16 aprile 2016

Le mille rinascite di Torino, vero laboratorio italiano delle idee

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Altro che lento passeggiare tra portici e gianduiotti. Torinesi tra i più dinamici dell'UE e città tra le prime metropoli europee - sul podio, seconda dopo Amsterdam - per l'innovazione. 
Premiata la capacità di plasmarsi e reinventarsi nel corso degli anni (secoli) non perdendo il ruolo di centralità.
L'articolo di Giuseppe Colicchia su La Stampa traccia uno spaccato della città manifatturiera e a lungo considerata la porta d'Italia. Qui l'articolo nella sua versione originale. 
In foto, fermento di vita e colori in Piazza Vittorio Veneto, immagine tratta da La Repubblica, autore Fabio Polosa, qui.
Buona lettura.

Ma come? Noi bogia-nen sul podio delle città più innovative d’Europa? Noi torinesi tra i più dinamici cittadini dell’Unione Europea? Neanche tanto tempo fa, non ci avremmo creduto. E se qualcuno arrivato da fuori ci chiedeva di raccontare Torino ripetevamo come automi i nostri luoghi comuni: Torino che ha inventato o portato per prima in Italia la moda e il cinema e la televisione, per poi farsi scippare ogni cosa da Roma e da Milano. Torino che un tempo aveva il Salone dell’Auto e adesso meno male che ci sono quelli del Libro (che naturalmente si farà e sarà un successo, alla faccia dei non pochi che ne pregustavano la fine ignominiosa) e del Gusto. Torino che appunto era la città della Fiat e che ora non lo è più, perché la Fiat intanto è diventata Fca e scomparso l’Avvocato e cambiato il mondo si è rimessa in gioco tra gli Usa, l’Olanda e l’Argentina, dopo che aveva già aperto stabilimenti in Polonia, in Brasile e altrove. Già.

E poi però arriva questa notizia: le tre città più innovative del Vecchio Continente sono oggi nell’ordine Amsterdam, Torino e Parigi. Roba da mandare ko qualsiasi ipotesi di understatement, caratteristica che com’è noto contraddistingue noi torinesi. Com’è possibile? Dov’è il trucco? In realtà, Torino ha sempre avuto molte facce, e nel corso della sua storia è stata costretta a reinventarsi più volte. Per dire: la moda è nata qua e non altrove proprio in seguito alla crisi feroce che seguì nel 1864 il trasferimento della Capitale prima a Firenze e poi a Roma. Le sartine di corte, rimaste da un giorno all’altro senza lavoro, anziché disperarsi e rimpiangere i fasti del passato seppero guardare avanti e si rivolsero a una clientela certo meno titolata ma più vasta, aprendo poco per volta i loro atelier. Le più intraprendenti e fortunate si spingevano regolarmente fino a Parigi per aggiornarsi sulle novità di quella che poi sarebbe diventata l’industria della Haute Couture e del Prêt-à-porter. E pazienza se poi Milano è diventata la capitale italiana della moda con le sue settimane primavera/estate e autunno/inverno: quello che conta, a ben vedere, è che l’idea è nata qua, come oggi nascono qua le visioni e le intuizioni che stanno all’origine delle tante start-up nate dalle parti del nostro Politecnico. Torino, già sede dell’Eiar negli Anni Venti e Trenta, quando in Italia nasce la televisione, è la città in cui negli Anni Novanta - quando non esistevano né i vari social né iTunes - tre amici, Gianluca Dettori, Franco Gonella e Adriano Marconetto scoprono l’esistenza del formato mp3 e fondano Vitaminic, società allora all’avanguardia nel settore della musica digitale che diventò leader in Europa con i suoi 5 milioni di brani musicali.

Insomma: Torino ha sempre avuto la capacità di rinnovarsi. A Torino, dove non a caso sono nate tra le altre cose case editrici che hanno fatto la storia dell’editoria italiana, dalla Utet all’Einaudi passando per la Paravia e l’Edt, le idee non sono mai mancate. Per un bizzarro paradosso, questa città già fordista e razionalista, segnata fin dalle origini dal suo impianto urbanistico rigidamente ortogonale (ma non è un caso che vi siano delle eccezioni, su tutte via Po e via Pietro Micca, che tagliando diagonalmente il centro cittadino inopinatamente rompono l’ordine che le circonda) è allo stesso tempo da sempre quadrata ma visionaria, disciplinata ma capace di lucida follia: si pensi alle realizzazioni di Alessandro Antonelli, che se avesse fatto l’architetto a New York anziché qua avrebbe senz’altro scatenato la fantasia di un qualche sceneggiatore hollywoodiano. Noi nella sua Mole abbiamo messo il Museo del Cinema: con l’Egizio, uno dei più visitati in Italia, oggi che Torino si permette addirittura di fare il record di turisti, altra cosa fino a ieri impensabile. Per cui il fatto di ritrovarci oggi fra le tre città più innovative d’Europa a ben vedere non sorprende più di tanto. E proprio l’aver perso il suo ruolo di capitale dell’auto ha aiutato Torino a darsi una scossa, e a cercare nuove strade.

Resta certo un problema di fondo, non da poco: Torino è pur sempre in Italia. La crisi ha morso e continua a mordere anche qui, nell’ex capitale dell’auto che rinnovata la sua immagine grazie ai Giochi del 2006 si è però ritrovata con un debito pro-capite tra i più alti di tutto il Paese. E anche qui tante energie vanno sprecate, e svariati cervelli come da copione fuggono. Perché al di qua delle Alpi chi produce nuove idee si scontra inevitabilmente con le regole scritte (e non) di un sistema che certo non facilita la vita, se ogni giorno ci si deve confrontare con le più classiche «pastoie burocratiche».   Per tacere dei tratti antropologici del nostro popolo, magistralmente sintetizzati da Ennio Flaiano: «L’Italia è il Paese in cui sono accampati gli Italiani». Proprio alla luce di tutto questo, tuttavia, la notizia che Torino è oggi sul podio delle tre città più innovative d’Europa non fa gridare al miracolo, ma è senza dubbio motivo di orgoglio.

