26 dicembre 2012

Caffaro, l'ILVA di Brescia

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Brescia come Taranto. Anzi, peggio. Ad accomunare la città padana e il centro sulle sponde del mar Ionio è l'inquinamento ambientale.
Secondo gli ultimi dati, apparsi sulla rivista scientifica Chemosphere-environmental toxicology and risk sssessment, nel sangue dei bresciani c’è una concentrazione di diossine più alta rispetto a quella rilevata nel tarantino. Se a ridosso dell'Ilva si segnalano 46,7 picogrammi per grammi di grasso corporeo, a Brescia si raggiungono anche i 419 picogrammi.
Il picco si registra nei pressi dell’ex industria chimica Caffaro, ormai in liquidazione, che ha versato veleni direttamente nel terreno per decenni rendendo la città di Brescia uno dei siti più inquinati d’Italia e d’Europa.
A ricordarlo alla Commissione Ue c’è ora una denuncia, già in fase istruttoria, presentata a nome del “Comitato popolare contro l’inquinamento zona Caffaro” che accusa Comune, Regione Lombardia e ministero dell’Ambiente del mancato rispetto del diritto comunitario sulla salvaguardia della salute pubblica ed ambientale.
Questo nonostante il fatto che Brescia, come Taranto, faccia parte dei 57 siti di interesse nazionale per le bonifiche, nel quadro di oltre 250 mila aree europee definite dall’Agenzia europea per l’ambiente sulla base della grave entità della contaminazione ambientale, del rischio sanitario e dell’allarme sociale. Ma nella città lombarda tutto sembra ad essersi fermato al 2001, quando venne denunciato l’inquinamento operato da una delle più antiche fabbriche chimiche italiane (appartenente poi al gruppo Snia), attiva sin dal 1906 con la produzione di soda caustica e poi di sostanze derivate dal cloro fino ai policlorobifenili, noti con la sigla Pcb, composti organici considerati inquinanti. Il suo scheletro giace ancora lì, in piena area urbana, a 900 metri circa dal centro storico di Brescia, su un’area di oltre 110 mila metri quadrati, mai bonificati e ormai quasi del tutto abbandonati.
Le conseguenze per la salute pubblica si leggono anche tra le pagine del rapporto redatto dal ministero della Salute presentato a settembre, dove sono stati esaminati gli alti tassi di mortalità dovuti all’inquinamento ambientale in Italia, per il periodo 1995-2002. E dove si conferma per il sito Caffaro-Brescia, un «eccesso di mortalità negli uomini per il linfoma non-Hodgkin», ma anche di decessi «per tumore superiori all'atteso, ma le cui stime sono imprecise».Un inquinamento invisibile, quello delle diossine e Pcb, che va a interferire con la catena alimentare e si deposita nei tessuti grassi animali e umani. Come testimonia il suo ritrovamento nel latte materno su una giovane donna bresciana, dato riportato sempre nello studio apparso su Chemosphere, che si era sempre nutrita di prodotti provenienti dalla zona più contaminata: 147 picogrammi di diossine per grammo di grasso. Un valore in negativo senza confronti, se si pensa che, superando i 6 picogrammi per grammo, il latte vaccino deve essere distrutto.«Nell’area a Sud Ovest della città, quella perimetrata dal sito di Caffaro, in cui vivono 25 mila cittadini, i campioni di terreno presentano concentrazioni di diossine altissime pari a 3332 nanogrammi per chilogrammo, contro i 10,3 di Taranto, quando il limite per legge è, appunto di 10 nanogrammi per chilo», precisa lo storico dell’ambiente Marino Ruzzenenti, «in base ai rilevamenti di Arpa se all’Ilva di Taranto sono stati rilevati 351 nanogrammi per chilo di diossine (con un limite di 100) all’interno del sito industriale, alla Caffaro ne sono stati rilevati 325 mila e la situazione non migliora allontanandoci dal sito industriale».
E se a Taranto non si possono più mangiare e allevare le cozze nel Mare Piccolo, nei campi intorno al sito Caffaro è vietata la coltivazione di cereali e la loro raccolta. Ma non solo: non è possibile tagliare un filo d’erba o coltivare l’orto, per evitare inalazione e contatto con gli inquinanti. Ed esattamente come nella cittadina del Sud, sono state chiuse stalle e abbattuti animali, oltre che distrutti migliaia di litri di latte contenenti diossine.
E chi non ha responsabilità, al Nord come al Sud, paga tutti i giorni in qualità della vita. Sono i bambini, infatti, a non poter più mettere piede nei giardini pubblici del quartiere Tamburi a Taranto, dal 2010, e nella zona Sud Ovest della città di Brescia, dove il divieto è apparso 10 anni fa, con un’ordinanza comunale che, da allora, viene reiterata ogni sei mesi.
«I cartelli di divieto appaiono ormai sbiaditi», conferma Marino Ruzzenenti, «e qualche genitore forse non ricorda più il pericolo invisibile». Spazi verdi in alcuni casi recintati e mai bonificati come i giardini di Via Nullo, come testimonia nel suo blog il giovane cronista Andrea Tornago, abbandonati al completo degrado, in quella stessa città che vede, pochi chilometri più in là, il più grande termovalorizzatore d’Europa di A2A, le Acciaierie Alfa a forno elettrico, ancora attive, e altri siti contaminati da composti radioattivi (Cesio 137), come l’ex Cava Piccinelli.Non solo, in quella porzione urbana di oltre 250 ettari a cavallo tra la ferrovia, il fiume Mella e i suoi argini contaminati, ci sono scuole e oratori, che come conferma l’ordinanza comunale, sono stati gli unici luoghi a essere stati sottoposti, in 11 anni, a «una messa in sicurezza di emergenza», come l’asilo nido Lo scoiattolo, l’Oratorio di Via Noce e i giardini privati del Quartiere primo maggio.
Messa in sicurezza che pare solo un palliativo, però, come hanno raccontato in un’audizione nella Commissione ambiente della Regione Lombardia, il comitato genitori dell'istituto primario Grazia Deledda. Al posto del giardino hanno una piattaforma in cemento di 200 metri quadrati. E i prati del loro quartiere Chiesanuova sono tutti inagibili. Certo è che il vuoto delle istituzioni e il rimpallo di competenze, a distanza di tanto tempo, suona davvero drammatico «in una popolazione che ha sempre accettato il prezzo dell’inquinamento in nome del lavoro» conclude Ruzzenenti.
A oggi tutto è nelle mani del ministro Clini e della società in house del ministero dell’Ambiente, la Sogesid, che come dall’accordo di programma sottoscritto con il Comune di Brescia il 29 settembre del 2009 è l’unico soggetto attuatore degli interventi di bonifica, mai davvero iniziati.
E sebbene Brescia sia una città ricca, «il Comune non dispone di ingenti risorse tecniche, umane ed economiche necessarie per risolvere la situazione», ha ribadito l’assessore all’Ambiente Paola Vilardi, nella missiva consegnata al ministro nell’ultima Conferenza dei servizi, lo scorso 18 ottobre.
 Fatto sta che sono passati più di 100 anni dalla lettera di protesta che il maestro Federico Garzoni, capogruppo della scuola elementare a cui si era addossata la prima fabbrica chimica: «Mi sento in obbligo di avvertire questa giunta che essendosi verificati danni alle persone e alle piante per la vicinanza dello stabilimento della soda caustica, occorre di urgenza una visita dell'Ufficiale sanitario a queste scuole». E quelle parole pesano ancora come macigni, anche su questa amministrazione comunale. (Fonte articolo, clicca qui)

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