Loading...

07 luglio 2009

"Chi ha paura muore ogni giorno"

_Scelgo di anticipare questo post di qualche giorno. Unisco virtualmente la data dell' 19 luglio 2009 a quella dell'11 aprile 1987 data in cui Giuseppe Ayala chiuse la requisitoria del Maxiprocesso. Per la prima volta nella storia l'intero movimento mafioso alla sbarra. Quel processo di portata storica ebbe ed ha risvolti sociali, politici, economici e di organizzazione criminale ancora oggi. A quell'immensa opera di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso i giudici istruttori (martiri per lo stato) Paolo Borsellino e Giovanni Falcone prestarono opera ineguagliabile. Gran parte della loro stessa vita professionale e non. Ottomila pagine, quelle dedicate al processo circa un milione, quattrocentosettatancinque imputati. Di quell'immenso lavoro Giuseppe Ayala rappresentò poi l'accusa durante lo stesso processo, svoltosi tra il 1986 ed il 1987. Desidero ricordare Paolo Borsellino in questo modo, con le parole del suo amico, con le frasi storiche con le quali l'accusa concluse la requisitoria del Maxiprocesso. Parole atte a sancire finalmente la dignità che lo Stato (seppur per poco) aveva deciso di riprendersi agli occhi di un mondo mai così interessato all'Italia. Vi prego soltanto di comprenderne alcuni passaggi e di adattarli a quel preciso momento storico. Cose oggi ovvie grazie a "loro", a quei tempi erano novità di assoluto rilievo. Per chi ha pazienza di leggere come tributo alla loro memoria e arricchimento civile personale. Maestri di pensiero e di verità. Fari abbaglianti.
_L’aggregato fondamentale è costituito dalla “famiglia”, espressione organizzativa territoriale (il quartiere in città, i vari paesi nella provincia), posta alla base della piramide gerarchica. Compongono la “famiglia” gli “uomini d’onore” o “soldati”, la cui investitura è consacrata da una cerimonia rituale, “il giuramento”. La formula recita, più o meno, così: “Le mie carni possano bruciare come questa immagine sacra se non manterrò fede al giuramento”. Viene pronunciata dopo che un dito del novizio è stato punto, per provocare la fuoriuscita di sangue, mentre costui tiene in mano la “Santuzza”. Gli elementi che caratterizzano il giuramento sono, pertanto, il fuoco, il sangue e il sacro. Si tratta di elementi evocativi che sottolineano con intensità la forza simbolica del momento, che va avvertito come vera e propria scelta di vita. Il messaggio è: “Da oggi non sei più quello di prima. Sei assoggettato ad una struttura, della quale potrai avvalerti, ma che si servirà di te ogni qualvolta se ne presenterà la necessità”. Il parallelo con la prestazione del giuramento richiesto dalla legge al pubblico funzionario, all’atto del suo ingresso in carriera (absit iniuria verbis), sorge spontaneo e conduce alla scoperta della sostanziale identità della funzione che l’uno e l’altro assolvono. Cosa giura, invero, il pubblico funzionario se non di “bene e fedelmente osservare le leggi?” Ma poiche è fuori discussione che tale obbligo incomba indiscriminatamente su tutti i cittadini, sorge un quesito: “Ma che bisogno c’è di quel giuramento?”. Eppure, al di là della sua apparente superfluità, esso assolve ad una precisa funzione assegnatagli dall’ordinamento: quella di conferire ritualità formale all’inserimento del singolo in un organismo collettivo, all’interno del quale e per il quale, egli a partire da quel momento opererà. Risponde, cioè, alla stessa esigenza avvertita dall’ordinamento mafioso. Aveva ragione il grande giurista Santi Romano quando, negli anni Trenta, inserì nella sua opera “Unicità e pluralità degli ordinamenti giuridici” anche quello mafioso. La prestazione del giuramento segna la positiva conclusione di