27 marzo 2015

Riciclo pannolini e assorbenti, a Treviso il primo impianto italiano


@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Impianto sperimentale e su scala industriale in provincia di Treviso presso la sede di Contarina Spa (qui), il primo in Italia e tra i pochi esemplari al mondo. Facciamo il tifo, potrebbe risultare utile a tutti noi sotto più profili. Obiettivo dichiarato: riciclare il non riciclabile, in questo caso pannolini e prodotti assorbenti per la persona ricavandone plastica e cellulosa. Nel 2015 la soglia di ottenimento di nuova "materia prima seconda" dai cosiddetti rifiuti si eleva sempre più e sembra ormai che l'unica cosa da gettare davvero nel superato cassonetto sia il termine di "rifiuto". Ricerca, senso civico e le valide scelte politiche permettono di guardare, oggi più che mai, al concetto di risorsa derivato da quello di rifiuto, quindi di qualcosa da recuperare e non da smaltire. Sotto l'articolo tratto dal sito "Greenbiz" che può anche essere letto qui nella sua versione originale; qui, invece, il video con l'illustrazione del "Progetto riciclo pannolini" a cura del sustainability manager di Fater Spa e qui, infine, il video animato del processo di riciclo dei prodotti assorbenti. Buona lettura e visione.

Usati per poche ore e poi gettati, facendo finire in discarica materie prime plastiche e cellulosiche di alta qualità. Sono i pannolini, che ora verranno recuperati grazie al nuovo impianto di riciclo di Contarina. Realizzato nell'ambito del progetto Recall co-finanziato dall'Ue e in collaborazione con Fater, ha visto anche il coinvolgimento del Comune di Ponte nelle Alpi, che per primo ha aderito all'iniziativa e a quello dell'Istituto di Ricerca Ambiente Italia.L'impianto permette di riciclare pannolini, pannoloni e altri prodotti assorbenti per la persona, ricavandone plastica e cellulosa di qualità. In questo modo è possibile avere a disposizione materie prime seconde da riutilizzare, evitando grandi quantità di rifiuti. Ieri è partita la sperimentazione su scala industriale, che prevede il trattamento di 1.500 tonnellate annue di rifiuto nella sede aziendale di Spresiano. Il primo risultato sarà un risparmio di 1.950 metri cubi di materiale in discarica, seguito dalla conseguente riduzione delle emissioni di anidride carbonica immesse nell'atmosfera, pari a 618.000 Kg all'anno. “Questa sperimentazione rappresenta una grande opportunità per ridurre ancora di più la quantità di secco non riciclabile. Da 1 tonnellata di rifiuto si possono ottenere 350 kg di cellulosa e 150 kg di plastica” ha detto il presidente di Contarina Franco Zanata. “Questo nuovo impianto costituisce per Contarina e per i propri utenti un’ulteriore ed importante tappa nel raggiungimento dell'obiettivo sfidante di riciclare anche il non-riciclabile, che rappresenta la bussola delle nostre politiche di gestione dei rifiuti ispirate all'ecosostenibilità e alla massima efficienza”. Il sistema, basato su una tecnologia innovativa sviluppata e brevettata da Fater, ricicla i prodotti assorbenti per la persona usati di tutte le marche, traendone plastica e cellulosa sterilizzate da riutilizzare per imballaggi, prati da golg, arredi urbani, in totale sicurezza grazie alla totale sterilizzazione. "Si tratta di un’innovazione tecnologica e di sistema “made in Italy”, riconosciuta dalla Commissione Europea come Eco-Innovation nel 2011 (RECALL - ECO/11/304440), che rende riciclabile con provati vantaggi ambientali una categoria di prodotti tradizionalmente considerati irriciclabili". Di che sfida si tratta? L'obiettivo finale è l'eliminazione dello smaltimento dei prodotti assorbenti. Un settore da non sottovalutare, anche se poco conosciuto. Basti pensare che a livello nazionale i prodotti assorbenti sono pari a circa 900 mila tonnellate di rifiuto indifferenziato. Oggi gran parte finisce in discarica (70%). Solo nella provincia di Treviso i prodotti assorbenti rappresentano circa il 27% del rifiuto non riciclabile. Dopo la conferma dei test pilota, la sperimentazione avviata ieri dovrà definitivamente attestare la validità del processo di riciclo anche su scala industriale. A regime il sistema potrà trattare fino a 8mila tonnellate di rifiuto all'anno, servendo una popolazione di 800mila persone.