15 aprile 2016

Il Parlamento Europeo approva il glifosato per altri 7 anni

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Ne sentivamo il bisogno. Una delle molte priorità delle cittadinanze europee. Il voto, subdolo, assolve anche a un ruolo strategico, in quanto lima l'onere politico in capo alla Commissione Europea. Violato dall'Europarlamento il principio di precauzione, sempre qualora, in questo caso, sia stato anche vagamente considerato. Articolo ripreso da Rinnovabili.it, clicca qui per l'articolo nella sua versione originale. Buona lettura.

L’Europarlamento ha chiesto di rinnovare l’autorizzazione al glifosato nel nostro continente. La risoluzione (qui) non vincolante leva d’impaccio la Commissione europea, che ha rinviato il più possibile la decisione su questa sostanza «probabilmente cancerogena» per l’Organizzazione mondiale della sanità. Ora che Bruxelles ha l’appoggio del ramo politico dell’Unione, potrà superare senza imbarazzi l’opposizione pubblica (qui). Ancora una volta ne esce sconfitta la società civile, insieme al mondo dell’ambientalismo e dell’agricoltura biologica, che chiedevano a gran voce di vietare il rinnovo dell’autorizzazione all’uso e alla vendita degli erbicidi a base di glifosato.
Con 374 voti favorevoli, 225 contrari e 102 astenuti, la risoluzione proposta da Giovanni La Via (PPE, presidente della Commissione Ambiente) chiede di dare il via libera alla sostanza «solo per usi professionali» per altri 7 anni (invece che 15, come di norma). In questo lasso di tempo, il documento invita la Commissione Ue a presentare una nuova bozza, in modo da «affrontare al meglio l’uso sostenibile degli erbicidi contenenti glifosato e lanciare una revisione indipendente della tossicità generale e della classificazione, basata non solo sui dati relativi alla cancerogenicità, ma anche su possibili proprietà di interferenza endocrina».
I deputati esortano infine la Commissione e l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) a «rivelare immediatamente tutte le prove scientifiche alla base della classificazione positiva del glifosato e della proposta di nuova autorizzazione, visto l’interesse pubblico prevalente alla divulgazione». 

I membri italiani del PPE che hanno votato a favore sono: Lorenzo Cesa, Salvo Cicu, Alberto Cirio, Lara Comi, Elisabetta Gardini, Fulvio Martusciello, Barbara Matera, Salvatore Domenico Pogliese, Massimiliano Salini, Antonio Tajani.
I membri italiani del gruppo S&D che hanno votato a favore sono: Brando Benifei, Goffredo Bettini, Simona Bonafé, Mercedes Bresso, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Andrea Cozzolino, Nicola Danti, Isabella De Monte, Elena Gentile, Michela Giuffrida, Roberto Gualtieri, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Massimo Paolucci, Gianni Pittella, David Sassoli, Renato Soru, Patrizia Toia, Daniele Viotti, Flavio Zanonato.
L’unica astenuta italiana è Alessandra Mussolini (PPE).
Hanno votato contro: Raffaele Fitto e Remo Sernagiotto (ECR), Isabella Adinolfi, Marco Affronte, Daniela Aiuto, Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Rosa D’Amato, Eleonora Evi, Laura Ferrara, Piernicola Pedicini, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zanni e Marco Zullo (EFDD), Mara Bizzotto, Mario Borghezio, Gianluca Buonanno, Lorenzo Fontana e Matteo Salvini (ENF), Fabio De Masi, Curzio Maltese e Barbara Spinelli (GUE/NGL), Sergio Cofferati (S&D).

In sostanza, rispetto a prima cambia molto poco: prodotti a base di glifosato non dovrebbero più essere venduti a chi non è in possesso di patentino agricolo e ne potrebbe essere proibito l’uso come diserbante per i bordi delle strade, i parchi pubblici e i giardini. Tuttavia, l’agricoltura potrà continuare a spruzzarne tonnellate ogni anno sui campi. L’unica richiesta del Parlamento europeo è il divieto di utilizzo “pre-raccolto” sui cereali, cioè come disseccante. In Italia è legale, ma aumenta l’esposizione degli agricoltori. Anche se fosse vietata, il nostro Paese importa grandi quantità di grano duro per la pasta da Canada, Francia e Ucraina, Paesi umidi in cui questa pratica è diffusa.
Vincenzo Vizioli, presidente dell’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (AIAB), è furioso: «Questo voto di compromesso è di una ipocrisia inaccettabile. Il Parlamento europeo non può permettersi di fare compromessi sulla salute. Se siamo convinti che il glifosato non sia cancerogeno perché rinnovare l’autorizzazione per ‘soli’ 7 anni contro i 15 proposti inizialmente? Se invece abbiamo forti sospetti che provochi seri danni alla salute, perché ci facciamo beffe ancora una volta del principio di precauzione?».
La risoluzione, infatti, è una ennesima mannaia sul principio di cautela che dovrebbe ispirare la normativa europea. Nemmeno di fronte all’allarme dell’Agenzia internazionale della ricerca sul cancro (IARC) dell’Oms, che ritiene il glifosato un probabile cancerogeno, è arrivato il divieto. L’EFSA ha ribattuto con uno studio di segno opposto, sul quale gravano pesanti ombre di conflitti di interessi (qui), ma che comunque è stato preso per buono.
«Chi mandiamo a decidere in Europa? – tuona Vizioli – Non hanno la minima idea di cosa sia l’agricoltura, che pure vale il 40% del bilancio europeo. Tanti dei nostri europarlamentari non hanno mai consultato le realtà del territorio, mentre conosciamo bene le pressioni delle multinazionali nel momento del voto».

