25 maggio 2007

Pillole di una cronaca olimpica

Posted by @Luca@ article Antonella B. & Luca Tittoni
Un'idea nata quasi per caso. Mi hai chiamato e mi hai detto: "ho questa opportunità, mi occorre un nostro pezzo da scrivere a piccoli passi per il giornale. Ti va?"
Un'idea tua a cui ho aderito con piacere e che ora pubblico (anche se in versione non proprio definitiva). Magari risulterà un buon telaio...
Estate 1999. Con decisione e gusto affondo il cucchiaino nel gelato. E’ tardi ho poco tempo per pranzare, di lì a poco dovrò tornare a scuola, “arrivano” gli esami di maturità, quelli della riforma Berlinguer. Non ho tempo per distrarmi, parlo svagatamente e col pensiero sono su tutt’altre cose: la riforma totalmente opaca, i professori che continuano a menare il can per l’aia. Intrisi dalla confusione, ad ogni circolare del ministero cadono nel panico. Un mio amico anch’egli di fretta è già al caffè, e solerte richiama la mia attenzione verso il televisore della tavola calda. Sa del mio amore per lo sport, per ogni tipo di sport, con una particolare predilezione per quelli invernali. Mi sporgo, sullo sfondo come una festa, sventolio di bandiere italiane, Evelina Christillin con il suo staff a rilasciare interviste. Torino 2006, prima tappa di quel che sarà, i giochi intanto tornano in Italia. Ammicco un sorriso, più profondo dentro che fuori, sto zitto come un bimbo che con le dita incrociate spera in un sogno da realizzare. Già, perchè confidavo in Roma 2004, sulle speranze capitoline scrissi il mio primo articolo. Ero fiducioso, ma il Cio di Samaranch sedò ogni mia speranza con un laconico: “Athens”. Guardo quelle persone congratularsi e festeggiare, mi riprometto una cosa, un passaggio di vita: “a quei giochi desidero esserci anch’io”. E’ l’ora, la macchina gestione risorse umane Torino 2006 inizia a mettersi in moto, il “reclutamento” è partito. Noi 2006 diviene realtà e… una vera opportunità. Dicembre 2004, non ho esitazioni. Mi ritaglio due ore di tempo dal lavoro, devo compilare quei curriculum, passepartout burocratico indispensabile per un’ esperienza di vita. Neppure due anni dopo ci sarò. Avrò la mia divisa, il mio accredito, sarò uno dei 26.000 volontari delle XX Olimpiadi Invernali. Ad aspettarmi futuri amici, colleghi, atleti e tifosi. In un fraseggio memonico che dal passato corre verso il presente, e viceversa, c’è Antonella: l’anello di congiunzione sul “campo” tra noi e il Toroc. Tutti sconosciuti poco prima di quella soglia, il Villaggio Olimpico di Torino (Ovt), una grande famiglia pochi istanti dopo. Antonella, uno dei rapporti umani più pregevoli mantenuti nel corso di questo anno, e parte consistente di questa cronaca olimpica. Già, perché nel caso non l’aveste ancora capito… a scrivere siamo in due. Un’esperienza, due penne, simbiosi di una passione che ci unisce. E nel più dolce defilarmi, parola a lei, al suo narrare e ripercorrere insieme il più grande avvenimento sportivo che l’umanità annoveri: l’ Olimpiade.
Scesi dal treno e mi trovai subito avvolta in un’atmosfera diversa, particolare: striscioni inneggianti le differenti discipline olimpiche e gli svariati siti di gara si succedevano ad ogni palo, albero o lampione; nelle piazze, ove si affacciano tutt’ora palazzi con una storia secolare, spuntavano costruzioni strane, buffe e colorate, ognuna riferita ad una nazione che si accingeva a partecipare all’evento. La macchina olimpica era in pieno movimento e Torino girava con essa. Girando per la città ho trovato una Torino diversa, come se si stesse risvegliando da un lungo sonno in cui è rimasta avvolta per anni. Munita di cartina, mi reco dietro al Lingotto, ove doveva trovarsi il Villaggio Olimpico di Torino. Non sicura della strada, mi rivolgo ad un ragazzo del posto che, chiuso in se stesso ma sorridente, mi dice “L’è qua né, giri l’angolo e ci sei!”. Ringrazio frettolosamente mentre tra me e me dico che, tanto, prima o poi quel “né” si impossesserà di me, ma so che cercherò di resistergli con tutte le mie forze … né!
