18 maggio 2012

E se la Grecia uscisse dall'Euro?

Le elezioni politiche in Grecia si terranno il 17 giugno, con un primo ministro ad interim nella persona del presidente del Consiglio di Stato, Panayotyis Pikramenos", ha reso noto l'agenzia ufficiale ellenica. Si tratta del secondo voto in poco più di un mese: il Parlamento uscito dalle elezioni del 6 maggio scorso, assai frammentato, non ha prodotto alcuna maggioranza dopo 10 giorni di trattative fra i partiti, divisi fra coloro che intendono applicare le misure di austerità previste dal piano di salvataggio dell'Ue e le formazioni invece contrarie. Se la Grecia dovesse uscire dall'euro, secondo alcune stime dell'Iif (Institute of International Finance), il costo per tutto il sistema europeo sarebbe di mille miliardi di euro. E i cittadini greci, secondo Ubs, potrebbero dover sostenere costi fino a 11.500 euro a testa solo nel primo anno. Si tratta ovviamente di stime che prefigurano uno scenario catastrofico per la Grecia e non solo, nel caso di un ritorno alla dracma. Una eventualità che non ha precedenti nella storia e che non è nemmeno contemplata dai trattati, che prevedono in teoria ipotesi di uscita dalla Ue (che può essere negoziata da uno stato che lo desideri) ma non un'uscita dall'eurozona.I costi che ne deriverebbero, per quanto altamente improbabile sia l'uscita, sarebbero proibitivi, secondo gli analisti che si stanno esercitando in questi giorni nei rapporti per i mercati e sulla stampa internazionale. Nonostante i diversi approcci, le stime non sempre coincidenti e l'incertezza di fattori e variabili spesso legati a motivazioni psicologiche o soggettive, tre elementi emergono con chiarezza: il primo è che l'abbandono dell'euro sarebbe più costoso di una semplice bancarotta dello Stato; il secondo è che probabilmente non risolverebbe granché, date le caratteristiche della Grecia, che non è un paese esportatore come Argentina e Russia (i due esempi più recenti di Stati dichiarati insolventi, che hanno poi registrato una ripresa dell'economia). La Grecia non trarrebbe un gran giovamento dalla possibilità di tornare alle svalutazioni competitive, neppure considerando un possibile boom della sua unica grande risorsa, il turismo. Il costo del ritorno della dracma (la conversione con l'euro al primo gennaio 2001 era a quota 340,75 ma non è detto che da lì si ripartirebbe) per tutto il sistema europeo, sarebbe di circa 1.000 miliardi di euro, secondo una nota confidenziale dell'Institute of International Finance (Iif) trapelata sulla stampa nel febbraio scorso. Ma a pagare sarebbero soprattuto i greci: secondo uno studio Ubs, dovrebbero sborsare fra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa nel primo anno, e poi 3-4.000 euro ancora negli anni successivi. I greci si ritroverebbero quasi immediatamente con una moneta svalutata del 50%, una caduta del Pil nel primo anno di almeno il 12% e, in più, un'inflazione al 35%, secondo un'analisi dell'Fmi.Altri osservatori prevedono una contrazione dell'attività economica ancora maggiore, del 35-50%. Le importazioni (in particolare di energia) verrebbero ridotte drasticamente, e il bilancio dello Stato dovrebbe essere tagliato altrettanto nettamente, per azzerare il deficit (4,8 miliardi di euro nel 2012), per far corrispondere le entrate alle uscite, vista l'impossibilità di emettere nuovo debito. Il terzo punto riguarda le conseguenze di un 'default', della Grecia, con o senza permanenza nell'euro. Diversamente da quanto sarebbe accaduto all'inizio della crisi, nel 2010, quando sarebbero state soprattutto le banche private del Nord Europa a subire lo shock della bancarotta, oggi i costi sarebbero in larghissima parte scaricati sul settore pubblico, cioè sui cittadini, attraverso l'esposizione della Bce, che ha acquistato bond greci sul mercato per circa 50 miliardi di euro, e dei fondi di salvataggio finanziati da Ue ed Fmi, che non si vedrebbero più rimborsare i propri prestiti ad Atene e dovrebbero attivare (cioè pagare ai creditori) le garanzie fornite dagli Stati membri. Inoltre, le banche (soprattutto greche) con la pancia ancora piena di titoli di Atene non più esigibili non sarebbero in grado di restituire i prestiti per circa 100 miliardi di euro concessi dalla Bce con i suoi programmi 'non convenzionali' di iniezione di liquidità (Ltro), che l'inverno scorso avevano evitato una più che probabile stretta del credito in tutta l'Eurozona. In totale, le perdite per la Bce sarebbero di 160 miliardi di euro. Inoltre, diverse banche dovrebbero essere salvate dagli Stati o fallire. (Fonte articolo, clicca qui )

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