23 marzo 2015

Thoeni - Stenmark: quarant'anni fa il parallelo della vita

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Bianco e nero, molti anni fa, più semplicemente storia. Monumenti dello sci alpino, forse i più grandi in assoluto, a confronto diretto, senza esclusioni di "colpi" per la conquista della Coppa del mondo che fu. E fu leggenda. Dopo quarant'anni a celebrarli, sportivamente e umanamente, segno che chi vince e chi perde, quando lascia il segno, un solco diverso con la lamina che affetta in modo crudo la neve bianca della vita, lo lascia in modo indelebile a prescindere dal risultato. Per modi e determinazione. Per la vita. Notevoli campioni.
Qui il video, fonte sito You Tube dello storico parallelo tra Gustav Thoeni e Ingerman Stenmark, buona visione. Cliccare qui per la galleria fotografica tratta da "Panorama" su Gustav Thoeni e sulla "Valanga azzurra" di quegli anni. Qui l'articolo originale che è possibile leggere sotto, tratto dal sito "La Gazzetta dello Sport". Buona lettura.

Quarant'anni fa, in tv la neve era ancora più neve. Con il bianco e nero c’erano meno colori, meno sfumature. Solo il grigio a fare da intermediario fra gli estremi. Eppure, proprio 40 anni fa la Rai trasmette in diretta una sfida che ha in sé tutti i colori dello sport ai livelli più alti. Chi è sintonizzato non può che vedere la gara in b/n, perché nelle case degli italiani il colore televisivo arriverà solo due anni più tardi. 23 marzo 1975, domenica delle Palme. La Juventus sta dando l’assalto al suo ennesimo scudetto, mentre Roma e Lazio si stanno per affrontare in un derby -una volta tanto- da vertice della classifica. A mezzogiorno però, è in programma lo sci. La Coppa del Mondo è arrivata all’ultimo atto e a Ortisei, in Val Gardena, si decide tutto. La fortuna degli organizzatori (una dea notoriamente bendata, la sorte, ma che qualche volta si compiace di vederci benissimo) vuole che tutto si decida in una gara atipica, uno Slalom Parallelo. Una sorta di lotteria sportiva intrigante e quasi unica: più o meno come giocarsi i Mondiali ai calci di rigore. Un giudizio di Dio, del dio delle nevi in questo caso, da vivere e consumare in diretta. A contendersi la Coppa nell’ultima gara sono tre fra i talenti più cristallini che il circo bianco abbia mai visto, almeno fino ad allora: l’austriaco Franz Klammer, lo svedese Ingemar Stenmark e il nostro Gustavo Thoeni. «Praticamente - ricorda proprio Thoeni - era la prima volta che si decideva la Coppa del Mondo in un Parallelo. Era l’ultima gara, ed eravamo in tre a pari punti. Stenmark, Klammer e io: 240 punti tutti e tre. Chi arrivava davanti, vinceva la coppa». Grazie al meccanismo degli scarti, a Klammer per vincere basterebbe passare due turni, ma lui non è uno slalomista (è infatti il più vittorioso discesista della storia dello sci, ndr), e viene eliminato dall’azzurro Helmuth Schmalzl (nativo proprio di Thoeni, a sinistra, contro Stenmark nel Parallelo di Val Gardena 1975 Ortisei). La trama si dipana poi in lunghissime ore di tensione, sino al duello finale. Al primo turno Thoeni elimina l’austriaco naturalizzato australiano Manfred Grabler, agli ottavi ha la meglio sullo svizzero Roux, ai quarti Tino Pietrogiovanna esce volutamente di pista dopo poche porte (il gioco di squadra è consentito). Stenmark quasi inforca ai quarti contro il polacco Bachleda e chiude la prima manche indietro di quasi due secondi e mezzo, un distacco che recupera miracolosamente per l’uscita di pista dell’avversario nella seconda (il pubblico di casa, che tifa in massa per Thoeni, grida alla combine). In semifinale Thoeni ha la meglio sullo svizzero Tresch, mentre Stenmark batte il nostro Fausto Radici. Dunque per la finale sono rimasti in gara Stenmark e Thoeni. 50mila spettatori sulla pista gardenese, la montagna che diviene un crocevia di suoni, di cori, di tifo assordante con tanto di sirene e campanacci. E davanti ai televisori, milioni di italiani che tifano Thoeni, milioni di svedesi che tifano "Ingo", milioni di europei che non vogliono perdersi un simile spettacolo anche se non sanno per chi tifare. La diretta va in onda dalle 9.45 alle 12.30 sul Secondo Canale con replica dalle 15.45 alle 17.45. I telecronisti sono Alberto Nicolello e Guido Oddo. Nel ricordo di tanti appassionati, i due appaiono molto emozionati, sanno di avere il privilegio di raccontare in diretta qualcosa di irripetibile. Purtroppo, a oggi, in Rai non si riesce a trovare la telecronaca di questo grande evento sportivo, conservato invece dalla Tv svedese (su Youtube il video è reperibile). Eppure