09 ottobre 2012

Vajont, tornano acqua e fango: «Ogni notte. Da 49 anni»

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Il ricordo prima è un piccolo quaderno a righe con un tema in bella grafia che magnifica il paese con la diga più alta del mondo. Quello dopo, dopo un attimo, è un’onda maledetta che annulla quell’intero paese, quel mondo descritto nel piccolo quaderno. E gli affetti, le amicizie, i giochi, gli amori. Tutto svanito. Come direbbe un informatico di mezzo secolo dopo: un reset totale dell’hard disk. Ma cinquant’anni dopo, quarantanove per la precisione, i ricordi riaffiorano. I particolari, i dettagli. E il buio diventa un po’ più chiaro. E più doloroso. Perché all’improvviso capisci che hai sete. Hai voglia di bere dell’acqua. Quella che ti ha spazzato via la famiglia e di cui però non puoi fare a meno. «Per anni ho bevuto l’acqua solo di notte, in bottiglie colorate. Solo a vedere un bicchiere pieno mi sentivo male», racconta Micaela Coletti, presidentessa dell’associazione dei superstiti del Vajont. Tentativi in passato c’erano stati. Una maschera da sub, in piena estate sulla spiaggia, e testa sotto. «Non ce l’ho fatta - continua Micaela - appena ho messo la faccia in acqua mi sono sentita soffocare». Come per tutta la vita, condizionata dagli eventi di quella drammatica notte del 9 ottobre del 1963. «È’ capitato e potrebbe capitare ancora», scriveva Primo Levi a proposito dell’orrore dei campi di concentramento nazisti. «Per lungo tempo i sopravvissuti hanno rimosso gli eventi del Vajont dalla loro memoria», puntualizza il professor Maurizio Reberschak, autore di diversi saggi sulla vicenda e sul lungo e controverso processo che ne è seguito. Non è un caso dunque se Micaela Coletti e Gino Mazzorana, un altro dei circa trenta sopravvissuti a distanza di mezzo secolo dalla tragedia, hanno vestito i panni della protezione civile per correre all’Aquila dopo il terremoto. E lo stesso hanno fatto con le scosse che hanno devastato l’Emilia Romagna quest’anno. «Dopo quella notte ho sempre sentito che mi mancava qualcosa - spiega Gino - Non prendo l’ascensore, non sopporto le cinture di sicurezza, tengo i finestrini della macchina aperti». Claustrofobia si chiama. E si collega ai lunghi minuti passati sotto il fango senza respirare, dicono gli psicologi. «Oggi lavoro come tecnico sulle dighe dell’Enel», continua Gino. Una sorta di contrappasso. O meglio: una classica situazione all’italiana. L’Enel ha in qualche modo spazzato via le loro famiglie quella notte, l’Enel ha proposto ai sopravvissuti un contratto a tempo indeterminato il giorno dopo, o dopo un po’. E qualcuno ha accettato. Come Vincenzo Tesa, che sul Vajont non apre bocca. Per lui parla la moglie Carolina, perché «la verità è che non ha mai superato il trauma, e anzi sono quasi 50 anni che si sveglia di notte». Comunque sia, Tesa all’Enel ci è andato a lavorare. «Che poteva fare? – continua la moglie -: in qualche modo bisognava andare avanti. D’altra parte, con quella assunzione qualcuno ha pensato di mettere le cose a posto; chi lo sa, forse anche di fronte a questioni di coscienza. Ma non è così semplice: mio marito ha perso, in una notte, i genitori e i fratelli di 7, 10, 14 e 19 anni. Una strage, che ha dovuto affrontare a 17 anni: difficile, uscirne. E ha ricevuto otto milioni di lire di risarcimento per la casa, e 6,2 milioni per chi c’è morto dentro: evidentemente, tutti insieme, non valevano quanto l’abitazione. Quanto al risarcimento morale, le scuse dello Stato, le stiamo ancora aspettando». Sì, difficile uscirne. «Tra noi non parliamo mai di quella notte. Non lo facciamo tra superstiti, non lo facciamo con le nostre famiglie», aggiunge l’architetto Renato Migotti. Lui è uno di quelli che se ne è andato da Longarone. È andato dai nonni insieme a una sorella. Poi l’università. «Ma sentivo un richiamo, qualcosa che mi diceva che dovevo tornare a Longarone», spiega Renato. E così ha fatto. E ha fondato l’altra associazione delle vittime del Vajont. Quella dei superstiti che riunisce sia i bambini che sono stati estratti dalle macerie di Longarone quella notte (i sopravvissuti) che le famiglie. «Non c’è notte che prima di addormentarmi io non pensi al Vajont. Il pensiero c’è tutte le sere», continua Renato che non ha problemi a prendere l’ascensore, ma non riesce a trattenere la commozione mentre racconta del suo diciassettesimo anno d’età, quello vissuto da zero dopo che la sua famiglia è stata spazzata via dall’acqua della diga. Altri superstiti preferiscono non farsi trovare. Sono ancora quasi tutti a Longarone o a Belluno, tranne un paio finiti in Sardegna e altri due a Padova che evitano in tutti i modi di ripercorrere i ricordi di quella notte. Gli altri, quelli che sono rimasti a Longarone, hanno ripreso la vita quotidiana con una voragine nel cuore. Qualcuno si ritrova al cimitero, altri, invece, disertano anche il camposanto. Come Renzo Scagnet. «Non ci metto piede – afferma Scagnet – perché da quando, dopo alcuni lavori, hanno tolto le vecchie tombe e hanno piazzato cippi tutti uguali e senza foto, non sai neppure davanti a chi stai pregando. E io quella notte ho perso mia sorella, che è stata trovata morta a 30 chilometri di distanza, e mio padre. Mia madre, invece, mi ha raccontato come sono andate le cose. Io dormivo, e la tragedia mi ha colto nel sonno. Avevo otto anni. Mia madre, invece, stava lavando i piatti: ha sentito i vetri oscillare; con lo spostamento d’aria, la casa si è aperta, e infine è arrivata l’acqua». Una vita difficile. «Tre anni in un prefabbricato – continua Scagnet – e tanti lavori: come autista, gelataio, e anche nella pulizia delle strade. Ora lavoro con l’Ecomont, che fa raccolta rifiuti nel territorio». Non è stato assunto dall’Enel «benché avessi diritto di entrare senza concorso. Non so perché non mi abbiano voluto». Ma non si è arreso: ha messo su famiglia. «Mi sono sposato – termina Scagnet - ho due figli». Insomma, sopravvissuti e superstiti si sono arrangiati. Sono andati avanti, stringendo i denti. Anche con lavori difficili, come lo spazzino o la donna delle pulizie. Ma se oggi c’è una Longarone, ed è il polo industriale per eccellenza del Bellunese, è soprattutto merito loro.(Fonte articolo, Corriere del Veneto, clicca qui)

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per commentare in questo sito.