03 dicembre 2012

Al polo Nord per l’ultima corsa all’oro (nero)

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Undici motoslitte filano veloci sul pack di Devon Island, isola a nord del Canada più grande della Svizzera, di fronte al grande nulla dell’Artico. Il vento soffia a oltre 40 km all’ora e alza nuvole di polvere gelata che abbassano la visibilità a pochi metri. Si procede con il terrore di perdere la scia di chi sta davanti e di ritrovarsi da soli in quel limite del mondo che non è stato pensato per vite umane. «La temperatura è a -40° ma il vento abbassa ancora la percezione del freddo. L’aria, non so come, riesce a infilarsi nell’apertura inferiore della maschera che tengo sul volto, sopra il passamontagna. Quando arriva sulla pelle brucia come un acido». La pelle in questione è quella dell’inviato di Paris Match, Alfred De Montesquiou, che ha seguito la spedizione di un gruppo militare canadese composta da dieci uomini: tre ufficiali di un corpo speciale dei paracadutisti e sette ranger, una milizia di indiani che fu creata durante la seconda guerra mondiale per controllare la costa canadese del nord, minacciata da una possibile invasione giapponese. Insomma gente tosta, che non fa troppo caso alle macchie bluastre che ne segnano i volti, tracce tatuate in modo indelebile da principi di congelamento. «I peli delle narici si ghiacciano ed è quasi impossibile inspirare dal naso. Si manda giù l’aria dalla bocca ma è talmente gelata che sembra di ingoiare una manciata di spilli. Si tossisce, il respiro si accorcia e i movimenti si fanno lenti», riferisce De Montesquiou, che si è cacciato in quell’inferno per seguire una missione dell’Operazione Nunalivut che, in lingua inuit, significa «Questa terra è nostra». È cominciata nel marzo del 2008 e prosegue a pieno ritmo, per mostrare come il Canada sia pronto a difendere i propri diritti in questa corsa nel nuovo Eldorado nordico. Intere aree del pack si stanno sciogliendo a un ritmo impressionante e al loro posto si stanno facendo largo interessi economici più grandi degli iceberg. I ghiacci marini artici, che nel 1950 occupavano un’area superiore agli otto milioni di km quadrati, nel 2011 erano scesi a 4,3 milioni. «Da giovani abbiamo letto che l’ammiraglio Perry voleva raggiungere il polo Nord usando la slitta: la scorsa estate avrebbe dovuto tentarci a nuoto», ha commentato il fondatore del World Watch Institute, Lester Brown. Quest’estate si è toccato il record di sempre, secondo i dati rilevati dall’Ice Data Center dell’Università del Colorado: nell’Artico si sono sciolti oltre 70 mila km quadrati di ghiaccio. «Se procede quest’accelerazione», commenta il professor Walt Meier che ha coordinato lo studio, «nel giro di qualche decennio il polo Nord potrebbe essere completamente libero dai ghiacci». Nell’agosto del 2007 due minisottomarini russi che partecipavano alla spedizione Arktika, piantarono con un braccio meccanico sul fondo del mar Glaciale artico, a una profondità di 4 mila metri, due bandiere del loro Paese. «Quel gesto simbolico», commenta Alessandro Vitale, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, «è sembrato lo sparo di partenza di una nuova corsa coloniale alla conquista di un continente dalle immense potenzialità e di enorme rilevanza geostrategica». Per il nostro mondo, che continua a bruciare energia come le McLaren consumano benzina in un gran premio, non tutto il male vien per nuocere e si balla sulla banchisa che si scioglie. Non importa poi se i mari si alzeranno sommergendo zone costiere grandi come Stati; per il momento si sa che sotto al ghiaccio artico si trova all’incirca un quarto di tutte le riserve mondiali di idrocarburi: il 13% dei giacimenti di petrolio e il 30% di quelli di gas. Quindi: carpe diem e via con le motoslitte a tutto gas per marcare il territorio da sfruttare. Secondo uno studio del Servizio geologico Usa, perforando i fondali artici si potrebbero estrarre