22 novembre 2010

Regione Lazio, è crisi qualità dell'acqua

Niente deroga sulla quantità di alcuni metalli pesanti e sostanze inquinanti disciolti nell'acqua ad uso umano, l'Ue è categorica, l'Italia, da tempo, un po' meno. Stavolta però Bruxelles sembra fare sul serio ed il risultato è inquietante: la Caporetto della potabilità dell'acqua si trova nel Lazio con ben 91 comuni che rischiano un qualcosa come "l'interruzione del servizio", tradotto: i rubinetti potrebbero sputare aria. Tra le aree più flagellate assume particolare importanza la Provincia di Roma con al suo interno l'area dei Castelli Romani, dove da ben cinque anni si è consumata una querelle irresponsabile tra  (alcuni) comuni, la Provincia e la Regione Lazio. I castellani sono infatti l'esempio di una condotta da non imitare e da non liquidare con semplicità sotto più profili, in primis quello sanitario. Dal 2005 il territorio degli Albani inizia a registrare quantità  sempre più marcate di metalli pesanti (spesso velenosi) come l'Arsenico, Manganese, Vanadio e Fluoro disciolti nelle acque ad uso potabile. Viene, chiaramente, subito additata la natura prettamente vulcanica di un'area che nei decenni precedenti non aveva registrato sostanziali problemi circa la qualità delle proprie acque, ma che anzi vantava risorse idriche degne di nota sia per quantità che per purezza.  Vulcano Laziale o no, rimane il dilemma: dove si è "intorbidita" la falda? La natura geomorfologica del territorio degli Albani avrebbe infatti dovuto ricordare, da subito, ad alcuni amministratori perennemente armati di "cofana e carriola", che data la natura del sottosuolo lo sviluppo urbanistico dell'area sarebbe dovuto essere contenuto e razionale. In una parola: sostenibile. Chiaramente non è stato così. 
Dalla fine degli anni '90 esplode la speculazione edilizia ai Castelli Romani, in particolar modo lo strumento dei Patti Territoriali aggredisce il comprensorio con obbrobriosi progetti di speculazione edilizia. Brutto scrivere per iperboli ma, nei fatti, inizia il dramma. Distorsioni varie: acqua, viabilità, qualità dell'aria, qualità dei servizi con conseguenti ricadute sanitarie sulla popolazione civile.
Nel 2005 si registra un picco della leva di "sviluppo" edilizio nel bacino Castelli Romani ed infatti subito dopo non tardano gli effetti collaterali di un ambiente che non digerisce più l'irrazionale pressione antropica: il livello dei laghi vulcanici accusa uno squilibrio endemico e sempre più marcato, i pozzi idrici secolari vanno in secca costringendo il gestore a pescare acque sempre più in profondità e quindi sempre più ricche di metalli pesanti. Iniziano  al contempo le reiterate crisi idriche estive che ormai connotano  costantemente il comprensorio degli Albani colpendo soprattutto i comuni che da gioielli paesaggistici vengono sventrati dal cemento speculativo e dall'abusivismo fai da te. Unitamente alle crisi idriche arriva la potabilità gradualmente compromessa, tutto ciò sempre nel 2005. Comuni e Regione Lazio frenano in un primo (ed unico) momento la problematica innalzando i valori limite di alcuni metalli pesanti come l'Arsenico. Si stabilisce infatti una deroga che per "legge" porta la quantità minima di Arsenico ammessa in quella precisa area territoriale a 20 microgrammi/litro rispetto ai 5-10  microgrammi litro previsti dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). La deroga però, lo dice la parola stessa, dovrebbe corrispondere ad uno stato transitorio.  "Ovviamente" non è così. La Regione Lazio risolve nei fatti il problema passando da una deroga all'altra, alcuni comuni ringraziano e, come se niente fosse, continuano l'espansione edilizia verso sud, ovest ed est. I  Castelli Romani vivono da cinque anni in un regime di non potabilità effettiva delle proprie acque destinate all'uso alimentare e quotidiano. Poi, "per fortuna" si arriva alla fine, ad oggi, ad una situazione compromessa o quasi. La Pisana finisce i bonus (le deroghe), la Regione per legge non può più estendere autonomamente la deroga  altrimenti è chiaro che in quel bacino territoriale le acque rientrano in uno stato ordinario di non potabilità e non più  di transitorietà. In pratica la potabilità effettiva va in qualche modo ristabilita o si dovrebbe interrompere il servizio.
C'è però ancora un margine, con le falde castellane compromesse ed ormai in secca, di fronte ad una situazione di approvvigionamento idrico alternativa non completata, si chiede l'intervento dell'UE. Così l'ultima deroga deve arrivare direttamente da Bruxelles che, però, appreso quanto accaduto nel Lazio ed in particolare ai Castelli Romani, non vuol saperne di concedere l'ultima deroga per sostanze come l'Arsenico che da 10 Microgrammi/litro la Regione Lazio vorrebbe portare a 50 Microgrammi per litro. L'UE consiglia quindi alle autorità amministrative competenti di far rientrare subito la qualità delle acque in un regime di effettiva potabilità e non concede ulteriori innalzamenti ai valori limite, consapevole della possibile problematica sanitaria futura derivata dalla latenza sulla popolazione civile di ben 5 anni di acqua condita con metalli pesanti. Problema non da bere questo, i Castelli Romani ed alcune altre aree del Lazio (in genere le più vicine a Roma, quelle cioè che hanno subito l'erosione massiccia da parte del cemento) hanno i pozzi in secca e questo significherebbe far arrivare la risorsa idrica da altri bacini territoriali imponendo infrastrutture la cui messa in opera richiederebbe un certo preciso arco temporale. Cosa in parte in fase di attuazione ma non ancora realmente operativa. E nel frattempo?  Di sicuro ci sono le analisi compiute da anni direttamente dai movimenti cittadini sparsi su tutto il territorio castellano, sono stati loro i primi a denunciare le delicate condizioni delle acque erogate nel bacino, a consigliare ai cittadini di non utilizzare quello "schifo". Gli stessi movimenti lamentano  ora una situazione idrica futura ai limiti della'irrimediabilità, la Regione chiede una nuova deroga, l'Ue non la concede e l'acqua rischia di essere interdetta all'uso potabile, badate bene, al momento soltanto per le concentrazioni di Arsenico. Nel marasma di una politica regionale e locale che fatto il danno non sa  bene come rimediare, qualche cittadino fa notare altri aspetti di fondo non proprio secondari in un bicchiere completamente mezzo vuoto: i cittadini dei Castelli Romani (e non solo) per un lustro hanno pagato salatissime bollette idriche a fronte di una misera qualità dell'acqua, risorsa che non valeva/vale il reale valore economico corrisposto al gestore per mezzo delle bollette. Ma non solo, nello stesso territorio la Regione Lazio vuole edificare un inceneritore che utilizzerà 28.000 m3 d'acqua al giorno. Questioni che rimangono sul tavolo, in fieri tra una vertenza e l'altra, tra un diritto negato e compromesso poi, tra una boccata d'aria ed un sorso di pura acqua all'Arsenico.
 
