10 gennaio 2008

Prezzi salati, dieta mediterranea a rischio

futuribilepassato.blogspot.com_Luca Tittoni
In fin dei conti la quota di consumo assorbita dal cittadino italiano vede ancora al secondo posto l'alimentazione. Ed io che dato l'apparire di questa nostra società "avanzata" ho pensato subito a vestiario o Suv. Solito malfidato di stampo consumista. Quindi lamentiamoci, ma per cortesia con ottimismo e fiducia. Sarei curioso di sapere come viene eroso/diviso il flusso di consumo ad oggi "mancante". Se cioè gli italiani acquistano effettivamente meno vitto (cosa sicuramente preponderante) o se magari indirizzano il loro reddito ripiegando su beni fungibili e sostitutivi. Domande a parte, prosegue la fiammata riguardante molti beni di prima necessità. Rialzo che dovrebbe alterare gli equilibri del paniere dato ma che non varia (secondo gli esperti di via XX settembre) l'inflazione su base tendenziale. Il cittadino però, a tutto questo si presta in modo disinteressato e apatico. Dei dati statistici e dei servizi dei nostri tg se ne fa poco o nulla. Per esso conta soltanto il portafoglio nel quotidiano spendere. E allora cresce in noi il tanto da me odiato divario tra inflazione reale e inflazione percepita. Già, perchè oggi tra reale e percepito c'è quasi sempre una differenza. Di inflazione, di temperatura, di situazioni politiche. Quasi a connotare una sfiducia del tutto che generalmente vede a monte delle menzogne.
La dieta mediterranea non è più di casa in Italia. Nei piatti ci sono sempre meno pane, pasta, frutta, verdure e vino. La causa di questo cambiamento nei consumi alimentari è da imputare soprattutto ai vertiginosi rincari che hanno reso, nel corso del 2007, più 'povere' le tavole degli italiani. Sta di fatto che proprio nel corso dell'anno appena finito gli acquisti domestici delle famiglie sono scesi, in quantità, dell'1,8% rispetto al 2006. A metterlo in luce è un'indagine condotta dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori che, attraverso l'elaborazione di una serie di dati statistici, sottolinea i forti mutamenti che ha subito negli ultimi dodici mesi la spesa alimentare, caratterizzata pesantemente dagli aumenti dei prezzi, soprattutto nell'ultimo semestre dell'anno.L'indagine evidenzia che nel 2007 proprio i 'prodotti principe' della dieta mediterranea hanno avuto un vero e proprio tracollo. I consumi di pane hanno infatti avuto un calo del 7,3%, quelli di pasta del 4,5%, di frutta del 2,8%, di verdure del 3,2%, di vino dell'8,4%. Ma il calo ha contagiato anche altre 'voci' della nostra alimentazione: le carni bovine sono diminuite del 3,8%, quelle suine del 4,7%, il latte del 2,3%, i formaggi dello 0,6%, l'olio di semi del 6%. Pochi gli alimenti che hanno avuto una controtendenza positiva e riguardano la carne di pollo (+6,8%), le uova (+5,5%), lo yogurt (+4%), l'olio extravergine d'oliva (+1,5%). Su tale mutamento, secondo l'indagine della Cia, ha dunque inciso in maniera determinante l'impennata dei prezzi, alimentata da manovre speculative e da rincari selvaggi e ingiustificati. Gli aumenti record di pane (+12,3%), pasta (+8,4%), latte (+7,6%), frutta (+5,6%) e verdure (+6,8%) hanno avuto un effetto negativo nella spesa alimentare degli italiani che, tuttavia, risulta ancora al secondo posto (18,8%) su quella totale, preceduta solo dall'abitazione (circa 26%). La spesa alimentare degli italiani riguarda per il 23,4% carne, salumi e uova; per il 18,2% latte e derivati; per il 16,8% ortofrutta; per il 14,8% derivati dei cereali; per l'8,9% i prodotti ittici; per il 5,7% le bevande analcoliche; per il 5,5% le bevande alcoliche; per il 3,9% olio e grassi; per il 2,8% zucchero, sale, caffè, the. Nell'analisi effettuata dalla Cia si evidenzia che durante il 2007 ogni italiano ha consumato 123 chili di cereali e suoi derivati (pasta, pane, prodotti della prima colazione), poco più di 190 chili di ortaggi e verdure, 130 chili di frutta e bevuto intorno ai 48 litri di vino. A proposito di pasta, la Cia rileva che, nell'anno passato, il consumo nazionale è stato di circa 1,6 milioni di tonnellate (con una quota pro-capite di 28 chili) per un valore di oltre 2 miliardi di euro. La produzione nel settore è risultata di oltre 3 milioni di tonnellate, per un valore di circa 3,5 miliardi di euro. L'export ha assorbito circa il 46% del totale produttivo con 1,4 milioni di tonnellate, per un valore di oltre 1,1 milioni di euro.




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