18 novembre 2011

Jeremy Rifkin: "L'Italia non può stare senza l'euro"

Per uscire dalla crisi l’austerità e lo sviluppo non bastano, deve cambiare il modello economico: ma siate fiduciosi, ce la potete fare». Jeremy Rifkin, 68 anni, fondatore e presidente della Foundation on Economic Trends di Washington (www.foet.org), autore di una ventina di best-seller tra cui L’era dell’accesso, Economia all’Idrogeno e Il sogno europeo, è il profeta della «Terza Rivoluzione Industriale», titolo del suo ultimo libro appena pubblicato in italiano dalla Mondadori. Lo abbiamo video-intervistato ieri all’inaugurazione della quarta edizione di Tosm, il salone della tecnologia a Torino, con la collaborazione dei lettori, che hanno partecipato online con tante domande. Ecco una sintesi. Prof. Rifkin, a sentir lei c’è da essere ottimisti, ma il suo progetto prevede una rivoluzione epocale: non è solo un sogno? «Da buon americano sono incline a vedere positivo: ma penso all’Europa, che deve sognare di più, non agli Usa, dove il sogno americano individualista è fallito assieme al modello economico tutto basato sul libero mercato senza antidoti sociali». Qual è la sua ricetta per l’Italia e per l’Europa? «L’austerità va accompagnata da quattro princìpi: coltivare la qualità della vita che in Europa è la più alta del mondo, assicurare la pace sociale, il lavoro, e che nessuno venga lasciato indietro». Lei sostiene che «se ce l'ha fatta la Germania, ce la può fare anche l'Italia». Ma molti altri osservatori sono meno ottimisti e dicono: dopo la catastrofe greca, tocca agli italiani. Come risponde? «Ai catastrofisti anti-globalizzazione rispondo che non si può tornare indietro. Asserragliarsi in una “Little Italy” senza euro è fuori questione. Ma il nuovo governo dovrà muoversi oltre la politica, oltre la destra e la sinistra, categorie che allontanano i giovani, che sono stufi di queste divisioni. Dico no a una politica chiusa e centralizzata, occorre una politica aperta e distribuita. I giovani sono abituati con Internet a condividere, i governi imparino da loro». Cos’è per lei la “terza rivoluzione industriale”? «Serve un nuovo modello non più basato sul petrolio, perché non ce lo possiamo più permettere, ma sull’energia verde, un’Internet dell’energia». Che cosa intende? «Dobbiamo fare con le risorse energetiche quello che hanno fatto i personal computer nell’informatica: hanno democratizzato l'informazione, consentendo a tutti di avere accesso a un laptop e a una connessione a Internet, che prima erano risorse esclusive. In Italia e in Europa ognuno di noi dovrà essere in grado di generare il proprio fabbisogno, dalla propria casa e dal proprio ufficio. Un sistema energetico che non sia fossile e che sia democratico, ampliabile e di facile accesso, che integri tutte le risorse alternative, in questo senso assimilabile a Internet». Qual è il suo messaggio ai nuovi e vecchi politici che governano l’Italia? «Quello che l’Arabia Saudita è stata fino adesso per il petrolio nel mondo può esserlo l’Italia per l’energia rinnovabile in Europa, perché avete il sole, il vento, le onde del mare, il calore geotermico dell’entroterra e l’energia idroelettrica dalle Alpi. Avete una grande occasione, non sprecatela».Qual è il messaggio da cogliere dalle proteste di cui sono protagonisti milioni di giovani? «Hanno ragione a screditare un sistema che privilegia l'1% dei ricchi sulle spalle del 99% della popolazione. Primavera araba, indignati spagnoli e italiani, movimento Occupy Wall Street: i giovani come sempre credono che sia possibile trasformare il mondo. E hanno sempre avuto ragione. Ascoltiamoli, il futuro è loro». (Fonte articolo, clicca qui)

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