Il «niet» giunto dall’Unione Europea è tassativo: niente deroga all’ innalzamento dei limiti chiesti dall’Italia sulla concentrazione di arsenico nelle acque a uso alimentare. Perchè in taluni casi possono provocare malattie, perfino l'insorgere del cancro. Scatta ora una guerra contro il tempo per evitare che a casa di migliaia di famiglie i rubinetti possano restare chiusi a seguito di una possibile raffica di ordinanze.
Sono ordinanze richieste da Bruxelles, che potrebbero proibire l’uso potabile dell'acqua. L’intimazione indirizzata il 28 ottobre al ministero della Salute dall’Ufficio Ambiente della Ue apre un pesantissimo problema sanitario in 128 comuni dello Stivale divisi tra 5 regioni. 
In testa c’è il Lazio, con 91 città e borghi (sparsi tra le provincie di Roma, Latina e Viterbo) dove i sindaci, a meno di soluzioni miracolose dell’ultimo istante, potrebbero essere costretti a firmare un provvedimento per vietare di bere l’acqua. Nell'elenco segue la Toscana, con 16 località; altre 10 sono in Trentino, 8 in Lombardia e 3 in Umbria. Tutte con lo stesso problema: negli acquedotti c’è una concentrazione elevata di arsenico, talvolta con valori massimi di 50 microgrammi per litro mentre la legge ne consente al massimo 10. Quantitativi che sarebbero fuori norma – ha spiegato l’Italia in un dossier spedito alla Ue - per cause «naturali»: in qualche modo originati da stratificazioni geologiche di origine lavica, come nel caso dei Castelli Romani e del Viterbese.
Giustificazioni inascoltate però dall’Unione Europea che – accogliendo il ricorso solo per i meno preoccupanti borio e fluoruro - non vuole più, nelle acque potabili, quelle cifre superiori ai 10 microgrammi di arsenico per litro. Il motivo è che «valori di 30, 40 e 50 microgrammi» possono determinare «rischi sanitari, in particolare talune forme di cancro». Ecco perché le deroghe, soltanto per tempi limitati, possono essere richieste sino a concentrazioni di 20 microgrammi per litro. 
A febbraio l’Italia – che ha recepito le direttive comunitarie in una legge sulle acque potabili in vigore dal 2001 - ha chiesto di innalzare i limiti consentiti temporaneamente, appunto, a 50. Ma la Ue ha bocciato la domanda facendo esplodere un problema che, stando al documento ufficiale indirizzato al ministero della Salute, riguarda i rubinetti di circa 250 mila famiglie.
Ad essere coinvolte sono grandi capoluoghi e paesi di poche decine di anime: per restare al Lazio, gli «utenti interessati» a Latina sono 115.490, ad Aprilia 66.624, a Viterbo 62.441 e poi ancora 10 mila ad Albano e 18 mila a Sabaudia. In Toscana acque a rischio in località vacanziere come Piombino, Cecina, Porto Azzurro e Porto Ferraio, ma anche Foiano della Chiana, Montevarchi, Campo nell'Elba, Rio Marina, San Vincenzo. Problemi anche a Orvieto in Umbria, mentre a Solda di Fuori, in Alto Adige, sono «solo» 25 gli abitanti che potrebbero ritrovarsi senz’acqua. 
Acque non salubri vengono identificate nella tabella del documento Ue nelle province di Mantova (Marcaria, Roncoferraro, Viadana), Sondrio (Valdidentro e Valfurva) e Varese (Maccagno, Sesto Calende, Dumenza). Il comune di Cava Manara, in passato con problemi, ora ha acque «perfettamente potabili» grazie all’apertura di nuovi pozzi. In Trentino, risultano non a norma le acque di Laste/Cantanghel, Canal San Bovo, Fierrozzo, Frassilongo.
Quanto alla Campania, 14 comuni - non gravati dall'allarme arsenico - hanno ottenuto la deroga per ciò che riguarda il floruro: si tratta di Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, S. Anastasia, San Giorgio a Cremano, S. Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre del Greco, Volla.  
Quel che succederà adesso ancora non è chiaro. Contatti frenetici sono in corso tra il ministero della Salute e gli assessorati all’Ambiente delle Regioni coinvolte. Dove il problema è più sentito - appunto come nel Lazio - Asl e Comuni interessati al possibile divieto si sono incontrati per delineare una strategia comune, allertando anche le Prefetture. E’ stato chiesto un pronunciamento all’Istituto superiore di sanità per stabilire le linee guida cui dovranno attenersi le autorità mentre la Regione ha preparato una specie di vademecum che presto sarà distribuito presso scuole, uffici pubblici, ospedali, aziende. 
In sostanza: dovrà essere data la massima informazione all’utenza riguardo la nuova regolamentazione. Poi la responsabilità passerà ai sindaci che dovranno valutare se firmare le ordinanze di divieto. Nel frattempo Acea, Regione e Commissariato alle acque potabili stanno sistemando delle specie di «filtri» per abbassare la presenza dell’ arsenico e miscelare acque provenienti dagli acquedotti come quello del Simbruino – prive di arsenico – con quelle raccolte dai pozzi, i principali accusati per i valori fuori norma.  
«Provvedimenti allo studio da tempo – è l’assicurazione giunta al termine della riunione –, ma che adesso devono essere accelerati per via della normativa Ue che nessuno si aspettava così immediata». In questa situazione convulsa non manca chi si arrangia da sé, tanto che nei dintorni di Frascati, a sud di Roma, un consorzio di cittadini ha pensato bene di comperare un depuratore per l’arsenico.(Fonte: Il Corriere della Sera, qui l'articolo)

