30 novembre 2010

Il maestro caustico che raccontava l'Italia

Aveva il passo svelto, scattante, di chi non ha tempo da perdere in sciocchezze. Lo aveva anche adesso, negli ultimi tempi, dopo aver ampiamente superato la tappa dei 90 anni, dopo aver pianto, commentato e ricordato tanti amici. Una lunga schiera degli amici e dei colleghi che con lui avevano vissuto la stagione d'oro del cinema italiano. A chi gli chiedeva di rievocarla, quell'epoca scintillante, anche se lo aveva già fatto mille volte, rispondeva sempre, senza risparmiarsi, mai burbero, mai banale, ma un filo ironico sì, perché i giornalisti che gli telefonavano per farlo parlare dei morti facevano il loro lavoro, certo, ma erano un po' becchini di parole. E lui lo sapeva. Era capitato, le ultime volte, con la scomparsa di Suso Cecchi D'Amico e poi di Dino De Laurentiis.

Ieri sera Mario Monicelli dev'essersi stufato. A Roma pioveva a dirotto, in mezzo al traffico e alle luci di Natale. Deve aver pensato che la misura era colma, che i coetanei, le persone a cui aveva voluto così bene, con cui si era così tanto divertito, erano andati tutti via e lui, in quest'epoca che non gli piaceva, in fondo che cosa ci stava a fare: «Non si può passare la vita a rimpiangere i vecchi tempi - aveva dichiarato un anno fa a Torino -. Io non faccio più film perché non sono in grado. Se potessi racconterei quest'Italia allo sbando. Sono tempi vuoti e pericolosi. Riprenderei questo Occidente chiuso in un bunker, che per paura è pronto non a respingere, ma a uccidere gli stranieri che arrivano da noi».

Per chi, nato a Viareggio il 16 maggio del 1915, aveva realizzato, con Dino Risi e Luigi Comencini, il miracolo della commedia all'italiana, dirigendo film cardine della storia del cinema, da «Guardie e ladri», nel 1951, ai «Soliti ignoti», nel 1958, dal capolavoro «La grande guerra», Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1959, ai «Compagni» nel 1963, ammettere pubblicamente di non poter più dirigere doveva essere stato duro, e difficile: «Non so cosa potrei avere da dire di così importante da giustificare un ritorno alla regia». Le battute caustiche, il piglio deciso, la parola d'ordine più fedele, ovvero retorica mai, devono aver nascosto un momento di vita complicata, pesante. Non ci si uccide a 95 anni, lo dicono tutti, lo dice Giovanni Veronesi, il regista che nel maestro si specchiava con affetto e deferenza, ma lo dice anche un tassista romano che sente la notizia e subito si scatena sull'Iphone.

Anche il padre, Tommaso, scrittore e giornalista, si era tolto la vita nel 1946. Forse quella tragedia gli era rimasta in mente, come un esempio da tener presente, quando proprio non ce la si fa più: «Un anno fa - dice Carlo Verdone - lo avevo chiamato per fargli gli auguri di Natale. Rimase sorpreso, mi disse “gli auguri non me li fa più nessuno”». Alla sua età, deve aver pensato, che cosa si può più augurare. Dopo aver diretto gli attori più grandi nel massimo fulgore del talento, da Totò a Alberto Sordi, da Vittorio De Sica a Marcello Mastroianni, da Ugo Tognazzi a Walter Chiari, da Anna Magnani a Nino Manfredi, da Paolo Villaggio a Philippe Noiret, dopo aver visto, nell'occhio della macchina da presa, tanta vita e tanta bravura, si poteva anche non aver più voglia di niente. Quando era morto Vittorio Gassman, il suo Gassman, quello dell'«Armata Brancaleone» e di «Brancaleone alle crociate», lo si era visto, Mario Monicelli, arrivare a testa bassa, con l'andatura svelta di sempre, sotto casa dell'attore.

Tutti pensavano che terribile prova assistere alla fine degli amici. Poi è successo tante altre volte. E intanto il cinema, quello vero, quello delle giornate sui set, degli scherzi e del lavoro, della rivalità tra attori e dei cestini mangiati durante la pausa, si allontanava sempre di più. Dopo l'ultimo, grande successo, «Speriamo che sia femmina», l'opera in cui Mario Monicelli rivelava al meglio la sua profonda conoscenza dell'animo delle donne insieme alle contraddizioni del femminismo, arrivarono «Parenti, serpenti», «Cari, fottutissimi amici», la miniserie tv «Come quando fuori piove» e poi, nel 2006, «Le rose del deserto», ispirato al «Deserto della Libia» di Mario Tobino e a «Guerra d'Albania» di Giancarlo Fusco. Per realizzare il progetto c'erano voluti anni, e la lavorazione fu rallentata da ritardi e difficoltà. Basta, deve aver detto Monicelli, i premi, i riconoscimenti, gli inviti ovunque, piovevano da tutte le parti e lui ci andava, senza perdere la voglia di dire ogni volta esattamente quello che pensava.

Durante la scorsa estate aveva arringato a Roma gli studenti di una scuola di cinema: «Dovete usare la vostra forza e non tacere, dovete sovvertire, protestare. Fatelo voi che siete giovani. Io non ho più l'età». Lo avevano ricambiato con un'ovazione, quei ragazzi attoniti davanti a un anziano più arrabbiato di loro. Peccato, magari oggi, se ci fosse ancora, sarebbe stato contento di vedere le ultime proteste. E di vedere anche nuovi registi crescere: «Speravo che Paolo Sorrentino e Matteo Garrone non fossero solo una fiammata, invece mi sa che è così». Con l'ultimo lavoro aveva raccontato il suo quartiere, «Vicino al Colosseo c'è Monti» e si era un poco rincuorato: «A me pare di sentire una svolta, il sussulto c'è, non si fanno solo film di puro passatempo». 

Articolo di Fulvia Caprara, La Stampa di Torino, clicca qui.
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