La portata politica della questione glifosato è infatti molto vasta. La Monsanto ci guadagna 5 miliardi l’anno vendendolo in tutto il mondo. Inoltre, il suo erbicida di punta (Roundup) è abbinato a molte delle colture OGM che ormai coprono oltre 180 milioni di ettari di terra sul pianeta (15 volte la superficie agraria italiana). Nelle prossime settimane il Comitato fitosanitario permanente, un gruppo di esperti nominati dagli Stati membri di cui non si conosce l’identità, dovrà decidere se rinnovare l’autorizzazione al glifosato. La Commissione europea ha tempo fino a giugno per adottarla definitivamente. Se fosse stabilito un legame anche probabile fra cancro e glifosato (qui), l’Ue dovrebbe bandirla del tutto, aprendo il vaso di Pandora dei mangimi OGM che importiamo per gli animali allevati. In Italia, l’87% di questi mangimi è geneticamente modificato e irrorato con glifosato.

12 aprile 2016

Da un pianerottolo all'altro

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Mentre nell'ipotetica casa comune volano stracci (qui), nemmeno fossimo in un condominio di periferia di uno stato considerato periferico  - come spesso va di moda nei tg economici -, il report datato fine 2015 di Peter Praet (qui), in soldoni, pardon, in "euroni", il capo economista della Banca Centrale Europea - non proprio un capo condomino di paese o qualcuno esterno alle maglie UE - presenta un rapporto duro, così definito: "...showing one devastating chart after another on how the euro has failed the Eurozone economy".
L'eco dell'austerità rimbomba nella tromba delle scale UE, lasciando l'area Euro intrisa da crescenti tensioni e stremata dalle folli politiche imposte dalla Germania.
Nella vecchia Europa con stati culla della civiltà relegati in garage e alla miseria, altri, propulsori di storia politica e ricchezza, tenuti volutamente al piano terra, la strada imboccata appare sempre più disastrosa.
Come in un condominio con esigenze profondamente diverse nel quale non si va d'accordo e dove si aprono discussioni da un pianerottolo all'altro.
Buona lettura. 
ECB Chief Economist: Ok, I Get it, the Euro Doesn’t Work. Clicca qui.
Foto post: APA.

04 aprile 2016

Land of mine

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Oltre 2.000.000 di mine anticarro e antiuomo sepolte sotto la sabbia della Danimarca orientale. 
A tanto equivaleva la preoccupazione militare del Terzo Reich per lo sbarco delle truppe alleate nella pancia dell'Europa settentrionale.
Una preoccupazione asfissiante e peraltro rivelatasi sbagliata.
Maggio 1945, con la resa incondizionata della Germania nazista, molti soldati tedeschi, detenuti di guerra in Danimarca, vennero impiegati nello sminamento delle coste danesi. Impropriamente. 
Tanti giovanissimi, quasi tutti inesperti per un unico, imposto, obiettivo: bonificare per mano tedesca le mine sepolte nel suolo danese da quelle stesse mani della medesima nazionalità.
Una vendetta sottile quanto barbara, un nuovo genocidio taciuto che racchiude una pagina di storia poco conosciuta se non sconosciuta del secondo conflitto mondiale, sotterrata non solo nella sabbia, ma tra le pieghe di rapporti militari e libri poco letti.
Land of Mine, film con regia di Martin Zandvliet unisce aspetti strazianti quanto illuminanti della storia che fu.
La disumanità, la vendetta e l'odio che si uniscono alla fratellanza come alla pietà e al rispetto. Un salto emotivo inaspettato che tiene incollati alla poltrona e che trova nell'individuo uomo la sua matrice comune racchiusa nella dignità alla vita oltre ordini e uniformi ben distinte.
Il ritmo andante del film non trova rallentamenti catalizzando un'alta soglia di attenzione e unendo una fotografia di sublime bellezza curata da Camilla Hjelm Knudsen.
Al cinema. Qui il trailer. Buona, eventuale, visione.

03 aprile 2016

A Genzano di Roma riapre Parco Sforza Cesarini

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Primavera. Aria aperta e risveglio dei sensi. Un angolo dei Castelli Romani che furono riapre come da recente tradizione. A Genzano di Roma si svela - nuovamente - al pubblico Parco Sforza Cesarini; giardino romantico ottocentesco annesso al palazzo ducale.
Scorcio di notevole bellezza e di grande pregio naturalistico, situato nella parte alta (storica) del Comune di Genzano di Roma, si affaccia sul lago di Nemi, snodandosi per 1,8 km all'interno del suo imbrifero e con un dislivello da Genzano paese fino al livello dell'acqua di 180 metri.
Storia, varietà botaniche e acqua, tutto fuso con la magia millenaria del territorio castellano.
Il palazzo dietro di sè, l'abitato di Nemi di fronte, Monte Cavo un po' defilato e sotto lo Speculum Dianae. Mille punti di osservazione che meritano davvero una visita.
Foto post: fotografo Stefano Scacchi.

