01 aprile 2007

Al via la 32a America's Cup

Posted by @Luca@ Elio Girompini, Corriere della Sera
Si riparte. Unveiling, oggi. Classico rituale di uno scandire lento tra Round Robin e Match Race. Competizione che tra miglia e secoli mantiene intatto il suo mito. D'accordo, l' America's Cup come tutti i maggiori eventi sportivi internazionali, è divenuta parte integrante di una realtà che spesso fatica a distinguere tra ambito economico e sportivo. La vela poi, di suo, è e resta uno sport per pochi eletti. Non sono tra questi privilegiati, ma da tifoso, da sportivo, il fascino è enorme e a volte immutato. Il cuore è rimasto a Auckland, a quel memorabile proiettile d'argento disintegratosi (ahimè) contro il rompighiaccio New Zealand. Fu una cavalcata eroica, ma la tecnologia kiwi e il Match Race di Coutts e di un giovanissimo Dean Barker, costituivano un ostacolo insuperabile per qualunque challenge. L'appuntamento con la Coppa delle Cento Ghinee sembrava rinviato di soli tre anni, intanto ci si cullava la cara Louis Vuitton cup vinta anche dal leggendario Moro di Venezia. Purtroppo Ita 74 non ripagò le attese (Ita 81 descritto come scafo troppo innovativo, non toccò neppure l'acqua), e il varo della prua a gomito poche settimane dopo il via della 31a edizione, mostrò tutte le lacune progettuali di un "vecchio" Dug Peterson (licenziato in tronco da Bertelli). A noi Valencia. Via le mutande a mostrar chiglie, bulbi e appendici. La formula voluta dal padre padrone della Serono e di Alinghi, defender senza mare (se solo lo sapesse la Regina Vittoria), è innovativa è prossima allo show business. Il protocollo della competizione non annovera secondi classificati, che vinca il migliore. Il mio tifo va a questa Luna Rossa in abito da sera (nonostante Tronchetti partecipi come main sponsor), con l'auspicio che fuori la darsena di Valencia possa viaggiare a vele spiegate.
Giù i veli. Il prologo della 32esima Coppa America comincia con uno "spogliarello" dei 19 scafi scelti dagli undici sfidanti e dal detentore Alinghi per affrontare la lunga serie di regate che comincia il 16 aprile, con la Vuitton Cup. E' il giorno dell'unveiling a Valencia e sotto un cielo insolitamente grigio, gli scafi finalmente senza teli protettivi vengono messi in mostra nelle basi dei team sul Port America's Cup. L'organizzazione dell' Acm sceglie di sottolineare con fragorosi fuochi d'artificio i momenti della giornata: prima l'accesso ai media e agli addetti ai lavori per un paio d'ore, poi il pubblico che ha mostrato di gradire molto l'iniziativa, affollando le basi dei team e mettendosi i coda ben prima dell'apertura. Del resto è la prima volta nella storia della Coppa America che va in scena una "cerimonia" così ampia di svestizione degli scafi. L'ultima volta, Ad Auckland, era stata fatta soltanto dai team finalisti. Oggi a Valencia c'è stata una vera e propri esposizione del design velico di Coppa, con ben 19 scafi dell'ultima generazione in mostra. La curiosità era però massima soprattutto tra "concorrenti": ciascuno, finalmente, può verificare le scelte degli altri. Alcune già intraviste o immaginate nelle regate di allenamento dei giorni scorsi, altre finora nascoste. Occhio rivolto alle scelte più appariscenti, quelle sulle appendici (bulbi, alette, lama di deriva). Ma i più espperti guardano con maggiore attenzione altre cose: "In realtà - dice per esempio Mani Frers, figlio del designer del Moro, impegnato con gli svedesi di Victory - le appendici sono la parte che influisce di meno. Bisogna guardare lo scafo, le linee, i volumi". Operazione non facile, nemmeno per occhi esperti, figuriamoci per i non addetti ai lavori. In ogni caso notano alcune tendenze. Il volumi sono molto spostati a prua e nei "siluri" ci sono diversi progettisti che hanno scelto una forma molto allungata: Luna Rossa, Bmw Oracle, +39, Shosholooza, in parte i neozelandesi (che hanno presentato due chiglie diverse), la stessa Alinghi. Altri come svedesi, francesi, tedeschi o Mascalzone Latino hanno invece bulbi più corti e massicci. Una o l'altra strada comportano idee diverse di progetto. Per esempio un bulbo di spessore maggiore, data la "profondità" uguale per tutti, comporta una lama di deriva più corta. E viceversa. Dietro queste indicazioni ci sono mesi di studi e di prove in vasca. Anche nelle forme dello scafo ci sono alcune tendenze che spiccano: fiancate molto dritte e verticali (Luna Rossa e Team New Zealand le più estreme) o linee più tonde: prue massicce appena sotto la linea di galleggiamento (Mascalzone Latino più di tutte) e altre dalle linee più morbide, mentre la prua di Alinghi sale un po' all'indietro e due team hanno scelto di accorciarle e di utilizzare un bompresso (Shosholooza e China Team). Infine l'idea del boma a traliccio (un modo per alleggerirlo), usato già da Mascalzone è stato utilizzato anche da Alinghi, Victory e, con qualche variante, da +39. Impossibile sapere ora chi avrà avuto ragione. Il verdetto arriverà dalle regate che scattano il 16 aprile, precedute dal prologo dell'Act 13 con le prove di flotta nei prossimi giorni.

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