nella memoria collettiva il Parallelo del 23 marzo 1975 è forte, neanche fosse un dribbling di Bruno Conti o un gol mundial di Paolo Rossi. Ma chi sono i due contendenti? Da dove vengono? Sembrano due tipi simili, Stenmark e Thoeni, e in effetti qualcosa in comune ce l’hanno. Da bravi montanari, entrambi parlano poco ma quando c’è da fare i fatti, eccoli sfrecciare davanti a tutti gli avversari. Ingemar Stenmark è nato nella Lapponia svedese e da piccolo guarda il Circolo Polare Artico anche senza l’uso del binocolo. È un talento naturale che si è affinato grazie a un talent scout italiano, Ermanno Nogler. Ecco un altro punto in comune tra i due finalisti 1975. Sia l’uno sia l’altro sono scoperti e valorizzati da Nogler. Ma con Stenmark è un vero sodalizio. L’allenatore azzurro conosce uno sciatore svedese di 13 anni e grazie al fiuto che gli è proprio vi intravede qualità superiori. A 17 anni quel ragazzino è già un campione e a 19 è a Ortisei, pronto a giocarsi "il Parallelo della vita". All’altro blocco di partenza c’è un altro campione, più grande dello svedese di 5 anni (Gustavo Thoeni, classe 1951) e, in quel momento, più affermato dell’avversario. Thoeni è nato a Trafoi, minuscola frazione sullo Stelvio (provincia di Bolzano), in una località che conta poco più di 100 anime. Fa degli sci la sua arte da quando è un bimbetto di tre anni. Il padre è un maestro di sci e del resto non è che a Trafoi si possa fare molto altro. È un tipo riservato Thoeni, il suo italiano un po’ montanaro è oggetto di qualche caricatura televisiva, ma –dice chi lo conosce- possiede uno spirito acuto e anche la battuta pronta, a buon bisogno. Fa parte delle Fiamme Gialle, ha già vinto la Coppa del Mondo per tre volte (1971, 1972 e 1973) e ha conquistato l’oro nello slalom gigante alle Olimpiadi invernali di Sapporo (Giappone) nel 1972. A mezzogiorno, con puntualità altoatesina, tutto è pronto per la gara decisiva: quel pareggio cui accennava Thoeni, 240 a 240 punti, non può rimanere tale. Come direbbero gli ABBA, connazionali di Ingemar Stenmark, «The winner takes it all». Per chi guarda la televisione Thoeni, in completo rosso e blu e pettorale numero 1, è quello a sinistra. L’altro, in tenuta arancione e blu elettrico, è il suo erede naturale e fra gli addetti ai lavori del circo bianco nessuno ha dubbi al riguardo. Anche in finale i contendenti devono affrontare due manche, al termine delle quali il vincitore sarà colui il quale avrà assommato il tempo complessivo migliore. Tutto è pronto e al suono della sirena i due volano in pista. All’intermedio Thoeni è in leggerissimo vantaggio, ma è chiaro a tutti ogni porta è un rischio, ogni curva un’opportunità. Il livello della contesa è tale che a fare la differenza può essere meno di una frazione di secondo. L’italiano sembra il più tranquillo dei due. La sua discesa è più pulita, forse più compassata, ed è una grande prova di forza mentale e agonistica. Intende far valere la maggiore esperienza e sembra gestire bene gli attacchi di Stenmark, il quale più volte è costretto a forzare l’andatura. A occhio nudo i due sembrano sulla stessa riga, neppure Oddo e Nicolello possono stabilire con certezza e in tempo reale chi stia vincendo. La strumentazione Longines, per quanto all’avanguardia alla metà degli Anni 70, appare quasi rudimentale se paragonata ai sistemi in uso oggi. È comunque la prima manche e perdere con un distacco minimo non è irreparabile, tutto si può risolvere nella seconda. Ma nessuno vuole arrivare dietro, un po’ per orgoglio un po’ perché gestire un vantaggio anche minimo può avere un valore importante soprattutto a livello psicologico. Meglio lepre che cacciatore, in questo caso. A due porte dal traguardo avviene la svolta. Nel tentativo di produrre l’allungo finale, Stenmark inforca e cade. Per Gustavo Thoeni si aprono le porte della quarta (e ultima) Coppa del Mondo di sci alpino. I 50mila di Ortisei sono in delirio, Alberto Nicolello e Guido Oddo infrangono per una volta i canoni di compostezza stabiliti dalla Rai di allora. Per Stenmark è una grande delusione, il dazio da pagare a quel filo di esperienza che ancora manca. Ma per lo svedese sarà uno dei pochi dispiaceri patiti in una carriera fantastica, forse inarrivabile. Tre vittorie nella Coppa del Mondo (1976, 1977, 1978), due medaglie d’oro olimpiche (Lake Placid, USA 1980), e soprattutto 86 vittorie complessive (46 in gigante e 40 in slalom) fanno di lui il vincente per antonomasia nel campo dello sci. E questo aggiunge ulteriore valore all’impresa che Gustavo Thoeni realizza 40 anni fa. Proprio oggi.

