04 maggio 2013

Paul Krugman: "L'austerità voluta dai super ricchi ha fallito"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Paul Krugman, premio Nobel per l'economia nel 2008, continua a dare picconate al muro dell'austerità in continuo disfacimento. Sulle pagine del New York Times ricorda ancora una volta ai lettori che l'austerità ha fallito sia nella teoria e nella pratica. Krugman va all'attacco dei due principali studi che reggono le fondamenta della teoria dell'austerità, quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sulla cosiddetta "austerità espansiva" e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, secondo i quali con un rapporto debito/Pil superiore al 90 per cento non può esserci crescita economica.
Il paper degli economisti italiani era già stato demolito dal Fondo monetario internazionale: Olivier Blanchard, capo economista del FMI e autore di un manuale di macroeconomia piuttosto celebre tradotto a cura di Francesco Giavazzi, collega di Alesina, aveva fatto notato che i moltiplicatori utilizzati nelle previsioni di Alesina e compagni erano sottostimati di una unità. In altre parole, i professori avevano decisamente sottostimato i danni che potevano fare e hanno fatto i tagli alla spesa pubblica durante una recessione. Detto ancora altrimenti, i professori si sono dimenticati ciò che insegnano precocemente all'università, ovvero che manovre procicliche comportano un'accelerazione del ciclo economico, e che quindi aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica durante una recessione hanno come conseguenza un approfondimento della recessione medesima.
Il secondo paper, invece, ha in sé un errore molto più ridicolo, poiché si tratta di una dimenticanza all'interno di un foglio Excel che ne ha completamente sballato risultati. I professori Reinhart e Rogoff, nel corso del proprio studio, avevano infatti dimenticato di considerare nel proprio calcolo Paesi che smentivano la loro ipotesi di non crescita con un debito/Pil superiore al 90 per cento. È come se avessero usato solo i dati a sostegno della propria teoria per sostenere dimenticando invece quelli che l'avrebbero affossata.
Oltre alla teoria, non bisogna poi dimenticare la pratica dell'austerità, ma qui basta ricordare che la situazione economica di molti paesi europei sottoposti alle durissime cure della Troika non hanno visto migliorare le proprie condizioni nemmeno in lontananza. Ma perché, nonostante ciò, in molti Paesi si continua a chiedere a gran voce ulteriore austerità?
Il problema in questo caso, secondo Krugman, è squisitamente politico: i Paesi che hanno imposto l'austerità, infatti, hanno ritenuto di poter piegare l'economia alla propria morale. Un Paese che aveva vissuto al di sopra delle proprie possibilità (come l'Italia o la Grecia) doveva essere punito con tante frustate (economiche), ed è ciò che è stato fatto con molti paesi della periferia. L'economia però non funziona in questo modo e ha fatto sentire la sua vendetta non solo approfondendo la recessione nella periferia europea, ma propagandola fino a lambire il centro, ovvero la Germania stessa. Molto più corretto sarebbe stato risollevare prima l'economia e poi, in fase di crescita, imporre l'austerità, in modo da limitarne i danni.
Krugman, inoltre, sottolinea una teoria che su International Business Times Italia abbiamo sottolineato nel recente passato, ovvero che le politiche economiche dell'austerità vengono richieste a gran voce principalmente dalle fasce più ricche della società. Sarebbe infatti proprio quel famoso un per cento di super ricchi a chiedere tagli alla sanità e alla previdenza, negli USA secondo uno studio citato da Krugman, ma è un risultato facilmente esportabile considerando studi che hanno svelato quanto si sia approfondita la diseguaglianza fra i più ricchi e i più poveri in Germania nel corso degli anni, favorendo chi investiva in capitale e svantaggiando i lavoratori.
Il premio Nobel, dunque, ammonisce ancora una volta di diffidare dall'austerità dei più ricchi che hanno approfittato di questi anni di crisi, mentre i lavoratori hanno passato e passano tempi molto cupi. Di austerità si muore e non c'è più alcun appiglio intellettuale che possa smentirlo. (Fonte articolo, clicca qui)

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