13 giugno 2011

Referendum, cosa cambia settore per settore

LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Cambia poco, eppure moltissimo. Dei quattro quesiti referendari, quello sul «legittimo impedimento» era decisamente il più politico ma è stato anche il più bistrattato da stampa e tv nonché nei dibattiti politici. La vittoria del «sì» ne amplifica quindi la valenza politica perché travolge l'azione del governo e della maggioranza sulla giustizia, in particolare su tutti quei provvedimenti (o norme) che, come il legittimo impedimento, sono state giustificate con l'esigenza di sottrarre Silvio Berlusconi alla «persecuzione» dei magistrati, derogando al principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Insomma, dalle urne è uscito un no alle leggi ad personam e allo scontro con le toghe. Sul piano pratico cambia poco . La vittoria dei sì anticipa di quattro mesi la morte naturale della legge 51 del 2010 o, meglio, delle norme di quella legge sopravvissute alla bocciatura della Consulta sia pure con una serie di avvertenze che le riconducevano, di fatto, nell'alveo della disciplina del Codice di procedura penale sul legittimo impedimento. Resta più che mai fermo il principio, quindi, che spetta al giudice valutare, caso per caso, il «legittimo impedimento» addotto dall'imputato premier o ministro per non comparire in udienza e ottenere un rinvio e che la funzione di governo non può diventare una forma di ostruzionismo processuale. (Fonte, Il Sole 24 Ore, clicca qui)

LIBERALIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI

Le conseguenze della vittoria del sì al referendum sulla liberalizzazione/privatizzazione dei servizi pubblici locali (acqua, rifiuti, trasporto locale su gomma) vanno distinte tra il piano giuridico-formale e quello politico-culturale.
Da un punto di vista strettamente formale, sono tre gli effetti più rilevanti dell'abolizione dell'articolo 23-bis del decreto legge 112/2008 e dell'articolo 15 del Dl 135/2009 che aveva modificato il primo.
Il primo effetto formale è il superamento del divieto esplicito per gli enti locali di affidare le gestioni a proprie aziende in house senza gara. La legislazione introdotta dalla riforma Fitto-Ronchi, pur prevedendo alcune eccezioni, era più rigorosa delle norme europee sull'affidamento alle aziende pubbliche, cioè rendeva più difficile l'affidamento senza gara a un'azienda pubblica controllata al 100% dagli enti locali. Sul piano dell'ordinamento interno si torna al cosiddetto "emendamento Buttiglione" all'articolo 14 del decreto legge 269/2003 che aveva legittimato l'in house senza gara.
Il secondo effetto è lo stop alla stagione di gare per l'affidamento dei servizi a nuovi gestori che si sarebbe dovuta avviare dalla fine di quest'anno e poi via via fino al 2015 per la scadenza anticipata delle gestioni illegittime (concessioni senza gara a privati e ad aziende pubbliche in house). Salta anche la possibile privatizzazione del 40% delle aziende pubbliche cui gli enti locali erano chiamati solo nel caso rifiutassero di affidare il servizio con gara e lo mantenessero in capo alle loro aziende. Salta anche l'obbligo degli enti locali di scendere sotto il 30% nel caso di società quotate che non abbiano vinto con gara il servizio.
Il terzo effetto è che per gli affidamenti del futuro si attenuerà molto l'obbligo della gara per l'affidamento dei servizi che veniva sancito in modo inequivocabile dal decreto Ronchi-Fitto.
Si può dire che in termini concreti, la norma vale per il futuro e che le gestioni attuali non subiscano variazioni. Anzi, vengono salvate le gestioni affidate senza gara che sarebbero giunte al termine.
E' chiaro tuttavia che sul piano politico-culturale e per il medio-lungo periodo il referendum introduce un'ostilità verso le gestioni private e miste, costituendo una spinta a ripubblicizzare anche quel 30% di gestioni dell'acqua che oggi vedono una qualche forma di partecipazione di società privata o quotata. Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, che è la Regione che più aveva puntato sul modello misto negli ultimi 15 anni, ha già detto in un'intervista al Sole 24 Ore che sarà necessaria una legge nazionale che tuteli i diritti dei privati gestori, ma in qualche modo li accompagni verso l'uscita da subito.
Inoltre, la riforma Fitto-Ronchi chiudeva definitivamente la stagione dell'in house che ha imperversato da noi dal 2003, a dispetto dei paletti europei. E' la volontà politica delle amministrazioni locali, senza distinzione di colore politico, a imporsi senza un obbligo rigoroso ed esplicito di rispetto di regole di concorrenza e trasparenza. Comuni e Province, con poche eccezioni, hanno sempre difeso strenuamente il loro conflitto d'interesse di un servizio gestito da proprie aziende. (Fonte, Il Sole 24 Ore, clicca qui)

