08 giugno 2007

Spunti di Thomas L. Friedman

Posted by @Luca@ article - Thomas L. Friedman, editorialista di politica estera del New York Times, ha vinto tre premi Pulitzer. E' autore dei bestseller Da Beirut a Gerusalemme (Mondadori 1991), vincitore del National Book Award per la saggistica e considerato tuttora un'opera fondamentale sul Medio Oriente, Le radici del futuro. La sfida tra la Lexus e l'ulivo: che cos'è la globalizzazione e quanto conta la tradizione (Mondadori 2000) e Il mondo dopo l'11 settembre (Mondadori 2003).
Il petrolio è la causa di molti mali che affliggono l’umanità, a cominciare dalle guerre per arrivare all'inquinamento del pianeta. Sul petrolio si basa tutta l’economia dei paesi industrializzati, sia come fonte di energia che per la fabbricazione di moltissimi prodotti. Dal petrolio si ricavano la benzina e il gasolio, che serve per produrre energia elettrica. Ma col petrolio si fabbricano anche molti materiali come le plastiche di cui, per esempio, è fatto il computer su cui sto lavorando.Non solo. Anche la plastica che avvolge i cavi elettrici…tutti i cavi elettrici hanno una guaina di plastica, e di cavi ce ne sono milioni di chilometri ovunque sulla terra. Solo questo dato dovrebbe far meditare. L’economia occidentale è fortemente dipendente dal petrolio. Sia la sua industria sia tutt’intera la sua società. Esistono ormai pochi prodotti che si possano dire “oil free”, in cui il processo di costruzione, elaborazione e/o assemblaggio non richieda un certo quantitativo di petrolio, fosse anche solo per l’imballaggio.Da quando ci svegliamo la mattina, fino a quando torniamo a letto il nostro cammino è circondato dal petrolio e dai suoi sottoprodotti. Forse non ci facciamo più caso, ma questa è la realtà. Anche là dove sembra che tutto sia naturale e biologico troveremo il petrolio, magari sotto forma di energia elettrica equivalente, ma comunque sempre presente.Immersi nel petrolio fino ai capelli come siamo, noi occidentali, riusciremo a immaginarci senza? E’ urgente per noi uscire da questo stato di dipendenza assurda che ci porta a fare scelte di guerra di sapore feudale, quando i signori della guerra combattevano per la conquista di un territorio e per le sue risorse. Oggi, con le nuove tecnologie e la nostra cultura civile basate sul diritto, ha ancora senso pensare di “conquistarci” il petrolio? Ha ancora senso investire così tanto denaro in armamenti, anziché investirne anche solo una parte in tecnologie alternative che ci permetterebbero di uscire da questa situazione di dipendenza? Ha senso tutto questo? O conviene a qualcuno la guerra? Sulla convenienza della guerra per qualcuno, vorrei che ognuno si fermasse a pensare. Mentre io invece passo a pormi un’altra questione: conviene ancora a noi usare il petrolio? E parlo da un punto di vista puramente economico. Per averlo stiamo combattendo in più parti del mondo. Combattiamo vere e proprie guerre in alcuni posti, mentre in altri partecipiamo più o meno apertamente ai conflitti interetnici che si scatenano per accapparrarsi il petrolio. I nostri economisti calcolano il prezzo che stiamo pagando come civiltà occidentale per riuscire ad avere la sicurezza sui nostri approvvigionamenti? Questa volta mi riferisco sia ai costi militari sia ai costi in vite umane. Ma allora che prezzo ha il petrolio? “Solo” 70 dollari il barile? Non credo. E’ un po’ come per l’ambiente: nessuno ne calcola i costi effettivi quando si tratta di formare il prezzo di un prodotto. Tanto l’ambiente è di tutti, che alla fine dei conti vuol dire di nessuno. Se avete finito di pensare a chi conviene la guerra, vorrei porvi un’altra domanda: qual è il miglior modo per sbaragliare il terrorismo? La guerra o uscire dalla dipendenza del petrolio? E cosa costa meno: la guerra o uscire dal petrolio? Facili risposte per chi ha seguito il ragionamento ed ha una minima sensibilità ambientale.Lo scopo dichiarato delle guerre del golfo è combattere il terrorismo, promuovere la democrazia in una regione in cui di democrazia ce n'è ben poca, e garantirsi la possibilità di continuare a comprare quel petrolio di cui oggi come oggi non possiamo fare a meno. Ora, è vero che sono stati abbattuti i regimi tirannici dei talebani e di Saddam Hussein, e che molte basi del terrorismo sono state distrutte. Però questi stessi interventi militari stanno ottenendo anche risultati esattamente opposti. Infatti, insieme all'aumento della domanda dei paesi emergenti, stanno spingendo verso l'alto i prezzi degli idrocarburi, cosa che rende i paesi industrializzati sempre più dipendenti e di conseguenza accresce l'importanza strategica del Medio Oriente. Il costo sempre più alto dell'energia, che si aggiunge alle spese militari, penalizza i paesi consumatori a partire da Europa e Stati Uniti, mentre aumenta le entrate proprio dei regimi che diffondono il fondamentalismo islamico e finanziano più o meno apertamente il terrorismo. Davvero un bel modo di fare i propri interessi, combattere il terrorismo e rafforzare la democrazia. Se davvero queste guerre sono necessarie, non si vede perché si debba regalare un tale vantaggio ai terroristi e ai loro finanziatori. La logica vorrebbe che venga messo altrettanto impegno nel ridurre la nostra dipendenza strategica e nell'evitare di regalare vantaggi ai nemici contro cui si combatte. In realtà, se avessimo fatto qualcosa di efficace per sostituire le importazioni di petrolio con risparmi e produzioni alternative, forse