20 marzo 2015

Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, ricordi fatti di note

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Parole, indagini, una commissione parlamentare d'inchiesta e articoli. Nel mezzo, il mondo. L'unica certezza è rappresentata soltanto dagli anni: ventuno. Abbandonarsi a qualche nota con la quale, più che lo strazio, ricordare e assaporarne il coraggio. Pooh, Reporter, qui. Gang, Chi ha ucciso Ilaria Alpi? Qui. Buon ascolto e lettura.
  • Ilaria Alpi, osservatorio sull'informazione, qui
  • (gennaio 2015) Luciana Alpi invia una lettera al premio intitolato alla figlia Ilaria: senza verità non è più utile, qui
  • Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, uno dei casi irrisolti italiani, qui
  • Dopo vent'anni nessuna verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, qui
  • Ilaria Alpi, Wikipedia, qui
  • Miran Hrovatin, Wikipedia, qui

09 marzo 2015

Istat, ecco il rapporto competitività settori produttivi 2014

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. L'Istituto Nazionale di Statistica link qui ha "prodotto" e riassunto i dati sulla competitività dei settori produttivi relativi all'Italia per l'anno 2014 e studiando anche i precedenti periodi recessivi. Il "Rapporto" interamente scaricabile e consultabile a questo link (131 pagine) solleva aspetti molto interessanti in parte meglio sintetizzati negli articoli sotto riportati. Si denotano segnali incoraggianti di un sistema "vivo" seppur "sofferente". Buona lettura.

Dati macroeconomici: Istat, il Pil torna sotto l'anno 2000. Crescono l'economia sommersa e la pressione fiscale. Articolo tratto da "Investire oggi", fonte articolo, qui.  L'Istat ha pubblicato i dati macroeconomici relativi al 2014, che si è chiuso con un calo del pil reale dello 0,4%, facendo tornare il livello di ricchezza annua prodotta dall'Italia al di sotto del livello del 2000. Allo stesso tempo, il deficit pubblico risulta salito al 3% del pil, il tetto massimo consentito dal Patto di stabilità della UE. In crescita anche il debito al 132,1% del pil (128,5% nel 2013), il livello più alto almeno dal 1995. E proprio per il combinato tra calo della ricchezza e aumento della tassazione complessiva (stato+enti locali), la pressione fiscale risulta salita al 43,5% dal 43,4% dell'anno precedente. La domanda interna ha contribuito negativamente alla crescita del pil per lo 0,6%, mentre quella estera ha apportato un +0,3%. In crescita del 2,7% le esportazioni, mentre le importazioni sono salite dell'1,8%. L'Istat sottolinea come l'Italia sia stata l'unica grande economia europea (e non solo) in recessione nel 2014, quando la Germania è cresciuta dell'1,6%, la Francia dello 0,4% e gli USA del 2,4%. L'avanzo primario, ovvero la differenza tra entrate e spesa pubblica al netto degli interessi, si è attestato all'1,6% del pil, quando nel 2013 era stato dell'1,9%. A causa del lieve peggioramento, quindi, il rapporto tra deficit e pil è cresciuto dal 2,9% al 3%. Ma una delle sorprese di questa analisi da parte dell'Istat risiede nella scoperta della crescita dell'economia sommersa, salita nel 2012 al 12,8% del pil dal 12,4% del 2011. Per la prima volta, l'istituto di statistica indica anche le cifre di derivazione di tale economia "non osservata": il 4,4% dal lavoro irregolare, il sommerso l'11,7%, l'economia illegale l'1%, le sotto-dichiarazioni il 6,1%. Tutti questi sotto-aggregati, precisa l'Istat, si sono rivelati in crescita dal 2011. E parliamo proprio nell'anno in cui sono stati introdotti i limiti all'uso del tetto del contante sopra i mille euro, nonché annunciati ed iniziati ad effettuarsi i primi controlli sui conti correnti degli italiani e i famosi blitz nelle località di lusso.

