30 agosto 2015

La storia della bomba atomica: tutti i test nucleari dal 1945 a oggi

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Nome in codice Trinity. Ma non è Matrix. Tutto vero. Il punto è che non finisce neppure lì. Desidero riprendere il video creato da Orbital Mechanics (vedi link) e rilanciato da alcune testate come "La Repubblica" circa le 2153 bombe atomiche che sarebbero state fatte detonare sul suolo terrestre, nei nostri mari e nell'atmosfera dal 1945 a oggi. 
Il video può essere visto a questo link You Tube o direttamente sul sito "La Repubblica" cliccando qui. Nello stesso sono presenti la data, l'ora, lo stato che ha effettuato l'esperimento e la potenza dell'esplosione espressa in kilotoni e megatoni. Un video che fa poco onore all'Homo Sapiens Sapiens.

Da "La Repubblica", a cura di Matteo Marini. La prima bomba atomica esplose il 16 luglio del 1945. Era il test di Trinity nel deserto del Nuovo Messico, nell'ambito del progetto Manhattan. Meno di un mese dopo gli Stati Uniti sganciarono due ordigni nucleari sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. La storia di tutte le esplosioni nucleari documentate è raccolta in questo (purtroppo) lungo video di quasi 14 minuti. Dal 1945 a oggi sarebbero state 2153 le bombe fatte detonare da Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Pakistan, India, Regno Unito e Corea del Nord. Le esplosioni in atmosfera sono indicate in rosso, quelle sotterranee in giallo e quelle sottomarine in blu. Video di Orbital Mechanics (orbitalmechanics.io), code / visuals: Ehsan Rezaie, sound: Phil Rochefort & Patrick Trudea.

29 agosto 2015

"Quanto mi divertii su quella Yamaha"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. E sono quaranta. Gli anni che separano il più grande centauro di sempre, fino ad ora, dal suo ultimo titolo mondiale, il quindicesimo, e quindi da un traguardo ancora inarrivabile per tutti gli altri. Classe e stile, in sella e fuori, ma quando si trattava di girare la manopola del gas e sfidare la forza centrifuga, Giacomo Agostini non andava molto per il sottile. Il Fatto Quotidiano celebra con questo interessante articolo, cliccare qui, i quarant'anni dall'ultimo titolo iridato del grande "Ago".  Buona lettura. Fonte foto post Motociclismo.it, clicca qui. Aggiungerei che una bella foto, peraltro attualissima, con l'ineguagliabile Mv Agusta non può davvero mancare. Qui.
 