Giro l’angolo e mi appare lui, così bello, colorato ed accogliente, vestito a festa. L’OVT è stato ricavato dagli ex mercati generali della città, mantenendo intatta la struttura in cemento: unica aggiunta i quarantadue edifici costruiti appositamente per ospitare le diverse delegazioni che avrebbero soggiornato in città.
Estasiata e contemporaneamente timorosa mi dirigo verso l’entrata di quella che per un mese diventerà la mia “casa”. Passo al controllo accessi, fiera del mio pass (per tutto il mese successivo ci conoscevamo per nome con gli svariati poliziotti) e mi trovo immersa in una realtà a sé stante, una città nella città, dove ognuno di noi ha un proprio ruolo e dove ogni singolo volontario e fiero di poter dire “Torino 2006? Io c’ero!”.
Il villaggio inizia la propria attività proprio il giorno del mio arrivo. Per il momento siamo solo noi volontari a farlo vivere, con le nostre risate, i nostri schiamazzi e la nostra allegria. Ognuno di noi, a poco a poco, inizia ad entrare nella cosiddetta mentalità olimpica: una cosa strana, a sé stante, che ancor oggi è presente in noi volontari e che è stata definita morbus olimpycus.
Tra noi addetti al lavoro si è così creato un legame forte, tutt’oggi indescrivibile: ma ciò era scontato, in quanto anche se il nostro turno di lavoro era di 8-10 ore, all’OVT restavamo per quasi tutte le 24 ore … compresi i giorni liberi e venendo al Villaggio anche con febbre e malanni vari (Luca ne sa qualcosa).
Con l’apertura del Villaggio è arrivato anche il nostro Sindaco, Manuela Di Centa. Con lei si era stabilito un rapporto d’amicizia simpaticissimo: quando ci vedeva si fermava a fare due chiacchiere, a chiederci magari da dove venivamo e cosa ci aveva spinti ad inviare la domanda per divenire volontari. Per tutto quel periodo è stata una persona fantastica, elegante e che ben rappresentava l’atleta olimpico italiano, grazie alle svariate medaglie vinte: partendo dal 1982, prima medaglia vinta da parte di una donna nello sci di fondo, passando per la Germania Est durante la Coppa del Mondo, che l’ha portata al primo podio della carriera (1988), ancora in Val di Fiemme nel 1991, per arrivare ad essere eletta la “Regina di Lillehammer” nel 1994 e concludere una brillante carriera ai giochi di Nagano 1998.
A fine gennaio sono arrivate le prime delegazioni. Ricordo New Zealand con la loro bellissima divisa nera e con la loro Danza Maori; i giapponesi che appena arrivati all’OVT già avevano fotografato ogni angolo di quest’ultimo; i cinesi che portavano sempre con loro una specie di mini stereo, pensavamo servisse per ascoltar musica, rilassarsi, invece era uno scalda riso portatile.
In quei giorni, il comitato olimpico inviava ad ogni volontario un sms dal tono “minaccioso”: “è vietato a chiunque chiedere gadgets, pins, ad atleti e ospiti del Villaggio Olimpico”.
Già, le “pins”… meriterebbero un discorso a parte. Tutti, e sottolineo tutti, siamo diventati matti per la tipica spilla raffigurante le diverse discipline olimpiche. C’era - e c’è - la gara a chi ne raccoglie di più, non importa che fossero doppioni, tutto buono, servivano - e servono - da baratto.Intanto seppur lentamente l’Ovt si stava riempiendo di atleti, delegazioni e volontari, il tutto in un’atmosfera ricca di gioia, amicizia, allegria e tanta spensieratezza. Tutto era pronto per il grande giorno: l’apertura ufficiale del Villaggio Olimpico.

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