11 ottobre 2011

La memoria ritrovata svela 19 anni di misteri

La memoria del pentito Giovanni Brusca ha lasciato a desiderare per molti anni. L’assassino di Giovanni Falcone e carnefice del piccolo Giuseppe Di Matteo è stato, in passato, utile per liberare l’indagine sulle stragi mafiose dalla cappa del silenzio assoluto. Si deve a Brusca - prima ancora che a Massimo Ciancimino e agli altri «testi privilegiati» dell’indagine - la scoperta dell’esistenza della trattativa fra Stato e mafia portata avanti da Totò Riina per «convincere» le istituzioni ad alleggerire la repressione, soprattutto carceraria, abbattutasi su boss e picciotti. Eppure Brusca non si era mai spinto nelle pieghe di quel momento storico ancora pieno di ombre, silenzi ed omissioni. Per vent’anni la memoria non lo ha sorretto sull’inizio di quella trattativa. Ricordava vagamente di averne parlato con Totò Riina, ma non quando e in che termini. Oggi assistiamo al prodigioso ritorno di memoria dell’uomo che dovrebbe portare un marchio indelebile nel cervello, dal momento che si è assunto l’onere di premere il pulsante che ha schiantato Giovanni Falcone e la sua scorta.
Dice il pentito, interrogato ancora su sua richiesta nell’ambito del processo Mori, che finalmente ha ricostruito l’attimo in cui ha saputo da Riina dell’esistenza della trattativa e del cosiddetto «papello» (le richieste della mafia allo Stato contenute in «alcuni fogli». E la data coincide perfettamente coi sospetti dell’accusa e con quanto ha rivelato due anni fa Massimo Ciancimino. Confermando così, indirettamente, la corretta ricostruzione fornita alla magistratura dall’ex ministro Claudio Martelli e da Liliana Ferraro a proposito dell’iniziativa dei carabinieri di intraprendere un contatto con l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, al fine di convincere il vertice della mafia corleonese a finirla con le bombe assassine.

Ma non è solo questo il risultato dell’improvviso ritorno di memoria di Brusca. Cosa fa il pentito, parlando come ha parlato? In sostanza conferma la testimonianza di Massimo Ciancimino, pur non citandolo mai. Ma poi cita, con nome e cognome, Gaspare Spatuzza addirittura indicandolo come una delle sue fonti nel momento cruciale del passaggio dallo stragismo in Sicilia a quello «nel Continente» del 1993 e ‘94. Una perfetta legittimazione per Spatuzza, appena ammesso al programma di protezione. Se l’ex mafioso di Brancaccio - che tira in ballo nelle vicende mafiose Dell’Utri e Berlusconi - sapeva tanto da essere fonte di Brusca, nessuna sorpresa che fosse informato in tempo reale degli sviluppi della strategia di Totò Riina. Ed è credibile, dunque, che conoscesse anche i motivi della fine dello stragismo mafioso: i dissidi tra l’irriducibile Leoluca Bagarella e i «trattativisti» fratelli Graviano, capi di Gaspare Spatuzza. Certo, se la memoria non lo avesse abbandonato, Brusca avrebbe fatto risparmiare 19 anni di fragili indagini e depistaggi. E forse Ciancimino non avrebbe avuto il tempo di farsi del male, suicidandosi come teste. (Fonte articolo, clicca qui)

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per commentare in questo sito.