Ha sempre il sorriso sulle labbra Giacomo Agostini quando parla del suo quindicesimo titolo mondiale. È il sorriso di chi sa di averne combinata una davvero grossa. Un’impresa probabilmente irripetibile, anche a quarant’anni di distanza. Tanti quanti ne sono passati dall’ultimo titolo iridato. Dire se questa fu la vittoria più bella, però, non è semplice: “Mi ricordo la mia prima Bologna-San Luca, con la moto privata e senza meccanici. Bastavano due chili di pane, un bel salame e quattro cotolette. Oppure la prima vittoria davanti al mio pubblico, a Monza (nel 1965, ndr). E poi, certo, anche il quindicesimo titolo mondiale”.
Era il 24 agosto 1975. La Fiat aveva appena sospeso la produzione della 500, l’utilitaria che 18 anni prima aveva dato il via alla motorizzazione di massa nel Bel Paese; la Juventus era campione d’Italia per la 16esima volta; Gustav Thöni aveva conquistato la sua quarta Coppa del mondo; e per la prima volta dopo sette anni il cannibale Eddy Merckx non vinceva né il Giro d’Italia né il Tour del France (quell’anno si accontentò di portare a casa Milano-San Remo, Giro delle Fiandre e Liegi-Bastogne-Liegi).
Agostini aveva appena compiuto 33 anni. Era già sette volte campione del mondo con le 500, più altre sette con le 350. Una categoria nella quale l’anno precedente aveva conquistato il primo titolo con la Yamaha. Prima di allora, 13 allori tutti con la Mv Agusta. Ma in 500 le cose erano ben diverse: dopo la rottura con la casa varesina alla fine del 1973, e la doppietta dell’ex compagno di box Phil Read fra il ’73 e il ’74, Agostini dovette ripartire da zero. Lo fece iniziando subito forte, nel Gran premio di Francia, a Le Castellet. La Yamaha gli fornì una moto che, parola di Ago, “ancora oggi adoro, sulla quale mi sono molto divertito”. I giapponesi lo agevolarono portando perfino il cambio della due tempi da sinistra a destra, come da tradizione europea.
In Austria però fu fermato da un problema meccanico, dopo aver realizzato pole position e giro veloce. Tornò a vincere ad Hockenheim e dominò ad Imola. Ad Assen fu secondo, dietro a Barry Sheene, che con la Suzuki vinse per la prima volta in 500. Ma arrivò davanti alla Mv di Read. “Un pilota con il quale non c’è mai stato un grande amore – dice Agostini -. Lui era molto aggressivo, non guardava in faccia a nessuno. Forse è l’atteggiamento giusto, se vuoi raggiungere buoni risultati nel mondo delle corse. Però ci vuole anche rispetto. Invece lui se le cercava…”.
Dopo il doppio passo falso a Spa e Anderstorp, Ago raddrizzò la situazione in Finlandia. Proprio dove – esattamente dieci anni prima – aveva conquistato la sua prima vittoria nella top class. Ad Imatra strappò 15 punti fondamentali. Soprattutto perché nel frattempo il ritiro della Mv di Read aveva lasciato a zero l’inglese. Quando il campione del mondo in carica tornò alla vittoria, a Brno, era già troppo tardi. Read condusse la gara dall’inizio alla fine. Ma Agostini, arrivato secondo, ottenne matematicamente il suo titolo numero 15.
“Difficile – dice – ricordare cosa provai, dopo tanto tempo. Sicuramente una grande gioia. Il titolo mi era sfuggito l’anno prima. E io ci tenevo a dimostrare che ero capace di vincere anche con la Yamaha. Sono stato il primo pilota ad ottenere il titolo nella top class con la casa giapponese”. Una vittoria che non fu la fine della sua carriera, ma il miglior suggello. L’espressione più alta del mito.

27 agosto 2015

La pazienza è sovversiva

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. "In un mondo di gratificazioni quasi istantanee ormai cominciamo a pensare che ci spettino di diritto". Riprendo questo interessante articolo tratto da Internazionale, può essere letto qui nella sua versione originale o, più semplicemente, sotto. Buona lettura.

La prima cosa che deve fare chi frequenta un corso di storia dell’arte di Jennifer Roberts (qui) a Harvard è scegliere un’opera d’arte, andare dove è esposta e guardarla per tre ore intere. Se questo non vi terrorizza almeno un po’, ho il sospetto che non siate normali: in quest’epoca veloce e impaziente, il solo pensiero è sufficiente a renderci irritabili e irrequieti.
Se mi metteste davanti a un quadro per tre ore, prima o poi finirei per scorrerci il dito per controllare se è stato aggiornato. Roberts lo sa benissimo: il punto, scrive lei (qui), è proprio che “è un tempo fastidiosamente lungo”. Non si aspetta che i suoi studenti lo passino tutto in rapita ammirazione: il suo scopo è proprio farli arrivare a quell’irrequietezza, sopportarla e superarla. Solo allora vedranno nell’opera d’arte cose che non avrebbero mai immaginato che ci fossero.
L’impazienza sembra dominare sempre più la nostra vita – con questo intendo probabilmente dire la mia vita – in modo sempre più sottile e inquietante. In un recente studio (qui) l’economista Ernesto Reuben (qui) e la sua équipe hanno offerto ai partecipanti di scegliere tra ricevere un assegno il giorno stesso o uno più sostanzioso due settimane dopo. Come nelle ricerche precedenti, circa due terzi dei soggetti ha optato per avere la cifra più bassa subito. Ma la cosa sorprendente è stata che più di metà di loro ha poi fatto passare più di due settimane prima di incassare l’assegno, anche se erano più di cento sterline. Tanto valeva che aspettassero di avere più soldi.
A prima vista, sembra strano che l’impazienza (la voglia di avere la cifra più bassa immediatamente) possa coesistere con la procrastinazione (il ritardo nell’incassarla). Invece è perfettamente sensato. Sono entrambe manifestazioni di quello che gli psicologi chiamano preferenza per il presente, la scelta di avere gratificazioni ed emozioni piacevoli subito piuttosto che dopo. L’impaziente che intasca l’assegno al volo non sopporta di dover aspettare per avere qualcosa di più, mentre quello che non lo incassa non sopporta la seccatura di andare in banca. E non stentiamo a credere che, con la tecnologia che ci spinge ad andare sempre più in fretta, questa incapacità di sopportare un disagio stia aumentando. Ci pesa di più aspettare i trenta secondi del microonde che l’ora del forno, e ci innervosiamo di più quando una pagina web impiega dieci secondi a caricarsi che non quando un bibliotecario ci dice che il libro che gli abbiamo chiesto sarà disponibile tra tre settimane. Forse è perché in un mondo di gratificazioni quasi istantanee ormai cominciamo a pensare che ci spettino di diritto.
Storicamente, fa notare Roberts, la pazienza è sempre stata questione di “adattarsi alla necessità di aspettare”, un modo per prendere atto che non eravamo noi a controllare il mondo. Ma adesso che nella maggior parte dei casi aspettare non è più necessario, la pazienza è diventata un modo per controllare il mondo o, per usare le sue parole, “i ritmi della vita contemporanea che altrimenti controllerebbero noi”.
Da questo punto di vista, rimanere tre ore davanti a un quadro non è affatto indice di passività. È un atto sovversivo. Oltre l’impazienza, se si impara ad aspettare che passi l’irrequietezza, c’è la vera forza.