NUCLEARE

Nulla da smantellare e nulla di nuovo da chiudere, a parte le vecchie centrali già dismesse con il precedente referendum antiatomo del 1987. Centrali che sono ancora lì, addormentate ma ancora dotate di gran parte delle vecchie strutture che non riusciamo ancora a smantellare nonostante i fiumi di denari spesi in 25 anni di "missione". Magra consolazione dopo l'esito dell'ultimo referendum che chiude la porta al nuovo piano di ritorno all'atomo.
Il problema imminente, quello vero, non è meno imbarazzante. Il sì referendario ha prodotto un curioso effetto collaterale. Abrogando (per il momento) la possibilità che il Governo ci riprovi con l'atomo, si è abrogato anche l'obbligo di assolvere al grande impegno pluridecennale da tutti auspicato, a destra come a sinistra: l'allestimento entro un anno al massimo del Piano Energetico Nazionale che dia finalmente un equilibrio coerente e a lungo termine ai sussidi per le rinnovabili, al potenziamento delle infrastrutture energetiche, alla promozione della ricerca di settore, alla creazione di un vero mercato dei prodotti e dei servizi energetici.
Cercasi Piano energetico disperatamente, ammoniva solo qualche settimana fa Il Sole 24 Ore. Grande inadempienza della politica, si disse. Un barlume di Piano in effetti c'era. Era nella legge appena abrogata. Rifarne un'altra è ora un obbligo, della massima urgenza. (Fonte, Il Sole 24 Ore, clicca qui)

TARIFFA IDRICA

Con la vittoria del sì al referendum sulla tariffa idrica, viene cancellata la «adeguata remunerazione del capitale investito» dagli elementi che contribuiscono a formare la tariffa pagata dai cittadini per la fornitura dei servizi di distribuzione dell'acqua, di depurazione e di fognatura. Restano ferme le altre componenti della tariffa idrica previste dal primo comma dell'articolo 154 del decreto legislativo 152/2006 (codice ambientale).
Oggi l'adeguata remunerazione del capitale, che copre l'ammortamento degli investimenti al lordo dei costi finanziari del debito, è fissata al 7%.
Interpretata alla lettera, l'eliminazione della remunerazione del capitale investito comporterebbe la possibilità di realizzare investimenti soltanto con contributi pubblici a fondo perduto. Una rigidità inostenibile, considerando le difficoltà della finanza pubblica. Anche tra i sostenitori del referendum si sostiene quindi che sarebbe necessaria una nuova legge per regolamentare il finanziamento degli investimenti, probabilmente nella direzione di una riduzione dell'attuale misura della remunerazione e al tempo stesso di una riformulazione del concetto di capitale investito, più legata all'organizzazione complessiva del servizio. Per gli investimenti già in essere difficile pensare a una ridefinizione d'autorità delle condizioni e dei contratti. Si andrà avanti secondo le modalità già stabilite o sarà necessaria ua legge per ridefinirle.
Sul piano politico, il sì al referendum sulla tariffa idrica rafforza l'allontanamento delle imprese private (anche di natura finanziaria e bancaria) dal mondo dei servizi pubblici locali. (Fonte articolo, Il Sole 24 Ore, clicca qui)

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