circa 90 miliardi di barili di petrolio, 44 di gas liquefatto e oltre 1.000 miliardi di metri cubi di gas naturale, presenti in 25 aree definite. I confini di questa nuova terra di conquista sono, almeno per ora, fatti di pongo: ognuno li tira dalla sua parte e poi ci mette sopra le proprie bandierine, in un risiko planetario che si gioca per davvero. «Le potenze artiche», ha scritto Ken Coates, professore di storia del Canada del nord all’Università di Ontario, «sono convinte che chiunque controlli l’artico possa trasformarsi in una nuova Arabia Saudita». Le norme della convenzione Onu per il diritto marittimo, sancite nel 1982, si mischiano con le regole stabilite nel 1996 con la costituzione dell’Arctic Council, Forum internazionale di cui fanno parte i Paesi che si affacciano sul mare Artico: Canada (che rappresenta i territori del Nord-Ovest, il Nunavut e lo Yukon), la Danimarca (che rappresenta Groenlandia e isole Far Øer), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti (che rappresentano l’Alaska) e la Svezia. Poi c’è un’altra lunghissima lista di Paesi inseriti nel Consiglio Artico, in qualità di osservatori, tra cui la Cina e i principali Paesi europei. Insomma tutti vogliono tenere un piede sul ghiaccio, probabilmente sperando che si sciolga il prima possibile. Le rivendicazioni dei Paesi che si affacciano sull’Artico fanno riferimento alla cosiddetta «zona economica esclusiva» fino a 200 miglia dalle proprie coste, con diverse sovrapposizioni e tensioni diplomatiche conseguenti. Il confronto internazionale nell’Artico, osserva infatti Alessandro Vitale, «è stimolato dall’incertezza dello status giuridico internazionale». All’inizio dello scorso aprile i capi delle forze armate degli otto Paesi membri del Consiglio Artico si sono trovati in una base canadese per riprendere la discussione su una spartizione militare dell’area. Il piano del presidente russo Vladimir Putin, tanto per dare un ordine di grandezza degli interessi in gioco all’ombra degli iceberg, prevede un investimento di 44 miliardi di dollari entro il 2020. E gli Usa non stanno a guardare: Obama già dal 2011 ha autorizzato la Shell a riprendere perforazioni esplorative nel mare di Beaufort, che erano state sospese dopo l’incidente della piattaforma Deepwater Horizon, il pozzo che ha avvelenato mezzo Golfo del Messico. L’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci, oltre che aprire il vaso di Pandora degli idrocarburi nel sottosuolo artico, nei prossimi anni probabilmente libererà durante l’estate vie d’acqua in grado di introdurre un cambio epocale nella storia della navigazione e dei commerci. Nell’agosto del 2009 due cargo tedeschi, il Fraternity e il Foresight, hanno portato a termine il «passaggio a Nord- Est»: partiti da Ulsan, in Corea del sud, sono arrivati a Rotterdam evitando di passare da sud dallo stretto di Suez e attraversando invece quello di Bering, il che significa risparmiare 9 mila km: 15 mila invece di 24 mila. Due anni prima, nel 2007, era già stato percorso da una nave l’altro mitico passaggio: quello a Nord-Ovest, che permette di andare da Londra a Tokyo passando a nord del Canada ed evitando quindi il giro dal canale di Panama: una rotta di 16 mila km invece che 28 mila. L’effetto serra, oltre che le temperature, sta alzando l’entusiasmo di chi non si sofferma troppo sull’apocalisse che lo scioglimento della banchisa polare potrebbe comportare, e sa invece guardare con ottimismo alle nuove frontiere del business che si apriranno al polo Nord quando sarà finalmente libero dai ghiacci. Del resto l’uso dei combustibili fossili è il principale fattore del cambiamento climatico ma, proprio grazie a questo che scioglie i ghiacci, sarà presto possibile sfruttare nuovi giacimenti di combustibili fossili: è tutta una ruota che gira. Forse non dalla parte giusta. (Fonte articolo, clicca qui)

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per commentare in questo sito.