le guerre si sarebbero potute persino evitare. Ci saremmo liberati del ricatto dell'interruzione delle forniture di energia. L'importanza strategica del medio Oriente sarebbe venuta meno, e con essa anche la necessità di intraprendere delle guerre. Come dice T. Friedman (vedi più avanti), se l'occidente facesse dell'autonomia energetica il suo obiettivo prioritario, riuscirebbe in un sol colpo a prosciugare le rendite del terrorismo, a costringere paesi come l'Iran, la Russia, il Venezuela e l'Arabia Saudita a seguire la via delle riforme (cosa che non faranno mai finché il petrolio viene venduto a 70 dollari al barile), e a rafforzare le proprie economie. Non c'è nulla più della maledizione del petrolio che abbia contribuito a ostacolare l'affermazione di un contesto democratico in questi paesi. Finché potranno arricchirsi sfruttando le proprie risorse naturali, anziché il talento e l'energia della popolazione, i sovrani e i dittatori di questi stati petroliferi riuscirano a mantenere il loro potere. D'altra parte, quella di individuare delle alternative al petrolio non è solo la migliore strategia per combattere il terrorismo e aiutare la democrazia. E' anche una strada obbligata perché, più passa il tempo, più aumenta il divario tra la domanda in crescita, e l'offerta di petrolio che non riesce più a tenerle dietro. In questo momento i giacimenti petroliferi sono già al limite delle loro possibilità. Di quanto dovrà ancora crescere il prezzo del petrolio? Se permangono le tendenze attuali, nel 2012 la Cina importerà 14 milioni di barili di petrolio al giorno, il doppio di quelli che importa oggi: un incremento pari all'intera produzione dell'Arabia Saudita. Quella di una maggiore efficienza dei consumi di energia è quindi una strada obbligata, perché la situazione attuale già così pesante non farebbe che peggiorare fino a diventare in pochissimi anni del tutto insostenibile. Inoltre una maggiore efficienza energetica è anche la condizione perché i paesi emergenti possano continuare a crescere. Ed è proprio da questi paesi in veloce crescita che stanno arrivando le prime risposte. Per esempio l'indiana Tata Motors sta mettendo sul mercato un'utilitaria da 2.200 dollari, che diventerebbe la vettura più economica dell'India e che consuma meno, ed un modello da esportazione in tutti gli altri paesi in via di sviluppo. C'è la necessità di sviluppare tutte le soluzioni, che spesso sono incredibilmente semplici, per ridurre gli sprechi di energia che non ci possiamo più permettere. Thomas Friedman, nella sua ultima opera sulla globalizzazione dal titolo "Il mondo è piatto" pubblicata di recente da Mondadori, sostiene che la politica americana dovrebbe puntare sull'autosufficienza energetica, tagliando gli sprechi inutili e promuovendo le produzioni alternative. Una politica che servirebbe anche a rafforzare il dollaro, a ridurre il deficit commerciale e a stimolare le aziende statunitensi a mettersi al primo posto nella produzione di tecnologie rispettose dell'ambiente di cui il mondo avrà disperatamente bisogno a causa dell'industrializzazione della Cina e dell'India. E ciò appare tanto più vero quando ci si rende conto che le soluzioni di buona parte dei nostri problemi sono già a portata di mano. E anche l'opinione pubblica è sempre più consapevole di questa necessità. Aggiunge a questo proposito lo stesso Friedman: "Mi ha molto colpito il fatto che gli articoli del mio giornale (il New York Times) in cui si esortava il presidente a impegnare la nazione in quest'impresa siano quelli che hanno ottenuto maggior apprezzamento, soprattutto da parte dei lettori più giovani". A questo punto molti si chiederanno se esistono davvero queste famose alternative. Secondo noi le soluzioni ci sono, e senza dover tornare al carbone o al nucleare, o essere costretti a sperare nel futuribile e più che problematico idrogeno. Le principali proposte sono: risparmi di energia nell'autotrazione e nel riscaldamento di case e uffici e produzione di elettricità dal sole con una tecnologia che, a differenza di eolico e fotovoltaico, garantisce la continuità della produzione. Qualcuno però potrebbe pensare che queste proposte non siano realistiche, perché richiederebbero, a seconda dei casi, cambiamenti troppo grandi delle nostre abitudini, rivoluzioni troppo profonde della nostra economia, o decisioni politiche troppo forti, che dovrebbero essere imposte ad un'opinione pubblica non ancora preparata e riluttante. Eppure durante il secondo conflitto mondiale, per vincere la battaglia dell'Atlantico, l'America ha saputo creare in soli tre anni un'imponente industria cantieristica, ha inventato il radar e le portaerei, e ha schierato centinaia di dirigibili in funzione antisommergibile a difesa dei porti. Noi, a cinque anni dall'11 settembre, non abbiamo ancora incominciato a fare nulla. E la cosa è tanto più incomprensibile considerato che quello che dovremmo fare è molto di meno, e che si tratta di cose che, invece di costare, comporterebbero grandi vantaggi sia economici che ambientali. Insomma siamo alla resa dei conti. O alternative o morte, dei nostri soldati, nostra e del pianeta. Cosa stiamo aspettando a invertire la rotta? Dobbiamo pretendere che si attuino programmi energetici volti a superare la dipendenza dal petrolio, e adottare politiche di risparmio energetico e tagli agli sprechi. Uscirne si può. Morte sì, ma al petrolio. Buon risparmio a tutti.

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