Descrizione di Parco Sforza Cesarini, fonte, clicca qui
Il Parco Sforza Cesarini, annesso al Palazzo della famiglia ducale, è unico nel panorama dei Castelli Romani perché, oltre ad essere interessante sotto il profilo naturalistico, offre un paesaggio suggestivo e magico, che dal centro storico di Genzano conduce fino alle sponde del Lago di Nemi. Il duca Lorenzo Sforza Cesarini (1807-1866) lo dedicò alla consorte di origini inglesi Caroline Shirley (1817-1897) e al suo interno è possibile visitare un paesaggio ricco di piante, grotte (di probabile frequentazione altomedioevale), piccoli laghetti, ruderi e scorci panoramici di pregio. I lavori vennero diretti dall’architetto Augusto Lanciani, dal 1847 al 1857 circa.
Il sistema dei percorsi è costeggiato da piante autoctone ed esotiche che nell'800 erano considerate vere e proprie rarità botaniche. I  Cedri del Libano, le  Sequoie e i Lecci, che disegnano il profilo del parco, sia verso il lago che verso l’abitato di Genzano, sono vivide testimonianze del patrimonio vegetazionale originario L’acqua era sicuramente una presenza importante del giardino, raggiungendo il massimo effetto scenografico nell’area delle grotte (i grottoni) dove essa si raccoglieva, e torna a raccogliersi dopo i recenti lavori di restauro, in una vasca ai piedi di una spettacolare parete rocciosa. Tipici del giardino romantico del XIX secolo sono i finti ruderi come la finestra bifora che, nella sua muratura rustica e falsamente diroccata, si articola a formare una panchina da cui si gode un’inquadratura panoramica del lago e del centro urbano di Nemi. Proprio il bacino del piccolo lago vulcanico costituisce il riferimento visivo continuo all’interno del parco, un vero e proprio catino ambientale in cui il visitatore è invitato a immergersi.
Dal 1999 il bene è stato acquistato dal Comune di Genzano il quale, con fondi regionali e provinciali, ha condotto dei lavori di restauro riguardanti la parte del giardino storico vero e proprio ed interventi propedeutici al recupero della sentieristica e del bosco.  Il giardino dell’ottocento, infatti, conosce come suo specifico principio compositivo la costruzione di precise scene paesistiche che si snodano lungo un percorso ideale di fruizione, dalle zone più artficiali a quelle più naturali e selvagge del bosco, dove il fattore tempo diventa principio di organizzazione spaziale. L’itinerario si sviluppa, quindi, lungo un percorso ideale scandito da episodi esemplari.
Il tema dello scorrere del tempo, della storia dell’uomo e della memoria è uno dei fili conduttori che riconduce ad unità la varietà dei temi rappresentati dal giardino romantico. In questa ottica, anche, vanno interpretate le tracce di questa sensibilità, come la frequenza dei reperti di epoca antica disseminati lungo i sentieri, il sarcofago antico, la parete rocciosa artificiale con la colonna e le iscrizioni funerarie al primo tornante del sentiero principale, oppure gli edifici in rovina, quali testimonianza dell’intervento dell’uomo riassorbito dalla natura.
Nel giardino c'è un altro motivo che assicura l'unità nella varietà, il cui spunto è offerto da Alessandro Guidi, nella sua guida dei Colli Albani del 1880: "...Ma spettacolo più di ogni altro giocondo offrono à riguardanti il lago e le sue rive che girano a simiglianza di teatro in tondo...". In questo passo  è contenuta la splendida suggestione attraverso l’immagine del bacino del lago di Nemi, verso cui il giardino si protende per raccoglierne un certo numero di vedute e riportarle al suo interno, e che perciò torna onnipresente nei parterres fioriti e nelle terrazze panoramiche, nei sentieri e negli spazi lasciati liberi dagli alberi, evocato come anfiteatro, “teatro in tondo”, dentro il cui cratere, “in andar leggiadrissimo”, lentamente, ci si immerge.

28 marzo 2016

Più in alto di tutti

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Brillano tre segni distintivi o colori, che dir si voglia: le trasparenze dell'affascinante coppa di cristallo che non a tutti si dona, tanto cercata e voluta da questo atleta e dall'Italia; il rosso della passione, ma qui, più che mai, sinonimo di chi comanda, pettorale del leader della classifica di specialità.
Resta l'ultimo segno, il colore finale: l'azzurro dell'Italia, mai così in alto nella storia della discesa libera. Un'altezza tale da suscitare, a molti, le vertigini dalla bellezza. 
Premiato il lavoro di tanti, soprattutto, l'impegno di un atleta serio, tecnicamente grande che nel pieno della sua maturità, 33 anni, centra un risultato storico per sè e per tutto il movimento dello sci alpino, portandolo più in alto di tutti.
Buona visione e lettura. Qui e qui.
Fonte foto post, clicca qui e tratta da FISI, Federazione Italiana Sport Invernali.