25 agosto 2015

Mulè intervista de Caprio: "State in guardia da una certa antimafia"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Ex capitano Ultimo mai banale. E non potrebbe essere altrimenti per chi, a poco più di trent'anni d'età, guidando il Crimor, ha posto fine alla latitanza di Salvatore Riina.
Sergio de Caprio, ex capitano del Ros, attuale colonnello e vicecomandante, fino a qualche giorno fa, del Noe (vedi link), in questi giorni è infatti alle cronache per essere stato sollevato dal suo ruolo operativo proprio in seno al Nucleo Operativo Ecologico dell'Arma dei Carabinieri. Decisione comunicata dai vertici della Benemerita, precisamente, dal Generale Del Sette.
Ragioni? A questi livelli professionali e d'ambito è sciocco ipotizzare le cause di una simile decisione da un blog o da quello che può filtrare per mezzo della carta stampata. Carta stampata che alle diverse latitudini dello stivale menziona questa carrellata di ragioni e articoli: qui, qui, qui e qui.
In questo luogo virtuale meglio attenersi al Noe e alla sua operatività, a quel che è emerso nelle delicate operazioni condotte da Ultimo nel corso degli anni e, proprio questi, i fatti, ci dicono che l'operatività del gruppo da lui guidato è stata preziosa e fondamentale.
Dicevo: "Mai banale, De Caprio" e lo dimostra il suo impegno in altri settori non proprio "militari", qui il sito dell'Associazione volontari capitano ultimo onlus. Rimanendo nella non banalità e gironzolando per la rete, anni fa, quasi due per l'esattezza, lessi questo articolo che ebbe modo di suscitare la mia attenzione in più aspetti e che riporto per intero, sotto. Intervista ripresa da Panorama e a firma di Giorgio Mulè. La propongo. Buona lettura. Cliccare qui per la sua versione originale.
E un auspicio: che l'operatività e l'efficacia del Noe vengano mantenute e garantite. In questo gravissimo contesto di reati ambientali e con decisioni di questa portata (l'esautorare appunto il colonnello Ultimo) ormai agli "atti", c'è una fisiologica, profonda, preoccupazione.