La terziarizzazione dell'industria italiana nel rapporto dell'Istat. Articolo ripreso da "Greenreport", fonte articolo, qui. Per lanciare la riduzione del costo del lavoro magnificata dal governo Renzi per la propria legge di Stabilità 2015, uno dei refrain preferiti era quello del «togliere alibi» alle imprese; ridotto il costo del lavoro (e abolito l’articolo 18, non è un caso che per il Jobs Act lo slogan si ripeta) gli ostacoli all’assunzione di nuovi lavoratori sarebbero pressoché evaporati. Ma quanto incide sulle performance imprenditoriali la cosiddetta competitività di costo? Pochissimo, spiega il (link di seguito) Rapporto sulla competitività dei settori produttivi pubblicato oggi dall’Istat: «Una riduzione del 10% del costo del lavoro si accompagna a un aumento del fatturato pari allo 0,5%». Si tratta del resto di «risultati noti in letteratura», e difatti a fine 2014 (link di seguito) lo stesso Istituto chiarì che l’impatto della Legge di Stabilità sulla crescita economica italiana nel 2015 sarebbe stato trascurabile, nonostante i proclami. Tra le determinanti della performance d’impresa, sottolineano dall’Istat come emerga piuttosto «in primo luogo il ruolo della produttività del lavoro: nel periodo considerato (2013-2014, ndr), un livello di produttività più elevato del 10% comporta, a parità di altre condizioni, un aumento del fatturato industriale dell’8%». Per non parlare, come l’Istat spiega da tempo, dell’apporto dato dalla produttività del capitale, (link di seguito) che in Italia è meno performante di quella del lavoro. E questo è solo uno dei numerosi e interessanti dati contenuti nella terza edizione del nuovo Rapporto Istat, quest’anno con un focus incentrato sull’intensità delle relazioni tra industria e servizi, con l’obiettivo di evidenziarne il legame con il livello di competitività delle nostre imprese ed il loro potenziale di crescita. Per raggiungere questo risultato ciascun settore del sistema produttivo italiano è stato analizzato su una base dati di oltre 70 indicatori: nel quadro che ne emerge si dipinge lo stato «della “terziarizzazione” dell’industria,  cioè la tendenza verso un incremento dell’offerta di servizi da parte delle imprese industriali», nonché l’interconnessione tra industria e servizi; un trend che «rappresenta il tratto distintivo dell’evoluzione economica degli ultimi decenni, un processo favorito a sua volta dalla frammentazione internazionale della produzione (le cosiddette catene globali del valore) e dal conseguente incremento degli scambi di beni e servizi intermedi». In Italia oggi sono i servizi che spiegano circa il 73 per cento del valore aggiunto dell’economia, a fronte di circa il 20 per cento rappresentato dalla manifattura (e nonostante la volontà europea di puntare con decisione sullo sviluppo del settore industriale da qui al 2020), ma l’andamento di un comparto influenza profondamente quello dell’altro, in entrambe le direzioni. L’Istat, tramite un’analisi econometrica, ha rilevato in particolare che «un incremento di efficienza del 10% nell’offerta dei servizi ad alta intensità di conoscenza (Kibs, come attività professionali, consulenza informatica, fiscale, legale, contabile, ricerca e sviluppo, ndr) acquistati dalle imprese manifatturiere induce una crescita del fatturato di queste ultime pari al 3,3% per le esportatrici, del 2% per quelle che operano sul mercato interno». Si tratta di servizi che, per inciso, vengono acquistate dalle imprese quasi esclusivamente sul mercato interno del proprio Paese (è così in tutti i Paesi, per circa il 90% del totale dei servizi acquistati). Rovesciando la prospettiva, l’Istat evidenzia anche come l’Italia sia, dopo la Germania, il Paese «con la maggiore attivazione di sevizi alle imprese da parte della manifattura». Ovvero, fatto cento l’incremento della domanda di prodotti manifatturieri «la variazione incrementale complessiva dei servizi alle imprese è compresa fra il 29,3% della Germania e il 10,9% del Regno Unito», e l’Italia, con il 27,3% si colloca appena al di sopra di Spagna (25,9%) e Francia (25%). Se la manifattura tira, anche i servizi connessi vanno meglio (e viceversa). La sua progressiva terziarizzazione, piuttosto che portare a un abbandono della stessa – specialmente nei suoi aspetti più impattanti sull’ambiente e sulla società, come avvenuto negli ultimi decenni in Europa –, tramite politiche industriali dedicate potrebbe rivelarsi un decisivo elemento di forza nella realizzazione di un’industria più sostenibile. La competitività dei sistemi produttivi italiani, come mostra il Rapporto dell’Istat, non potrebbe che trarne giovamento.