26 marzo 2016

A a a cercasi crescita economica

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Al titolo, visti i dati e gli ultimi grafici, aggiungerei: "No perditempo". Il post circa gli ultimi valori riguardanti la crescita economica del nostro paese era in programma da tempo anche se come uovo di Pasqua avrei voluto celebrare il titolo mondiale di Peter Fill. Troppe cose, troppo distanti fra loro, andiamo con ordine. 
Fill ha vinto, primo italiano nella storia a indossare il pettorale rosso di discesa libera. Il colpo era nell'aria - se vinci a Kitzbuhel non hai certo iniziato ieri con lo spazzaneve e qualcosa di grosso rischi di combinarla - e qualche post fa spingevo gli azzurri titolando: "Italjet". Avrà contribuito a portare bene: Fill campione di specialità e Paris a un soffio da lui. Gli azzurri tra salti e gobbe corrono, seguirà, seppure in ritardo, un post ad hoc. 
Mischiando "profano e sacro" ciò che non corre e non salta è la crescita economica dell'Italia. Frase arrangiata, sarebbe più opportuno un "Fatemi prendere tempo e dire qualcosa per unire argomenti completamente diversi".
Ma veniamo al merito e poche battute.
La querelle Governo-Istat-alcuni economisti sui dati di crescita - qui e qui - è stata ricomposta piuttosto rapidamente. +0,6% su base annuale, in alcuni momenti spacciato per +0,8%.
In epoca di crescita debole - ancora stagnazione? - non ci graziano neppure gli arrotondamenti.
Le cose, quando si tratta di numeri ancorati a milioni di persone, imprese, a migliaia di famiglie e categorie, ecco, sono effettivamente più complicate. Soprattutto se si viene dal disastro della recessione.
Allora più che incollare il grafico di turno è opportuno capire.
Così, leggendo, ho scelto questi due post - ovviamente - per comprendere bene la situazione sulla crescita di oggi e su quella mancata negli anni e, dato che ci siamo, su quanto servirebbe per tornare ad alcuni precisi livelli di ricchezza. Nell'eventualità, per carità, coltivare ottimismo è fondamentale ma non montiamoci la testa. 
Per ora, invece, teniamo i piedi ben saldi nello "zero virgola" che non produce certo eccitazione in tanti altri valori a esso legati. Soprattutto, più che cercare la crescita, cerchiamo di capire anche la mancata crescita. 
Buona lettura e buona Pasqua. Cliccare qui e qui
Grafico post tratto da Agenzia Ansa.

14 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot spiegato da un romano (in romanesco)

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Uscito dal cinema la prima frase che ho attirato è stata: "Per fortuna non fai il critico cinematografico". La mia risata oltre che di pancia è servita a prendere tempo e anticipava la voglia di capire maggiormente questo film.
Così l'ho "ripercorso" in alcune scene unendole alla storia della città di Roma, ad alcune sue tradizioni e caratteristiche, al contesto odierno sotto più punti di vista e chi, appunto, più ne ha più ne metta.
Così, gira de qua, leggi de là, chiudi di qui, riapri de qua, ecco che m'imbatto in questa "storia".
Ora si che "Lo chiamavano Jeeg Robot" è più comprensibile ed entusiasmante anche per me che ho "faticato".
Recensione 'na cifra gajarda e tratta dal sito The Movie Shelter, a firma de Fabio de Felice, clicca qua.
Mi permetto di riportarla, in parte, anche sotto. Scegliete pure l'idioma, di sicuro, buona lettura e, in caso, buona visione.

Ao, mettete a sede e stamme a senti’. Giù, continua a tene’ il telefono davanti alla faccia, ma mettete seduto. Dovemo fa’ un discorso: al cinema ce sta un film che devi anna’ a vede’ per forza. Lascia perde tutte quell’altre cazzate. Tanto quelli belli l’hai già visti tutti. Te sei uno de quelli che vanno a vede tutti i film co i supereroi. Fai bene, eh, perché me li vedo pure io. Me piacciono, ce fanno passa due orette da paura, non te danno da pensa’ e te divertono. Tante volte so pure fatti bene. Certo, dopo tutti ‘sti film uguali, uno s’è pure fatto du’ palle così, perché so’ dieci anni che se sorbimo la stessa storia, e uno arriva al cinema che sa già tutto: questo pija i poteri, se innamora e qualche volta je more ‘a pischella. Solo così impara che ‘sti poteri li deve usa pe’ fa’ bene, non pe’ fasse li cazzi sua. Capace che se je partiva a schicchera prima quella poveretta manco je crepava tra le braccia, ma ‘sti supereroi so tutti così. De coccio.
Insomma, te pacciono ‘ste cafonate americane. Te leggi pure i fumetti e je lasci una piotta al mese al fumettaro tuo. ‘O facevo pure io, tranquillo, qui nessuno te sta a giudica’. Stai a parla’ co’ uno come te. Mbe, te voglio di’ che al cinema ce sta un film così. Un film che parla de supereroi che però ‘sta volta non stanno a New York, a combatte’ ‘sti cattivi che non so’ né carne né pesce, che Er Pasticca, ‘o spacciatore de quanno andavi a scola, te faceva più paura, e nessuno je se avvicinava perché se diceva che era cattivo fracico. No, ‘sta volta stanno a Roma. A Tor Bella Monaca, anzi, che così te lo figuri pure mejo. Lo Chiamavano Jeeg Robot, se chiama così ma alla fine Jeeg Robot non c’entra niente. È un pretesto, che significa che sta lì perché te serve come aggancio a racconta’ una storia più grossa. Una storia che parla de Roma e de chi ce abita: parla de me, de te, der Pasticca. Parla de tutti. 
E, credime, la cosa più bella del film è proprio che riesce a prende le storie dei supereroi co’ la tutina de calzamaglia e er pacco in evidenza e trasportarle qua. A fa grande sto film è il fatto de raccontatte ancora una volta ‘sta minestra, para para, ma de fallo in modo e maniera che te sembra nova. Te sembra ‘na cosa straordinaria, che non hai mai visto, e tu stai la davanti co’ la bocca aperta, e dici: nun svejateme.
Er protagonista è Enzo, uno che fa li scippi, un poveraccio qualsiasi. Uno che non c’ha manco n’amico; che se more oggi, domani non ce va nessuno a piagne ar funerale. Casca ner Tevere e invece de piasse la Scabbia se pia i superpoteri. Solo che questo è ignorante da mori’ e invece de salva la gente se va a fa i bancomat o i furgoni porta valori. Li sfonna a cazzotti, se pija i sordi e poi ciao core. La storia però è più complessa: ce sta ‘na donna, un po’ scocciata, che je piace, e ce sta un cattivo: ‘O Zingaro. Zingaro è uno in fissa co’ a televisione, Buona Domenica, er Grande Fratello. E ‘sto Enzo finisce in mezzo a un brutto giro, co’ Zingaro che deve rida’ i soldi a un gruppo de napoletani venuti a Roma per spigne la roba.
Mbe, me dici, ma perché ‘sto film è così bello? Intanto loro due so’ fenomenali. Quando mai t’è capitato che in un film de supereroi hai visto er buono e er cattivo così belli? Che stai lì e non vedi l’ora de sape’ che sta a fa quell’altro: te piace la storia d’amore, te piace er percorso che fa lui che all’inizio non je ne frega un cazzo de nessuno e poi diventa un eroe. Te affascina lo Zingaro, che è fissato de dove’ appari’ su Youtube, in televisione, ar telegiornale. Ne conosci pure te uno così, dai, de quelli che te dicono che vorrebbero fini’ a Uomini e Donne, a fa’ le ospitate in discoteca pe’ non fa più un cazzo nella vita e convincese de esse qualcuno. Quelli che so cresciuti cor mito de Scarface, de Romanzo Criminale, co tutti ‘sti cazzo de ragazzetti de periferia che giocano a fa i gangster su Youtube e so sempre pieni de soldi e de mignotte. Allora giustamente pensi: ao, ma io che so’ un cojone? Ecco, ‘o Zingaro è proprio quel personaggio là, che dentro c’avemo un po’ tutti.
Prosegue al link di cui sopra.

