27 aprile 2009

Chernobyl ventitre anni dopo


_Due esplosioni, una dietro l’altra, la notte del 26 aprile 1986 al reattore della quarta unità di Chernobyl, hanno immesso in atmosfera 11 miliardi di miliardi di Bequerel di radioattività, una quota 30 miliardi di volte superiore alla dose massima utilizzata nelle terapie radiologiche dei tumori. Gli operai addetti alla centrale, i pompieri accorsi subito a spegnere l’incendio e i primi soccorritori inviati dall’armata rossa sono morti dopo pochi giorni per effetto delle radiazioni ricevute mentre è un numero difficilmente quantificabile, ancora oggi a distanza di 23 anni da quella catastrofe, quello delle vittime per gli effetti a lungo termine delle radiazioni assorbite. Ci vollero dieci giorni per domare gli incendi all’impianto e furono 130 mila gli abitanti evacuati dai villaggi che stavano nel raggio di 30 km dalla centrale. Cernobyl ha cessato la sua attività il 15 dicembre del 2000, con la chiusura del reattore che ha continuato a funzionare per altri 14 anni dopo quell’evento considerato il più grande disastro nella storia del nucleare civile, le cui conseguenze continuano ad essere la realtà quotidiana per milioni di persone. Il fall-out radioattivo, che si liberò dalla centrale ucraina, ha infatti interessato oltre 150mila chilometri quadrati di territorio tra Bielorussia, Ucraina e Russia, coinvolgendo più di 3 milioni di persone. «La situazione in Bielorussia è ancora oggi molto preoccupante – ha ricordato Angelo Gentili, responsabile del progetto Legambiente solidarietà – mentre l’interesse della comunità internazionale viene meno ogni anno di più. Le popolazioni sono abbandonate a se stesse e non è sufficiente il lavoro di cooperazione che centinaia di associazioni e Ong, come la nostra, portano avanti da anni. Per questo continueremo nella nostra azione di solidarietà con azioni concrete ma anche iniziative che richiamino l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema della sicurezza nucleare e sul dramma che stanno vivendo le popolazioni che vivono nelle zone contaminate di Bielorussia, Russia e Ucraina». Un dramma che Legambiente vuole ricordare in occasione del 23° anniversario perché non ne vada perduta la memoria e per ribadire la sua decisa contrarietà a un ritorno alla produzione di energia nucleare in Italia.
Saranno decine le iniziative organizzate in tutto il Paese dall’associazione nei giorni che precedono e in quello dell’anniversario del 26 aprile. Dibattiti, proiezioni di film, sportelli informativi nelle piazze, convegni e rassegne si aggiungeranno a centinaia di eventi simultanei annunciati per il 25 e 26 aprile con il Chernobyl day l’iniziativa internazionale coordinata a livello europeo da Sortir du Nucléaire (Francia), una federazione di 842 associazioni che si battono contro il “potere nucleare”.
«A 23 anni dall’incidente di Chernobyl, il nucleare pone ancora gravi problemi di sicurezza - ha spiegato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – e oltre ad essere una fonte energetica costosa, non abbasserà affatto la bolletta energetica nazionale, non ridurrà la dipendenza italiana dall’estero e non ci permetterà di rispettare la scadenza europea del 2020 per la riduzione delle emissioni di gas serra prevista dall’accordo europeo 20-20-20». Contro il piano del governo che prevede la costruzione delle prime nuove centrali entro il 2020, con l’obiettivo di produrre a regime il 25% dell’energia elettrica dal nucleare, Legambiente ha lanciato nei mesi scorsi la campagna “Per il clima contro il nucleare” proponendo, tra le altre cose, alle amministrazioni locali di dichiarare il proprio territorio “sito denuclearizzato” e una raccolta firme “per un sistema energetico moderno, pulito, sicuro”.
«Se l’Italia decidesse di puntare, come intende fare il governo, sul nucleare- ha proseguito Cogliati Dezza- visto il costo ingentissimo dell’operazione, abbandonerebbe di fatto qualsiasi investimento alternativo sullo sviluppo delle tecnologie pulite e dell’efficienza energetica e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale, che ad esempio in Germania occupa 250 mila lavoratori».
«Non è del nucleare che l’Italia ha bisogno per rilanciare l’economia e risolvere la sua dipendenza dal petrolio – ha concluso Cogliati Dezza - ma di un mix di efficienza, risparmio energetico e potenziamento delle fonti rinnovabili».
Parole che ha usato anche la presidente statunitense dell’Epa, Lisa Jackson, nel corso di una conferenza tenuta ieri sera nell’ambito del G8 ambiente a Siracusa, dove ha ribadito le intenzioni del presidente Barak Obama di puntare ad una economia a basso contenuto di carbonio, con lo sviluppo di energie rinnovabili ed efficienza energetica e dove il ruolo del nucleare è destinato a divenire sempre più marginale, anche per i problemi non risolti della destinazione finale delle scorie che produce. (Fonte: Greenreport)

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