09 luglio 2007

Lippi: "sono diventato l'allenatore di tutti"

Posted by @Luca@ article - Marco Ansaldo, La Stampa di Torino
Allora, Lippi. Grosso ha appena segnato l’ultimo rigore. Qual è il suo primo pensiero? «Metto in salvo gli occhiali». C’erano alcune migliaia di italiani all’Olympiastadion di Berlino e molti milioni a guardare in tv la finale contro la Francia eppure crediamo che a nessuno sia venuto spontaneo un gesto come posare la tazzina con i fondi del caffè dentro l’acquaio oppure levarsi gli occhiali, riporli nell’astuccio e ficcare il tutto dentro un borsone. L’unico è stato l’uomo che era al centro della vittoria. E’ trascorso un anno e Lippi dà la stessa spiegazione di quel momento. «Nel ’96 - dice -, quando la Juve vinse la Champions, mi precipitai in campo, gli occhiali caddero nell’erba e me li calpestarono. Non volevo che facessero la stessa fine». O forse, ma non lo ammette, è stato l’istinto di trattenere per sè, ancora un attimo, l’emozione più martellante prima di dividerla con gli altri. «Pochi secondi dopo, ero già travolto dagli abbracci», racconta. Tutto parla ancora di Mondiale. Nella gente che lo ferma per strada. Nella Mv Agusta che gli hanno regalato, «così potente che se apro il gas rischia di scapparmi di sotto». Il Mondiale è nel rialzo che corre lungo i muri della sua cantina, coperto di coppe, pergamene e trofei, prova tangibile di essere nella Storia: «sensazione che percepisci con il tempo, guardando i giornali che celebrano dopo 25 anni la vittoria dell’82 e pensi che un giorno succederà alla nostra. Bearzot non l’ho sentito ma non credo che soffra a non essere più l’ultimo ct campione del mondo: i successi, al contrario dei record, non si cancellano». Lippi ha una teoria curiosa. «Chi, al ritorno dalla Germania, si è rituffato nel calcio, è stato travolto dai soliti affanni. Questo è un mondo che brucia tutto in fretta. Io invece da un anno mi godo il Mondiale. Non mi sono fermato per questa ragione, però ne ho ricevuto un’esperienza unica. Ho girato l’Europa, mi invitano alle università. I giovani sono incredibili. Mi chiamano per una conferenza a Scienze motorie e ci trovo futuri avvocati, medici, insegnanti: entro e cantano il "Popopopopopo". Sono diventato l’allenatore di tutti perché non alleno nessuno. L’ho detto a Zidane: "noi due siamo gli unici ad essere usciti dal giro" e in questo senso è un piccolo privilegio». Zidane, l’uomo della testata a Materazzi. L’ha ringraziato per come si mise fuori gioco? «La partita era finita, l’avremmo trascinata ai rigori che Zidane avrebbe tirato e probabilmente segnato, come ha segnato chi l’ha calciato al posto suo. Ha sbagliato Trezeguet che, comunque, sarebbe stato nei cinque: dunque l’espulsione di Zizou non ha cambiato niente, se non l’immagine del suo addio e mi dispiace. Il calcio degli ultimi 40 anni si rappresenta in Maradona nei primi venti, in Zidane negli ultimi». E Materazzi in tutto questo dove sta? «Qualche volta gli scappa la scarpata ma è un ragazzo tenero e nessuno ha idea della positività che trasmette: un allenatore si augura di averlo sempre. Dunque chi se ne frega se in qualche parte del mondo c’è chi lo fischia». Quando gli chiese cosa aveva detto a Zidane? «Non gliel’ho mai chiesto. Lo sapevo». Lippi come scelse i rigoristi? «I rigori sono un fatto psicologico: se seguono una prestazione mediocre tutti guardano da un’altra parte sperando di evitarli, come a Manchester nella finale con il Milan, altrimenti c’è una bella carica. Persino Buffon mi disse di contare su di lui: gli risposi che pensasse invece a pararne un paio e a Grosso spiegai che era il quinto perché "sei stato decisivo nei finali, lo sarai di nuovo". In realtà volevo che i più sicuri calciassero per primi, perché cosa ti tieni i più bravi in fondo se magari non si arriva al quinto tiro?». Di quel mese riaffiorano scampoli d’animo. La sofferenza alla notizia che Pessotto era in fin di vita. «Me lo disse Cannavaro tornando dalla conferenza stampa. Eravamo disperati. Quando Del Piero, Zambrotta e Ferrara mi chiesero il permesso di partire per Torino per niente al mondo glielo avrei negato». E poi Del Piero «che nel prepartita con la Germania si scaldava come se avesse dovuto giocare subito. E quando entrò, annunciai alla panchina: è così carico che segna». E Totti «che anche i suoi compagni volevano. Si parla del rigore decisivo con l’Australia ma non ci si ricorda che il lancio di 40 metri per l’azione di Grosso era suo: al 94’». Lippi rivede con orgoglio quei giorni. Magari con un pizzico di nostalgia. «Jacquet, il ct della Francia che vinse nel ’98, mi aveva raccomandato: "In quel mese dovrai decidere ogni cosa, anche la più insignificante. Se non ti prendi un’ora per staccare, impazzirai". Così mi inventai le serate in camera, da solo, con un whisky e con il fumo del sigaro che si tagliava a fette. Mi rilassavo con il piacere di guardare le partite del Mondiale da appassionato». Lippi, perché l’Italia ha vinto? «Perché in finale sentivamo di non poter perdere, e perché la Nazionale è stata per due anni l’altro club, oltre al proprio. Ci siamo mossi e abbiamo pensato come un gruppo, non abbiamo avuto bisogno dell’exploit di uno solo perché eravamo in tanti. Siamo stati un esempio per un Paese dove di gruppi che funzionano se ne vedono pochi».

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