un “periodo di osservazione”, di varia durata, volto ad accertare il possesso, da parte del candidato, di alcuni requisiti fondamentali quali: coraggio, disponibilità al delitto e situazione familiare immune da “ombre”. Tra queste le più significative sono: la parentela con sbirri e la presenza di “corna” nel parentale più prossimo. L’aspetto contenutistico più rilevante della formula è indubbiamente rappresentato dall’evocazione della morte che accoglie, così, il nuovo adepto sin dalla cerimonia d’ingresso. Ciò non è casuale. La morte, infatti, costituisce l’asse portante della vita di “Cosa Nostra”. Ne è sempre stata la compagna di viaggio più fedele. Non per gusto, ma per necessità. Perché proprio alla morte è affidata la concreta effettività del sistema sanzionatorio di “Cosa Nostra” e, quindi, di quello precettivo; del rispetto, cioè delle regole. Chi sbaglia sa che pagherà il proprio “sgarro” con la vita. Non può di certo negarsi che è ben difficile concepire una remora di maggiore efficacia. La mafia non dispone di carceri, né può permettersi il lusso di congegnare più o meno articolati meccanismi repressivi o espiatori. La sanzione deve, soprattutto, essere esemplare. Non esistono esigenze di emenda né, tantomeno, di rieducazione. Ecco perché se la mafia non avesse ucciso sarebbe morta, si sarebbe disgregata. E ancora. Una volta entrato a far parte di una “famiglia”, la condizione di “uomo d’onore” cessa solo con la morte. Nessun recesso è previsto: “Semel, semper”. Anche questa norma, al pari delle altre, ha un senso preciso, legato al dovere fondamentale di ciascun “uomo d’onore”: quello di mantenere il più assoluto segreto su tutto ciò che riguarda la “Cosa Nostra”. La struttura dell’organizzazione è gerarchica. Il vertice è rappresentato da un organismo collegiale denominato “Commissione” o “Cupola”, la cui esistenza può ritenersi addirittura postulata dalla accertata caratteristica di “Cosa Nostra”, quale organizzazione criminale fondata su base territoriale, dai tratti marcatamente paramilitari, che la accostano alla nozione concettuale di “Istituzione territoriale armata”. Sino al punto da assumere, nei fatti, i caratteri fondamentali di un vero e proprio “sistema giuridico”, netto, come abbiamo visto, dal binomio precetto-sanzione. Un ordinamento da intendere quale espressione ontologica di un potere che dispone di uomini e mezzi e che si materializza, come è ormai anche nella legge (art. 416 bis codice penale), nella intimidazione, che opera verso l’esterno, ma anche sugli associati, e nella condizione di assoggettamento che ne deriva. Il controllo del territorio costituisce il presupposto essenziale, per un verso, della affermazione “visibile” del potere, e per l’altro, dell’”utile gestione” di svariati affari illeciti: sbarco di sigarette di contrabbando, gestione di laboratori per la produzione di eroina, appalti, subappalti, estorsioni (il cosiddetto pizzo), rifugi per i latitanti e così via. L’organizzazione è capillare e si sostituisce di fatto allo Stato che, su tale fronte, ha di sicuro molto da farsi perdonare. Così stando le cose, dal punto di vista dello Stato, la mafia si manifesta come autentico “contropotere” con matrici storico-ambientali sempre più lontane, e non soltanto cronologicamente. Intendiamo riferirci alla tradizionale accettazione, se non addirittura al consenso, con i quali diffusi strati della popolazione siciliana hanno alimentato, e quasi legittimato, il fenomeno mafioso. Si trattava, a ben vedere, di un consenso fondato su insicurezza e paura, ma prodotto anche dall’apparente ideologia mafiosa, contraddistinta dall’uso mistificatorio di valori fortemente avvertiti dalla gente di Sicilia. (Il senso della famiglia e