26 febbraio 2016

Rapporto rifiuti urbani 2015 - ISPRA

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. L'Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) nel corso degli ultimi giorni del 2015 ha pubblicato la diciassettesima edizione del Rapporto Rifiuti Urbani, nello specifico si parla dell'edizione 2015 (dati riferiti all'anno solare 2014). 
La ricerca, puntuale e ben sintetizzata, aiuta a capire molte variabili inerenti la sfera rifiuti, l'ambiente e l'economia. Dalle metodiche di smaltimento e gestione fino alla produzione pro capite degli stessi o per macroaree.
La principale curiosità che ha mosso la mia lettura degli ultimi rapporti riguarda l'andamento della produzione di Rsu relazionata alla congiuntura economica dell'Italia. Nei documenti dell'ISPRA, a cui rimando, si può infatti avere uno spaccato molto interessante delle criticità e dei punti di forza in ambito di prevenzione, produzione e trattamento degli stessi.

Il Rapporto Rifiuti Urbani, giunto alla sua diciassettesima edizione, è frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Servizio Rifiuti dell’ISPRA, in attuazione di uno specifico compito istituzionale previsto dall’art. 189 del d.lgs. n. 152/2006.
Attraverso un efficace e completo sistema conoscitivo sui rifiuti, si intende fornire un quadro di informazioni oggettivo, puntuale e sempre aggiornato di supporto al legislatore per orientare politiche e interventi adeguati, per monitorarne l’efficacia, introducendo, se necessario, eventuali misure correttive.
Il Rapporto Rifiuti Urbani - Edizione 2015 fornisce i dati, aggiornati all’anno 2014, sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio, compreso l’import/export, a livello nazionale, regionale e provinciale. Riporta, inoltre,  le informazioni sul monitoraggio dell’ISPRA sui costi dei servizi di igiene urbana e sull’applicazione del sistema tariffario.
Infine, presenta una ricognizione dello stato di attuazione della pianificazione territoriale aggiornata all’anno 2015. (Fonte ISPRA, qui)

A questo link è scaricabile l'intero rapporto rifiuti urbani 2015, che contempla anche le schede regionali, ossia riferite a ciascuna regione dello stivale, mentre a questo link è possibile visionare le schede di sintesi del Rapporto rifiuti. Buona lettura.

23 febbraio 2016

Italjet

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Calendario alla mano. Gli anni della valanga azzurra sono andati da un pezzo, roba del secolo scorso seppur sia l'altro ieri e gli inavvicinabili Tomba, Kostner e Compagnoni, pure. 
Se sei una potenza alpina con una gigantesca - la parola è appropriata, quindi scivola via da sola - tradizione è dura vivere di ricordi. Quasi "vietato". 
La nazionale di sci alpino, femminile e maschile, quella attuale, non del secolo scorso, ha appeso da qualche anno il cartello "lavori in corso" o, visto che di gioie si vive, "stiamo lavorando anche per voi".
E i grandi risultati non tardano ad arrivare.
Giusto per citarne alcuni: Razzoli campione olimpico a Vancouver in slalom speciale, il primo italiano a succedere proprio all'Albertone nazionale e Innerhofer intrepido a scomodare Ghedina. O a provarci.
Insomma, i ricordi son belli ma anche il recente passato e, soprattutto il presente, non scherzano affatto. 
Nell'ultimo fine settimana, col calendario di coppa del mondo che volge al termine, la tenace Nadia Fanchini ci regala, in apertura, il terzo posto nella prima libera di La Thuile, poi replica tornando al successo nella seconda discesa, dove a "custodirla", sul gradino basso del podio, trova l'altra azzurra, Daniela Merighetti.
Nel mezzo, sua maestà Lindsey Vonn che si è accontentata di un gradino più basso del trono e la cosa, si può dire, non rattrista affatto.
Ma non finisce qui.
Mentre le azzurre tutto cuore e grinta spianavano gli sci verso valle assaltando il podio, a Chamonix, Dominik Paris, impegnato nella libera maschile, faceva tremendamente sul serio fermando il cronometro davanti a tutti tra salti e linee alte. Chapeau!
Accade poi che Nadia Fanchini tagli il traguardo e in quello stesso istante cinque italiane occupino storicamente le prime cinque posizioni o, per non far scendere l'adrenalina, che durante la discesa di Paris qualche addetto ai lavori gridi in dialetto: "mollali!". Note di colore volte a testimoniare come nel circo bianco l'azzurro stia tornando più che mai di moda.
La valanga azzurra di Thoeni, Gros e De Chiesa è leggenda, Compagnoni, Kostner e Tomba quanto a successi, li han guardati fissi negli occhi senza temere confronti, ma va detto che, oggi, questa nazionale, un appellativo lo merita.
In discesa, casco ben allacciato e giù di spigolo e soletta. Il risultato? Dei jet con una tecnica sopraffina, quando è necessario esaltarsi non siamo secondi a nessuno, Bunder team, incluso.
Foto post tratta da: Pentafoto, clicca qui.