Roma, le "vele" di Calatrava vogliono il "vento"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Fotografie in bianco e nero dell'impianto Città dello Sport di Roma Tor Vergata, link a fondo pagina, scatti a cura di Moreno Maggi, fotografo d'architettura, qui il suo sito.  

Che da bambino scorrazzassi in bicicletta canticchiando l'inno del Moro di Venezia (qui) senza perdere una regata tra le onde di San Diego è relativo. O che da post adolescente rientrassi prima il sabato sera per poi rimanere sveglio fino alle sette del mattino ed entusiasmarmi a ogni strambata di Luna Rossa (qui e qui). Questo post nasce da concetti  meno emotivi e più pratici, soprattutto riprende un interessante articolo con relativo video (ne consiglio la visione) apparso  pochi giorni fa su "Il Corriere della Sera". Lo sport ha attinenza, l'acqua pure, il resto meno, se non il vento e qui sono  dolori. 
Il titolo dice molto: Roma, la Città dello sport di Calatrava già costata  200 milioni di Euro e che forse non sarà mai terminata. Qui è possibile leggere interamente l'articolo; interessante, anche se il web ne è pieno. Ad esempio qui cun ulteriore post molto tecnico e altrettanto dettagliato. 
Il "non compiuto" mi ha sempre affascinato. Ha una sua storia, un obiettivo troncato e una funzionalità mancata sebbene si provi a recuperare. Non so esattamente perchè, forse ne immagino le difficoltà, l'intera gestazione o, in questo caso, i passaggi burocratici che ne hanno impedito il completamento. 
Esattamente un anno fa, ed ecco un'altra attinenza con l'articolo apparso poche ore fa, percorro in macchina la strada che da Frascati porta al Monte Tuscolo e alla storica città pre-romana (qui) per scattare delle fotografie. Supero il secondo tornante e scorgo la bellezza e l'equilibrio di Villa Lancellotti (qui), mentre accanto, a sfiorarne le forme, come posata per caso, risalta il colore bianco dell'unica "vela" per il momento terminata della Città dello Sport di Roma.
Dicotomie. Passato e contemporaneo. Forme e concetti a confronto. Confronto duro, spigoloso. Evoluzione? Non saprei davvero. Procedo cento metri, fermo l'automobile, scendo a piedi, vado in senso contrario alla strada da me fatta e punto l'obiettivo. Geometrie sovrapposte, scatti interessanti o meno, riusciti o non, la luce c'è, lo scorcio si presta. Strutture rivolte al cielo e ancorate alla terra, come volessero farsi immortalare insieme e così infatti è, le "accontento". Il progetto "International acquatic centre" di Roma Tor Vergata nasce principalmente e nel (fu) breve termine con l'obiettivo di servire la Città di Roma per i XIII Campionati del mondo di nuoto Fina (qui le info sullo svolgimento dell'evento sportivo e qui il coinvolgente promo video dal titolo: Trattenete il respiro). Chiaramente, purtroppo o per fortuna, le cose hanno avuto un corso completamente diverso. A partire dal vento, che non soffia più come previsto o probabilmente ha soffiato subito troppo forte. Dipende dai punti di vista. E la parola vento va tradotta con Euro e cioè con i fondi necessari per avviare il cantiere, procedere nei lavori, completare l'opera e vedere qualche bracciata della forse inarrivabile Federica Pellegrini. 
Si parte, già, si parte, sembra infatti che sin dal momento stesso dell'inaugurazione fosse chiaro che l'infrastruttura nata dalla "matita" dell'archistar spagnolo non sarebbe stata pronta per l'estate 2009, data di apertura dei campionati del mondo. E siccome la posa della prima pietra risale al 2007 è facile comprendere come presso l'inossidabile Foro Italico (qui) stessero già allestendo le corsie per separare le vasche e chiaramente con dei costi aggiuntivi.
Dicevo, si inizia, stando ai dati forniti da Wikipedia e da "Il Corriere della Sera" le casse erogano 60 milioni di Euro che però raddoppiano praticamente subito diventando 120 milioni al momento dell'inserimento completo del "Progetto Calatrava". Si riesce con estrema fatica e dopo due amministrazioni capitoline, Veltroni prima (ideatore) e Alemanno poi, a completare quasi del tutto i 204 archi dei due basamenti (sicuramente gli archi di un basamento) e la struttura metallica del primo ventaglio alta 80 metri, fatta di pieghe continue anche se per il momento senza "vetri" (qui il concetto del progetto architettonico innestato nell'area di Tor Vergata). Nei fatti il cittadino pagherebbe ad oggi 201 milioni di Euro iva esclusa per una struttura dove l'unica acqua che scorre è quella piovana e ovviamente dentro l'impianto. Non male, cifre importanti. Ma forse si può fare di peggio. Chissà?
