31 gennaio 2013

Quei 4 miliardi di Euro finiti negli inceneritori

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Oltre 50 miliardi di euro pagati dal sistema, per metà sostenuti direttamente dalla collettività – famiglie e imprese – bolletta dopo bolletta. È lo spaventoso conto che il bilancio decennale (2001-2011) dell’incentivazione Cip6 presenta all’Italia. Una gigantesca cambiale staccata a favore della produzione di energia elettrica da fonti «rinnovabili e assimilate», che il Paese finirà di pagare non si sa quando, visto che gli incentivi sono legati alla durata della concessione degli impianti. Ma sbaglia chi pensa che questa marea di denaro sia servita a finanziare energia prodotta da parchi eolici, centrali idroelettriche, impianti geotermici o a biomassa. Dal 2001 al 2011 oltre il 70% degli incentivi Cip6 sono finiti nelle tasche delle società che gestiscono gli inceneritori (4 miliardi) e gli impianti che utilizzano combustibili fossili (carbone) o residui di processo di lavorazione (scarti della raffinazione compresi). Eni, Enel, Edison, A2A, Acea Electrabel, Erg sono i gruppi che maggiormente hanno beneficiato dell’incentivo Cip6: nomi che circolano. Ufficialmente il Gse, il gestore dei servizi energetici italiano – cioè l’organismo che eroga l’incentivo ritirando l’energia prodotta da quegli impianti e pagandola con un sovrapprezzo – di nomi non ne fa. Si tratta infatti di «informazioni sensibili», perché le compagnie più incentivate sono anche le più agevolate sul mercato. Un esempio su tutti: l’utility Asm Brescia – oggi A2A dopo la fusione con Aem Milano – ha percepito incentivi per 500 milioni di euro a fronte di un impianto, l’inceneritore di Brescia, costato 150 milioni. E ancora. L’impianto siciliano Igcc del gruppo Erg produce energia elettrica utilizzando come materia prima l’asfalto, ultimo residuo di lavorazione della raffineria di Priolo: è incentivato. Solo nel 2011 la collettività italiana ha pagato in bolletta (sotto la voce onere A3) 1,227 miliardi di euro di incentivi Cip6: 510 milioni sono andati ai proprietari degli inceneritori, altri 513 ai gestori di impianti che utilizzano combustibili di processo o residui, 185 milioni sono stati versati nelle casse di chi gestisce impianti a combustibile fossile. All’idroelettrico, all’eolico e al geotermico sono rimaste le briciole: 17,3 milioni. Come è possibile? Per capirlo occorre tornare al 1992. È il 1992 quando un decreto del Comitato interministeriale prezzi formula la delibera Cip6, che istituisce appunto gli incentivi per la produzione elettrica da fonti rinnovabili e assimilate: gli inceneritori finiscono nella voce “rinnovabili” mentre nelle “assimilate” ci finisce tutto il resto, dal carbone agli scarti della raffinazione. L’intuizione è del governo Andreotti. Nel 2001, quando l’Unione europea regolamenta l’energia “pulita” (direttiva 77) le rinnovabili non comprendono l’incenerimento dei rifiuti e nessuna “fonte assimilata” è prevista. L’Italia rischia più di una procedura di infrazione, ma ogni volta trova vie di fuga. Nel 2003 Berlusconi recepisce la direttiva Ue con il decreto 387, ma nel testo inserisce una nota e di fatto salva inceneritori e fonti assimilate. Lo scandalo finanziario viene denunciato in Parlamento dalla X Commissione della Camera. Sarà la Finanziaria 2007 a mettere fine a questi controversi incentivi, ma lo farà «fatte salve le convenzioni in essere» e questo significa che gli italiani continueranno a essere chiamati a pagare per i prossimi 20 anni. L’ultima relazione annuale del Gse prevede il giro di boa intorno al 2015, dopodiché i costi cominceranno a scendere, ma impiegheranno diversi anni prima di azzerarsi.I numeri. L’Italia conta una cinquantina di inceneritori: la quasi totalità ha beneficiato degli incentivi Cip6 e almeno una ventina di impianti ancora ne beneficiano, potendo contare sul Gse, che ritira l’energia prodotta, pagandola un tot più di quanto la pagherebbe il mercato, e che poi la rivende sulla Borsa elettrica. Ciò che il Gse ricava dalla Borsa è naturalmente inferiore al costo sostenuto: la differenza viene caricata sulla bolletta di imprese e famiglie sotto la voce A3. Recentemente l’Autorità per l’energia ha chiesto che almeno vengano ridotte alcune voci degli incentivi Cip6: se la proposta fosse accolta dal Parlamento, l’Authority stima per la collettività un risparmio di almeno 500 milioni l’anno. (Fonte articolo, clicca qui)

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