Intervistare Sergio De Caprio non è facile per me. Ero un ragazzino quando ci conoscemmo, anzi quando io lo conobbi, perché lui neanche sapeva chi fossi. Era il 1987, eravamo a Bagheria in provincia di Palermo. Io, diciannovenne, ero un «biondino», cioè un cronista in erba al Giornale di Sicilia. Sergio De Caprio aveva due stellette sulle spalline della divisa, che già all’epoca indossava assai di rado. Era un tenente e comandava la compagnia del paese, un avamposto di Cosa nostra. I carabinieri, i «suoi» carabinieri, avevano catturato un latitante e io andai a Bagheria per sentire le notizie dell’arresto. Seppi solo più avanti che De Caprio era arrivato al latitante stando ossessivamente alle calcagna di un sorvegliato speciale: per la Festa della mamma, il compare del mafioso aveva acquistato più cannoli di ricotta del solito. Non so perché, ma da questo particolare il tenente intuì che si sarebbe incontrato con il latitante. Aveva ragione.
Ci ritrovammo 6 anni dopo, a Palermo, la mattina del 15 gennaio 1993 alla caserma Bonsignore. L’uomo che avevo davanti non si chiamava più Sergio De Caprio. Era il capitano Ultimo, l’ufficiale dei carabinieri che quella mattina aveva arrestato Totò Riina. Era già all’epoca una leggenda per i suoi uomini e per l’Arma, lo divenne anche per gli italiani grazie pure alle fiction con Raoul Bova nei suoi panni. Ma a Palermo, in quella procura capace d’infangare gli eroi, alcuni pubblici ministeri lo trattarono di lì a poco come un amico dei mafiosi. E così hanno fatto (e continuano a fare) con alcuni suoi colleghi e perfino con il suo capo e maestro, l’ex colonnello Mario Mori, tornato di prepotenza al centro delle cronache il 15 ottobre scorso a causa delle motivazioni della sentenza con cui in luglio era stato assolto a Palermo dall’accusa di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. In quelle motivazioni i giudici demoliscono i pregiudizi della procura, scrivono che Mori è del tutto innocente, ma anche che l’ipotesi della trattativa fra Stato e Cosa nostra non sta in piedi.
Siamo diventati amici io e Ultimo. Oggi lui è colonnello, io dirigo un settimanale. Ci incontriamo nella riserva che ha creato a Roma, un’oasi di altruismo e beneficenza. Per tutta la durata dell’intervista tiene un’enorme aquila reale sul braccio, l’ultima arrivata. Sono passati vent’anni dall’arresto di Riina, oggi Ultimo ha 52 anni.
Vent’anni dopo, la lotta alla mafia, e quindi l’azione dell’antimafia, ha fatto passi avanti? O sono state perse delle occasioni?
Ti ricordi Bagheria? Quando ho iniziato io, combattere Cosa nostra era una cosa bella ed entusiasmante. Era una lotta fatta da gente semplice che si voleva bene, che amava la giustizia. Gente lontana dal potere, dallo spettacolo, dalle invidie... C’era un clima sano e per questo si lavorava bene.
Stai parlando della Sicilia degli anni Ottanta.
Io vado in trincea, cioè sulla strada, nel 1987. Il clima di cui parlavo era quello costruito soprattutto da Giovanni Falcone. Era lui che in solitudine e tra mille ostacoli portava avanti questa bella battaglia di civiltà, di amicizia, di dignità, di giustizia. Poi le cose sono andate male, perché hanno iniziato a odiare lui.
L’antimafia dei veleni.
Lo odiavano tanti suoi colleghi e lo hanno distrutto come uomo e come magistrato. Lo hanno sovraesposto. Lo hanno indicato come bersaglio alla mafia. E Totò Riina ha saputo colpire. In questo senso, si possono considerare i mandanti morali della strage di Capaci.
Accusa indimostrabile.
Non lo dico io, lo dicono i fatti. È la storia.
Ma Falcone era un bersaglio e un nemico giurato di Cosa nostra...
Certo, ma quelle persone l’hanno obbligato ad andare via da Palermo, lo hanno delegittimato, lo hanno lasciato solo e Riina ha colpito. Da quel momento in poi il clima è diventato diverso.
Che cosa è cambiato?
È saltato tutto, l’antimafia non è stata più una lotta di popolo ma di fazioni, è stata e viene ancora oggi usata per costruire carriere politiche, per assumere potere all’interno delle diverse strutture che si occupano di mafia.
Descrivi l’antimafia come un treno sul quale saltare per interessi personali?