Intanto qualche certezza o presunta tale: il faraonico progetto iniziale apparirebbe quasi abbandonato a parole e forse anche sulla carta e pure tra le impalcature arrugginite. Il cantiere versa in uno stato di degrado e la cupola bianca e vuota si erge nel quadrante sud-est di Roma priva di un vero ruolo, un po' sola e malconcia, come l'area di Tor Vergata, potenzialmente stupenda e unica, ma purtroppo sviluppata urbanisticamente senza molto criterio logico (a prescindere dalle vele) e con i Castelli Romani che la osservano interdetti.
Soffia il vento della recessione e i rubinetti della liquidità portano (dicono) meno acqua, così con tutta probabilità non vedranno mai la luce i due laghi artificiali volti a formare una struttura a quadrifoglio con le due "cupole" in metallo, l'arco centrale, gli altri impianti sportivi di pertinenza e, non va dimenticata, la torre del rettorato alta circa 90 metri. L'idea di completare e utilizzare la struttura per le Olimpiadi di Roma 2020 è naufragata con la candidatutra stessa della Città Eterna in sede Cio, Roma si è ritirata e dopo Torino 2006 con la sua mancata pianificazione post olimpiadi, forse è anche meglio così. Si parlerebbe di recuperare il tutto per un'ipotetica candidatura di "Roma 2024" o, più obiettivamente, di adibire l'intero complesso ad uso dell'Università degli studi di Roma Tor Vergata che ha ovviamente voce in capitolo circa l'impianto e non solo. Tramontata o, meglio ancora, mai sorta, si spera, l'idea di un polo commerciale. Sarebbe stato davvero troppo e sarebbe il famoso peggio che in Italia non manca poi spesso.
Sta di fatto che nel 2015, quindi ad oggi, per portare a compimento il progetto originario servirebbero ulteriori 426 milioni di Euro che sommati ai soldi già spesi fanno semplicemente venire i brividi. Come quando si esce da una piscina e per via di acqua e sbalzo termico si avvertono dei brividi. Insomma, circa 600 milioni di Euro complessivi, soprattutto, si è lontanissimi da quei 60 milioni preventivati in partenza, ma, lontani o vicini, facciamocene una ragione; questo, in fin dei conti, dagli anni '70 in poi è lo stivale del debito e se le suole sono bucate bisogna "camminare" lo stesso.
Dopo quasi 10 anni dall'avvio del cantiere neanche un tuffo e nessun spettatore. A correre è solo il cronometro dei presunti lavori che però sembra non fermarsi mai. Di Filippo Magnini qui non si è mai visto un gesto. Si parla di nuovi soldi pubblici (ancora brividi), di non definiti investimenti privati o di fondi europei che "soffierebbero" addirittura da Bruxelles fino ai margini della Città di Frascati passando per i Monti Prenestini. Scenario suggestivo.
Viene da chiedersi, perchè tutto questo? Quale pianificazione, quale uso reale, quale bellezza seppur la bellezza sia soggettiva per ognuno di noi mentre l'arte, magari, risponde a criteri ben più precisi e l'architettura ne è l'emblema. Risposte scontate e meno.
Il pachiderma di sicuro è li, visibile da più punti di Roma, immobile, gronda denaro, fa tenerezza e rabbia al tempo stesso. Ho finito di scattare, torno a piedi verso la macchina, metto in moto e "riprendo" verso Tuscolo.  
Gli scavi a volte procedono e a volte si fermano (qui), i fondi sono quelli che sono, i problemi tanti per un sito archeologico inestimabile e valorizzato parzialmente. Sul monte un'aria frizzantina rinfresca i miei passi, dietro le rovine, a pochi chilometri, Tor Vergata e le sue "vele" così moderne e incompiute.
Forse nel mezzo della cultura attuale più che alzare ed edificare dovremmo capire il valore dello scavare, dello scoprire e ripartire proprio da qui. Riprendere dal Paese che abbiamo come culla e che qualcuno ci ha donato. Per molte ragioni. Certamente si creerebbe un vento teso, di molti nodi che ci porterebbe in mare aperto e farebbe stabilire qualche bel primato. Primato vero. Intanto, le "vele" sono ferme, in preda alla bonaccia.
Per osservare la galleria fotografica attinente l'impianto Città dello Sport di Roma Tor Vergata clicca qui, foto di Moreno Maggi, luglio 2014. Buona visione.

