28 luglio 2012

Londra 2012, via ai Giochi

Cori angelici, luci psichedeliche, la chitarra elettrica dei Sex Pistols, tamburi furibondi, via. E’ iniziata. L’Inghilterra si pianta un’altra volta al centro del mondo affidando la rappresentazione di sé a quel manifesto del machismo geopolitico che è la cerimonia inaugurale dei Giochi.
Il pianeta ormeggia la sua voglia di medaglie sull’Isola dei Sogni, dove il quotidiano è lotta, vittoria e contraddizione. Tempesta e pace. Dove un giorno ci si inchina alla Regina di Alice e quello successivo a Elisabetta II, Her Majesty, quella vera, che in questa notte esplosiva, fragile e indimenticabile è costretta a domandarsi quale sia la distanza che passa tra la narrazione di sé e la realtà. Davvero basta una cerimonia da 27 milioni di sterline affidata al genio di Danny Boyle per garantire che il Regno è rimasto potente, e soprattutto Unito? Mentre il Big Ben riscopre per tre minuti consecutivi i suoi prestigiosi rintocchi (non accadeva dal giorno del funerale di Giorgio VI) e il Principe William spiega che questo 27 di luglio «è un giorno epico per la nazione», le onde della differenza invadono le coste. Il mare dei teli azzurri che scorrono sulla testa degli ottantamila dello stadio olimpico annuncia una burrasca che non è solo metaforica.
Video mozzafiato. Una Londra favolosa. Tre, due, uno. Diretta Tv. Quanti siamo? Quattro miliardi? Alle nove in punto un elegantissimo Kenneth Branagh, improbabile Calibano, invita shakespeareanamente il pianeta a godersi i suoni amichevoli della sua terra. Gli usignoli registrati, le oche, i cavalli e le pecore pascolano sul palco da quindicimila metri quadrati trasformato in countryside. Ma come le nuvole posticce che girano sulla pista lasciano il posto al pandemonio della rivoluzione industriale, così l’eco delle parole di David Cameron («La Gran Bretagna è tornata») diventa sibilo di fronte alle labbra serrate dei primi atleti di casa impegnati in gara. Il gallese Ryan Giggs e la scozzese Kim Little, bandiere della neonata nazionale della Gran Bretagna si rifiutano di cantare l’inno. Se Dio deciderà di salvare la Regina non dipenderà da loro. Musica degli Underworld, in ogni caso. Ora è questo che conta. Autarchia. Niente è concesso al resto del pianeta. Solo l’ospitalità. Venticinquemila comparse, sottomarini gialli, danze. Cinque cerchi scendono dal cielo e una pioggia di scintille giallo oro cancellando le ciminiere che hanno sostituito l’incanto della campagna. Purificano la scena. I led luminosi dello stadio trasformano gli spalti in una gigantesca Union Jack. Soldati della marina, dell’esercito e dell’aviazione issano la bandiera. Le note di James Bond invadono l’aria. Ma il boato per Daniel Craig che porge la mano alla sovrana vestita di rosa è nulla rispetto a quello riservato a Elisabetta che prende posto sul palco. Più Lady Gaga che Sua Altezza Reale. Una donna capace di prendersi in giro e anche di sopportare l’affronto di un’eroe dell’ultimo minuto. Il vincitore del Tour de France, Bradley Wiggins, ricevuta una lettera di congratulazioni da Buckingham Palace, corre dalla moglie: «Che si fotta la Regina, mi ha appena mandato un messaggio Johnny Marr». E’ lui, chiamato a dare il via alla cerimonia col primo rintocco della campana, a raccontarlo. Il chitarrista degli Smiths cancella sessant’anni di trono.
Dove sta finendo il Regno? Serve la colla dei Giochi perché ogni cosa non cada a pezzi?
Non c’è tempo per rispondere. Si scatenano infermiere ballerine. Un omaggio al servizio sanitario nazionale. E uno schiaffo a David Cameron e ai suoi tagli selvaggi. Pazienti bambini vengono accuditi mentre popolano la notte di incubi che hanno i volti di Capitan Uncino e di Voldemort. JK Rowling legge favole per loro. Li protegge. L’applauso fa tremare lo stadio ma è la prima volta che il tema della morte finisce al centro di una festa olimpica. Grida. Eccitazione. Beatles, Rolling Stones, Queen, Duran Duran, Vangelis, luci, finalmente risate. Cinema e Swinging London. Una gigantesca casa in mezzo al palco macina ricordi e restituisce immagini in bianco e nero alternando miti del rock a stelle del grande schermo.
Lo stadio è una discoteca. Gli ottantamila ballano, mentre le Mini dello sponsor rombano sulla pista. La notte è ormai profonda e l’ubriacatura completa quando David Beckham attraversa il Tamigi portando la fiaccola a bordo di un motoscafo. Gli atleti cominciano la sfilata e si prendono il posto d’onore in attesa dell’ultimo tedoforo. La Gran Bretagna passa per ultima. La voce di David Bowie urla «Heroes» tra coriandoli e cori impazziti. Noi e gli altri. Fuochi d’artificio. Arctic Monkeys con «Come together», il discorso internazional-patriottico di Lord Coe e la fiamma. Applausi. Orgoglio nazionale. Infine Paul McCartney. Niente è più inglese di così. «Hey Jude» è un piccolo incanto. Un’ubriacatura di luci e di abbracci. Un popolo che canta. Ma cos’è il Regno Unito oggi? Danny Boyle si accascia nella sala di regia portandosi sul viso la serenità dei beati. Ha giocato con la storia. L’ha mischiata. Tenendo assieme i giorni, i minuti e i secoli dell’Isola delle meraviglie. La sua. Ma il tempo è una creatura curiosa. E a guardarlo in faccia si può approdare all’estasi. O alla disperazione. (Fonte articolo, clicca qui)

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