L’antimafia è diventata spettacolo, un gran bel business per alcuni. Ci sono giornalisti che hanno fatto carriera all’interno del proprio giornale, gente che ci ha fatto proprio i soldi, altri ci fanno perfino teatro: una vergogna, mangiano sulla memoria di chi è morto.
Proviamo a fare degli esempi. Accennavi al teatro e non è un mistero che Marco Travaglio da tempo fa uno spettacolo, si chiama «È stato la mafia». In questo modo pensi che venga calpestata la memoria di Falcone, spettacolarizzando le vicende avvenute dopo la sua morte?
È antipatico parlare di Travaglio e non citare tantissimi altri. Io parlo di fatti e non di persone. Mi riferisco a quelli che invece di fare lotta alla mafia fanno business, spettacolo, politica. Sono come capi delle tifoserie, mentre invece dovrebbe esserci un fronte unico che si chiama Stato. Secondo me ci sono persone che hanno rotto questo fronte per interessi personali e questo è un reato morale gravissimo. Pensa alla felicità di Riina a sentire chi delegittima lo Stato, chi insinua il dubbio fino a sporcare i massimi livelli istituzionali, fino alla presidenza della Repubblica. Te la faccio io una domanda: questo è o non è oggettivamente un favore alla mafia?
Certamente sì, soprattutto per l’uso distorto che è stato fatto di notizie come quelle che riguardavano la presidenza della Repubblica.
Questa non è antimafia, è qualcos’altro. Non è necessario fare nomi.
Direi che è superfluo, basta guardarsi intorno.
Appunto. I giovani vedono tutti questi soloni che parlano, che scrivono che la mafia è tutto e dovunque, e sono confusi. Ecco, questi cattivi maestri devono stare lontani dalla lotta alla mafia, non devono dividere il fronte antimafia come hanno fatto e continuano a fare. Ai ragazzi dobbiamo dire: «Attenti a questi cattivi maestri», tutto qua. La lotta alla mafia deve essere una materia che unisce, non che divide.
Che cosa dice oggi Sergio De Caprio di Ultimo? Come lo vede dopo tutti questi anni e dopo tutto quello che gli è successo?
Ultimo mi sembra sempre un bravo ragazzo che cammina sul filo senza rete sotto come fanno i funamboli. Ha ancora voglia di parlare di libertà, di dignità, di umiltà, di povertà... Non vuole diventare né generale né conduttore televisivo, né capo di un partito: non vuole essere niente, vuole sparire e lasciare il suo posto a ragazzi semplici che ragionino con la loro testa, che non si facciano plagiare dai cattivi maestri, che non diventino schiavi dell’ambizione e della superbia, che abbiano la voglia di ribellarsi ai pagliacci e alle regole quando diventano oppressione della povera gente. Direi che Ultimo mi sta ancora simpatico.
Proviamo a semplificare: Ultimo è stato un folle o ha solo svolto correttamente il suo lavoro?
Ultimo è stato un ribelle, pur non volendo essere un ribelle. È stato un ribelle contro se stesso prima di tutto e poi contro l’ipocrisia e contro l’ingiustizia. Lo conosci: è una persona che parla con te come parla con i poveri. Non vuole dimostrare niente, tranne il fatto che esiste una cultura militare colma di valori che vanno al di là del contratto e delle logiche del lavoro. Sono valori che consentono a noi soldati di dividere le cose che abbiamo in parti uguali, che ci danno il coraggio di affrontare il pericolo e la morte con gioia, sentendoci una cosa sola col popolo di cui siamo figli.
Il capo di Ultimo, l’ex colonnello Mario Mori, è stato ed è ancora accusato di essere un complice della mafia. Che effetto ti fa, ancora oggi dopo vent’anni, vedere Mori additato come un traditore dello Stato?
Se non ci fosse da piangere, direi che mi viene da ridere. È uno di quei fatti che distorcono la realtà e su cui molte persone hanno impostato le proprie carriere. Dobbiamo dare solidarietà al mio comandante e semplicemente ricordarci che, per noi soldati straccioni, rimane un esempio di coraggio e di semplicità, un esempio raro e prezioso di capacità tecniche nella lotta alla mafia. Dobbiamo contrapporre a tante menzogne la verità. Bisogna spiegare alla gente che la lotta alla mafia non la fanno Giovanni Brusca e i collaboratori di giustizia, e neppure i figli dei mafiosi. La lotta alla mafia la fanno le persone oneste, i carabinieri, i poliziotti che ogni giorno stanno sulla strada e che collaborano con dei bravi magistrati. Niente a che vedere con le star delle televisioni e con gli adulatori delle folle, ma autentici servitori dello Stato.