25 febbraio 2015

L'onestà di un'immagine

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Articolo tratto da Internazionale, clicca qui per l'articolo originale. Postprodurre una foto. Quando il limite? Interessante articolo a firma di Giovanna d'Ascenzi. La notizia è questa: per l’edizione 2015 del World press photo, il premio di fotogiornalismo più prestigioso del mondo, la giuria ha scartato il venti per cento delle immagini inviate dai concorrenti. Tre volte tanto rispetto all’anno precedente. Il motivo è stato un uso eccessivo del fotoritocco.
Se inviate una foto o un reportage al World press photo, vi verrà chiesto di allegare anche i file raw originali, cioè la foto come si presenta al momento dello scatto, senza modifiche, in modo che i selezionatori possano vedere quanto ci avete lavorato su e valutare se avete superato dei limiti nella manipolazione. Le regole sono cambiate dal caso di (link di seguito) Paul Hansen, vincitore assoluto nel 2013, che aveva avuto il merito di scatenare la prima vera discussione agguerrita sull’argomento.
Ma qual è il punto di non ritorno? Narciso Contreras, premio Pulitzer nel 2013, (link di seguito) è stato licenziato dall’Ap perché con Photoshop ha rimosso un oggetto da una foto scattata in Siria. L’Ap ha regole molto ferree al riguardo e accettare un comportamento del genere avrebbe messo in discussione il proprio codice etico.
Il dibattito su quali siano oggi i confini invalicabili per un fotogiornalista è ancora aperto e offre nuove riflessioni sul ruolo della fotografia e su come deve raccontare la realtà. (Link di seguito) Lens, il blog di fotografia del New York Times, ha chiesto ai giurati del World press photo e a professionisti del settore qualche opinione sull’argomento.
Michelle McNally, presidente di giuria del premio, racconta che molte immagini in lizza per la vittoria non hanno passato il test nel confronto tra raw e immagine finale. Per esempio, manipolando eccessivamente le luci erano scomparsi interi elementi. In altri casi, era come guardare due immagini completamente diverse. Per McNally, anche se i fotografi non si sono resi conto di sbagliare hanno volontariamente tentato di imbrogliare.
Un fotografo, in veste anonima, ci offre un altro punto di vista. I concorsi, afferma, sono un male necessario. Necessario per essere visibili e vendere il proprio lavoro. Ma le regole non sono così chiare: è inaccettabile cancellare una lattina sullo sfondo e fare apparire la strada pulita, certo. Ma usare un flash, un sole “tascabile”, è consentito? Bisogna considerare le intenzioni dell’autore o analizzare solo le migliaia di informazioni contenute nel raw? La verità, secondo questo fotografo, è che molti non usano il ritocco per cambiare la realtà, quanto per rendere speciale un’immagine, riconoscibile in un mondo competitivo come quello della fotografia.
Secondo David Campbell, esperto di comunicazione e analisi visiva, la manipolazione non si esaurisce con l’uso di Photoshop. In ogni fase della realizzazione, dallo scatto alla distribuzione, ci sono le potenzialità per modificare una foto. La questione è su cosa sono d’accordo i mezzi d’informazione quando si parla di limiti. Nello studio curato da Campbell, (link di seguito) The integrity of an image, sono ammessi gli aggiustamenti minori (come per esempio schermare e bruciare, sistemare la tonalità, convertire in bianco e nero). Non è possibile rimuovere elementi dall’immagine, ma solo dei difetti causati da anomalie del sensore della fotocamera, come la polvere. La giuria 2015 del World Press Photo non ha bocciato tante immagini solo perché erano troppo “fotoshoppate”. Manipolazione e ritocco non sono la stessa cosa. Tutte le foto sono lavorate ed elaborate in qualche modo. E la fotografia non dovrebbe avere limiti di creatività: anche un’immagine molto ritoccata può raccontarci a modo suo la realtà. Però chi si cimenta nel reportage ha il compito di fornire al lettore dei documenti, delle prove della realtà raccontata, per cui gli standard devono essere più rigidi per non perdere la credibilità della testimonianza.