dell’amicizia soprattutto). E, tra tutti, il sentimento dell’”insularità”, storica, se non addirittura etnica, prima ancora che geografica. Quel sentimento in forza del quale, ancora per tanto tempo dopo l’unità d’Italia, Roma è stata sentita lontana ed estranea quanto e come prima lo erano state Atene o La Mecca, Madrid o Napoli. Anche quello era “distacco” dalle Istituzioni”. Un distacco da popoli e governi invasori, pronti ad imporre ed esigere gabelle, ma assai meno inclini ad assicurare esigenze elementari quali la sicurezza e la pace sociale. Tutto ciò può aver determinato la nascita della “Mafia” intesa come garante, in via suppletiva, dell’ordine e della giustizia. In una parola, come difesa della sopraffazione. La mafia delle origini, forse, non certo quella del traffico internazionale di stupefacenti o del sangue di tanti inermi servitori dello Stato, sparso senza ritegno alcuno. La verità è che la condanna della mafia è ormai nella Storia e nella coscienza degli appartenenti alla società civile, prima ancora che nelle aule di giustizia. Si tratta tuttavia di un contropotere vecchio di oltre cento anni che affida la sua continuità alla disponibilità di fatto di tutti i requisiti di un “Ente territoriale (armato)”. Tali requisiti ne fanno un vero e proprio Stato-ombra. La nozione giuridica di Stato (Ente territoriale per eccellenza), infatti, è affidata dalla dottrina costituzionalistica ad un “assioma” per cui: “Lo Stato è un ente sociale che viene in formazione quando, su un territorio determinato, un popolo si organizza giuridicamente, sottoponendosi all’autorità di un Governo”. Ebbene, “Cosa Nostra” dispone di una collettività sociale, composta non soltanto dagli associati, ma anche dai soggetti di una vasta area di contiguità dai confini assai difficilmente circoscrivibili, ma di certo non ristretti. Dispone, inoltre, di un territorio del quale mantiene l’appropriazione mediante la costante capillarità del controllo che sul medesimo esercita e, necessariamente, infine, di un Governo, altrimenti non sarebbe durata tanto. Lo Stato, prima o dopo, l’avrebbe cancellata. E invero, in assenza di una “direzione strategica”, si sarebbe trattato di gruppi criminali disomogenei e, in quanto tali, di non lungo respiro. E, invece, il secolo non arriva a coprirne l’intera storia. La comunità sociale ed il territorio non sono di esclusiva pertinenza di “Cosa Nostra”. Questa, infatti, li divide con lo Stato democratico. La “convivenza” non è, però, necessariamente insostenibile. Anzi, per lunghi periodi, si è rivelata pacifica, malgrado la profonda diversità non solo della legittimazione ma, soprattutto, dei fini. La finalità di “Cosa Nostra” ad altro non si riduce che alla accumulazione di ricchezza. Ha riferito il pentito Marsala che la ragione per cui si entra a far parte della mafia è: “Diciamo nauntri… pi fari piccioli”. Ciò spiega anche la sua ideologia conservatrice. Non ha alcun interesse, salvo particolarissimi e ben giustificati casi, a qualsivoglia sovvertimento. L’organizzazione si infiltra, sfrutta, regola scelte politiche, amministrative ed economiche. Perché cambiare e sopportare il costo della ricerca di nuovi canali di “permeabilità”? A “Cosa Nostra” è sufficiente disporre di propri uomini nelle Istituzioni, nella politica, nell’amministrazione e nell’economia. Meglio che il sistema rimanga così com’è. Questa e non altro, signori della Corte, è la Mafia. (Fonte: Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno, i miei anni con Falcone e Borsellino, ed. Mondadori)

2 commenti:

tommi ha detto...

son passato ma non ho avuto tempo di leggere fino in fondo. mi prometto di tornare a breve,
a presto,
tommi

Luca ha detto...

Grazie Tommi.
Ti aspetto.
Luca