14 febbraio 2016

L'innata leggerezza

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Il tempo "corre" a una cadenza regolare. Gira, come i raggi di una ruota, di una lancetta dell'orologio o pagine del calendario, in perenne movimento come quella bicicletta che, spinta dalla forza umana e di volontà, disegna imprese. 
E ciascuna lo è a modo suo.
Oggi di dodici anni fa, il tempo è vivo, regolare, i ricordi, pure. Marco Pantani da Cesenatico probabilmente non avrebbe amato questo ritmo. Lui, scalatore di razza come pazzo discesista, così irregolare, abituato a "strappare" o più comunemente a scattare.
Il cambio di ritmo non appartiene alla monotonia del tempo, il cambio di ritmo appartiene alla creatività dell'uomo e Pantani ne era sublime autore.
Qualcuno ancora fermo ad additare con doping o non doping un ciclista unico, parole sulla fototessera di un uomo che ha pagato per molti, troppi.
Nel ventre del gruppo che scriveva la storia di fine millennio, tra la dicotomia di nuvole e asfalto a fare da palco, rockstar dei pedali col sangue color cielo, atti a improvvisare una musica dal ritmo notevole ma scialba. Che non conquistava. Forse perchè il più inarrestabile sui pedali aveva un'elegante fisionomia non fungibile. Una sagoma controluce riconoscibile da chiunque.
L'ultimo grande ciclista che ha appassionato la gente e non solo per lo scatto, ma per i modi di chi non faceva calcoli, vera anima di uno sport da capitani e gregari come il ciclismo, gloria e fatica, insomma, metafora di vita e nobiltà.
Il tempo va, spedito eppur costante. Nel ciclismo, nella pancia del gruppo, dal 1999 in poi, si susseguono scoperte e ammissioni, maglie ritirate, sepolte in garage come a dimenticarne il gesto atletico, minore omertà, sangue scuro, color asfalto e non color cielo.
Nel caos che ha abbassato medie e disamorato molti, l'unica certezza: nessuno, a oggi, mostra quell'innata eleganza, inarrivabile, che vale, a prescindere, più di ogni Giro d'Italia, Tour o Vuelta.
L'eleganza di Marco nato per la bicicletta e con essa fuso una volta in sella insieme ai tubolari, il mezzo per esprimere la sua grande forza, la sontuosa leggerezza che è impresa estetica, tecnica, da saziare ogni amante o neofita del cliclismo.
Tra leggenda, buio, colpi di scena e un'inchiesta ancora pendente (qui).
Il tempo va, scandisce un ricordo costante, ora si, piacevole, di una bellissima cattiveria agonistica e di una leggerezza da lasciare di stucco per sempre. 
Foto post tratta da: In memory of Marco Pantani, clicca qui.

10 febbraio 2016

Passion lives here

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. A volte si vive così intensamente un'esperienza che, a posteriori, non si riesce quasi a raccontarla. Come a custodirne gelosamente i frangenti. La valanga di istantanee che scorrono nella mente brillano come neve al sole e fanno da contraltare alle poche parole, tentennate, accennate, spesso non completate. E, con il trascorrere del tempo, si assapora sempre di più quell'esperienza: umana, sportiva, internazionale.
Scelgo di raccontare il clou di quei giorni con la magnifica notte di dieci anni fa, momento nel quale il mondo, tutto, guardava a Torino, al nostro operato e mi rifaccio a questa frase che ha poco di personale e molto di attuale: 
"Hanno imparato a concedersi il lusso di pensare in grande e di sopportare la luce dei riflettori. Talvolta persino di accenderli".
Mix tra amarcord e realtà. Ma, in fin dei conti, Torino ha sempre pensato in grande dentro uno stile proprio.
L'occhiello, per così dire, è ripreso da questo articolo de La Stampa: Le Olimpiadi che hanno cambiato Torino (e i torinesi). 
Qualcosa è bello quando affascina, è grande quando lascia il segno. 
I Giochi hanno lasciato molto - nonostante una gestione discutibile di alcune infrastrutture nel dopo evento - di materiale e immateriale alla città e alle persone.
A me hanno lasciato un'alchimia di sensazioni vive ma non facilmente descrivibili.
Dieci anni fa esatti, a questa ora, attraversando il Villaggio Olimpico del Lingotto tra frammenti di delegazioni, quiete irreale e con pochi atleti presenti - quelli che all'indomani avrebbero gareggiato scegliendo di concentrarsi bypassando la cerimonia - guardavo distrattamente le televisioni sparse in ogni dove e respiravo dal vivo un clima difficilmente riproducibile. L'olimpiade era il proiettore, noi le immagini, sperando di ben figurare agli occhi del grande pubblico.
Poi, con calma, mi portai verso l'area "call center" della venue e, paradossalmente, in un piccolo televisore, quasi un francobollo, con una delle mie responsabili, vidi l'accensione del braciere firmato Pininfarina.
Quella Fiamma, da me e altri 10.000 tramandata poche settimane prima, rivederla, di colpo, e al termine del suo viaggio, fu accecante.
Pochi minuti dopo, il delirio, con il Villaggio centro del pianeta e zeppo di colori e civiltà, dentro la città considerata la porta d'Italia - mai, forse, assonanza più corretta - tra la neve, a pochi gradi centigradi, ma tremendamente calda, rossa, sublime, come quel "Passion lives here" che tanto le donava e ancora le dona, teatro dell'Olimpiade invernale più bella di sempre.

