una serie di informazioni a Riccio. Informazioni che consentiranno alle forze dell'ordine di colpire i clan, sotto forma di arresti. Ma la posta in gioco è molto più alta: obiettivo Bernardo Provenzano. 'Binnu' ha fatto voltare pagina a Cosa Nostra: solo affari, basta sangue, a meno che non sia strettamente necessario. Ilardo si accredita come uomo di fiducia, uno che può piacere al numero 1 di Cosa Nostra perchè gli è 'simile': cerca la mediazione fra le varie anime della Cupola, il suo scopo principale è condurre in porto gli affari. Il 'picciotto' piace così tanto a Provenzano che quest'ultimo lo convoca per un incontro: è la svolta attesa da Riccio per oltre un anno e mezzo. Il tenente colonnello del Ros scende in Sicilia per seguire da vicino l'evolversi della situazione: a gestire l'operazione non sarà lui ma Mario Mori. Il colonnello che fece agganciare Vito Ciancimino e che gestì in maniera disastrosa (critiche contenute anche nella sentenza che lo ha assolto) la sorveglianza del covo di Riina, perquisito da Cosa Nostra anzichè dallo Stato.
Il 31 ottobre 1995 Luigi Ilardo incontra Bernardo Provenzano in un casolare nella campagna di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Sembra fatta, ma il blitz non scatta. Perchè? Secondo la testimonianza di Riccio, raccolta dalla Procura di Palermo,  Mori voleva che Ilardo raccogliesse "informazioni" per poi fissare un secondo incontro con il boss. Una ricostruzione smentita da Mori, che però non darà mai spiegazione del perchè: "Non ricordo...ero responsabile di una struttura... avevo una serie di problematiche..."
Rientrato alla base Ilardo fa rapporto: descrive tutto minuziosamente, spiega Riccio, ricorda i numeri delle targhe delle auto utilizzate per giungere dal bivio di Mezzojuso fino al casolare, e indica al Ros come arrivarci. Passa una settimana ma i Carabinieri non trovano il casolare. Secondo la ricostruzione fornita da Riccio, il tenente va a prendere Ilardo con la macchina e una notte ripercorrono la strada per arrivare in prossimità del casolare, come scritto nel rapporto. Ma, nonostante tutto, il Ros continua a rispondere di non trovare la strada.
Passano le settimane e i mesi: Ilardo continua a recitare la sua parte con Cosa Nostra, mentre si stanno per concludere le pratiche per farlo entrare ufficialmente nel programma di protezione, passando così dal ruolo di confidente a quello di collaboratore di giustizia. Il 'passaggio ufficiale' è fissato per metà maggio 1996. Ma una settimana prima (il 10 maggio) Ilardo viene assassinato mentre sta rientrando nella sua abitazione di Catania.
Per questa vicenda Mario Mori è imputato per favoreggiamento a Cosa Nostra assieme al colonnello del Ros Mauro Obinu. Il 24 maggio 2013 la Procura di Palermo ha chiesto per il generale una condanna a nove anni di reclusione. 6 anni e sei mesi per Obinu.
A denunciare una possibile copertura della latitanza di Provenzano c'è anche Saverio Masi, maresciallo dell'Arma dei Carabinieri ed oggi caposcorta del pm Nino Di Matteo, uno dei titolari dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Masi ha presentato un esposto presso la Procura di Palermo in cui lancia accuse pesanti e precise: già nel 2001 avrebbe individuato i mafiosi che gestivano la latitanza di 'Binnu', ma i suoi superiori avrebbero imposto lo stop alle indagini. "Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano. Non hai capito niente allora?" le parole che gli avrebbe "urlato" un superiore. Nell'esposto si parla anche di un'altra presunta copertura, quella offerta alla latitanza di Matteo Messina Denaro, successore di Bernardo Provenzano alla guida della Cupola.  
Un esposto 'simile' è stato presentato alla Guardia di Finanza da un altro maresciallo dei Carabinieri, Salvatore Fiducia. Lo scrivono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sul Fatto Quotidiano del 16 maggio scorso: "Cinque anni prima della cattura di Bernardo Provenzano, i carabinieri di Palermo avevano localizzato un covo del boss in un cascinale della Rocca di Corleone, munito di botola e nascondiglio sotterraneo, a pochi metri da Montagna dei Cavalli: il luogo, cioè, dove il capo di Cosa Nostra venne effettivamente ammanettato l'11 aprile del 2006. A indicare il rifugio segreto, nell'autunno del 2001, era stata la fonte Mata Hari, nome in codice che nascondeva la vedova all'epoca settantenne dello storico padrino di Corleone Michele Navarra, ucciso il 2 agosto 1958... Il racconto della fonte e l'esito dei sopralluoghi vengono condensati in quattro relazioni di servizio che Fiducia sostiene di aver consegnato nell'immediatezza dei fatti ai suoi superiori, in particolare all'allora capitano Vincenzo Nicoletti, comandante del Nucleo operativo di Palermo. Da quel momento, però, il maresciallo non riceve più alcuna notizia, né ulteriori input investigativi: l'indagine su Provenzano pare non aver alcun seguito".
Interrogato sulla vicenda anche Nicoletti dichiarerà ai magistrati di "non ricordare". E' in buona compagnia. (Fonte articolo, International Business Time, clicca qui)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ottimo articolo.Correggerei soltanto il seguente passaggio:"il sommergibile Cosa Nostra si inabissa, va talmente in profondità da rendersi invisibile ai radar...."
Personalmente penso che il sommergibile sia proprio emerso del tutto, con i 18 di B & Soci che oggi navigano tra il Senato ed il Ministero dell'Interno. A buon intenditor, pochissime parole.
Bob

Anonimo ha detto...

Intendevo scrivere i 18 anni politici di B. & Soci.
Bob