Adesso quei limiti imposti dalla Ue non sono un problema. Ma entro fine anno, se tre Asl e alcune decine di comuni del Lazio non riusciranno ad adeguarsi alle nuove prescrizioni, il rischio per migliaia di famiglie è quello di vedere proibito l’uso dell’acqua a fini domestici. Tutto nasce dal «tetto» fissato alla concentrazione dell’arsenico: l’Unione Europea non vuole più i quantitativi superiori ai 10 microgrammi per litro. Valori massimi che però, in certe località della regione, risultano «sforati», con punte di 50, anche per via di deroghe consentite. Per affrontare la questione ieri c’è stato un «summit» delle Asl interessate, quelle dei Castelli, Latina e Civitavecchia. I responsabili dei Dipartimenti di prevenzione hanno ricevuto dall’assessorato regionale all’Ambiente un «vademecum» riguardante ciò che sindaci e autorità sanitarie dovranno fare quando scatteranno i limiti, «presumibilmente a fine anno». In sostanza: dovrà essere data la massima informazione all’utenza - famiglie, scuole e aziende - riguardo la nuova regolamentazione. Nel frattempo Acea, Regione e Commissariato alle acque potabili stanno sistemando delle specie di «filtri» per abbassare la presenza dell’arsenico. «Provvedimenti allo studio da tempo – è l’assicurazione giunta al termine della riunione –, ma che adesso devono essere accelerati per via della normativa Ue che nessuno si aspettava così immediata». Dallo staff dell’assessore regionale all’Ambiente Marco Mattei assicurano un imminente «piano risolutivo. Ci sono contatti costanti - spiegano - con il ministero alla Salute». Il comitato «Acqua pubblica di Velletri» polemizza: «Della nuova regolamentazione Ue le autorità italiane sono state informate almeno dallo scorso 28 ottobre». (Fonte Il Corriere della Sera, qui per l'articolo)

Nessun commento:

Posta un commento

Grazie per commentare in questo sito.