Buona lettura e visione. Foto post: Agenzia LaPresse.

+ 10, decennale dalla XX Olimpiade invernale dell'era moderna, Torino olimpica 2016. Gli eventi in programma e come partecipare a questo link.

09 febbraio 2016

A Bologna va in scena "La Camera. Sulla materialità della fotografia"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Desidero segnalare questa mostra presente fino al 28 febbraio presso Palazzo De' Toschi, Bologna, "La Camera. Sulla materialità della fotografia" è un progetto a cura di Simone Menegoi - foto post di Dario Lasagni, qui la fonte dell'immagine - che si sofferma sul rapporto tra scultura e fotografia. Dal dagherrotipo alla scansione sferica: le tecniche più diverse ed eccentriche in mostra per riscoprire la meraviglia della fotografia a più livelli. Sotto, uno stralcio dell'articolo ripreso da Domus con l'intera descrizione del progetto di cui questo evento rappresenta il terzo episodio. Buona lettura. Qui l'intero articolo descrittivo della mostra.

Una rassegna di eccentricità, arcaismi, hapax legomena fotografici il cui scopo è quello di spiazzare le aspettative comuni dello spettatore rispetto alla fotografia, e di fargli sperimentare di nuovo, almeno per un istante, la meraviglia del suo avo ottocentesco di fronte a un’invenzione che ha rivoluzionato la cultura visiva e il rapporto stesso con la realtà. Non è una sfida al digitale (le tecniche digitali, del resto, dalla scansione alla stampa 3D, sono alla base di alcune delle opere in mostra) quanto alla sua egemonia assoluta; all’idea che, dopo l’avvento della ripresa digitale, ogni altra tecnica fotografica sia diventata obsoleta, e non possa che essere abbandonata.

05 febbraio 2016

Di mano in mano

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Da Carlo Azeglio Ciampi a Stefania Belmondo. 65 giorni di viaggio, dal Tempio di Era in 140 province italiane, 11.900 km percorsi, 10.001 tedofori. Torino si prepara, con numerose iniziative, a celebrare il decennale dell'olimpiade invernale più bella di sempre. Prossimi ormai al 10 febbraio, in molti sui "social", ripercorrono le grandi emozioni di quei giorni. In questi quattro minuti il coinvolgente viaggio, da dentro, della Fiamma Olimpica. Di mano in mano. Buona visione, qui. La scintilla del Sole, così la definiva De Coubertin, è sempre, eternamente in corsa.

29 gennaio 2016

Rapporto nazionale pesticidi nelle acque - ISPRA

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. In cerca di alcuni dati rileggevo l'ultimo rapporto ISPRA circa i pesticidi nelle acque superficiali e sotterranee. In attesa del nuovo studio, aggiornato, desidero proporre anche in questa sede l'ultimo rapporto disponibile. L'edizione dell'analisi è del 2014 e i dati fanno riferimento al periodo 2011-2012. Riprendo dal sito dell'Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale la descrizione della ricerca ben leggibile anche a questo link

L’ISPRA realizza il rapporto nazionale sulla presenza di pesticidi nelle acque per fornire su base regolare le informazioni sulla qualità della risorsa idrica in relazione ai rischi di tali sostanze. Il rapporto è il risultato di una complessa attività che coinvolge le Regioni e le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, che effettuano le indagini sul territorio e trasmettono i dati all’ISPRA, che a sua volta svolge un compito di indirizzo tecnico-scientifico e valutazione delle informazioni. Il rapporto, che si riferisce alle indagini svolte nel periodo 2011-2012, è costituito da due parti: la prima presenta i risultati del monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque superficiali e sotterranee svolto negli anni 2011-2012; i risultati a livello regionale sono illustrati nella seconda parte del rapporto. Oltre ai dati statistici sulla presenza di pesticidi nelle acque, in termini di frequenza di ritrovamento e distribuzione delle concentrazioni, sono valutati i livelli di contaminazione ottenuti per confronto con i limiti di qualità ambientale stabiliti a livello europeo e nazionale. Il rapporto esamina le situazioni più critiche di contaminazione, dovute alla presenza di specifiche sostanze. Viene inoltre analizzata l’evoluzione della contaminazione, in termini di frequenze di ritrovamento e livelli di concentrazione, sulla base dei dati raccolti a partire dal 2003, tenendo anche conto degli aggiornamenti dei piani di controllo regionali.

Qui è possibile scaricare e leggere lo studio su base nazionale, mentre a questo indirizzo è possiible visionare e scaricare la pubblicazione su base regionale. Buona lettura.