I giudici nelle pagine di motivazione della sentenza che ha assolto Mori hanno sbriciolato l’impianto accusatorio della Procura di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia...
Ho già detto che questa della trattativa è una pagliacciata.
La Corte d’assise di Palermo sentirà il capo dello Stato come teste sui colloqui tra Nicola Mancino e Loris D’Ambrosio, morto d’infarto nel 2012, dopo una campagna denigratoria e infamante. Il pm Antonio Di Matteo ha ribadito in aula: «Se lo Stato vuole essere credibile, deve saper processare se stesso». Lo Stato sta processando se stesso o si mina la sua credibilità?
Io e i miei carabinieri saremo sempre a fianco del presidente della Repubblica. Onore e massimo rispetto per il dottor D’Ambrosio, per la sua storia e per quello che ha fatto a favore della giustizia e del popolo italiano.
Tornando a Mori: è un perseguitato della giustizia?
La giustizia la fanno le persone. E mi sembra che parecchie persone da diversi anni facciano carriera agitando il suo nome e usando la loro funzione pubblica per fare politica, scrivere libri, partecipare a convegni, organizzare spettacoli: tutto ciò è gravissimo e non è persecuzione, ma eversione.
In che senso?
Nel senso di distorsione della funzione pubblica e della verità. È giusto e doveroso ricercare la verità e le prove, diverso è screditare le istituzioni e le persone.
Quando finirà questa persecuzione?
Non finirà mai, perché purtroppo molti su queste trame hanno costruito la loro fortuna e i propri patrimoni economici. Poi cosa si rischia ad attaccare un carabiniere? Niente! Questa potrebbe essere una tecnica della mafia, un modo nuovo di infiltrarsi nelle istituzioni per distruggere la verità. Una cosa squallida.
Ma davvero un gruppo di poche persone, perché alla fine parliamo di poche persone, sono state in grado di condizionare così pesantemente un Paese al punto di far crocifiggere i suoi eroi?
Venti persone hanno creato il mito delle Brigate rosse e hanno messo in ginocchio l’Italia. Riina con pochi mafiosi ignoranti ha messo in ginocchio il Paese. Non c’è da meravigliarsi. Il problema è che quattro o cinque persone abili e scaltre, andando continuamente in televisione, scrivendo sui giornali, sfornando libri, hanno trasformato insinuazioni e dubbi in false verità. E su queste hanno costruito un grande business. Dobbiamo ribellarci a queste manipolazioni delle menti e delle coscienze. Le persone devono aprire gli occhi.
Dopo la cattura di Riina e le disavventure giudiziarie sei passato a occuparti di reati ambientali, che costituiscono uno dei business più redditizi della mafia. Se il fronte antimafia non si fosse frantumato, e se ci fosse stata maggiore unità, si sarebbero potuti avere risultati diversi anche nella caccia ai grandi latitanti?
Ti dico semplicemente che io ho imparato a parlare di quello che faccio. Io svolgo un’azione che mi è stata insegnata da grandissimi maestri. Ricordo ancora il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che rimane un esempio di vita e di tecnica, il generale Mori, il giudice Falcone; ma ho imparato molto anche da magistrati come Ilda Boccassini e tanti altri di cui non faccio il nome ma che porto sempre nel cuore. Queste persone rappresentano un patrimonio dello Stato e del popolo italiano e devono essere messe in condizioni di portare avanti in maniera omogenea, seria e serena la lotta antimafia e non di lottare per la sopravvivenza.
Eppure tu da una parte di chi rappresenta questo Stato sei ritenuto non una risorsa ma un ostacolo. Che senso ha?
Non mi interessa, perché non dipende da me. Io sono a disposizione del mio Paese. Io amo la Sicilia, amo il popolo siciliano, amo la lotta alla mafia e odio la mafia in tutte le sue forme.
Se fossi stato all’estero, magari se fossi stato in America, come sarebbe andata la tua storia?
Credo che in America sarei finito in una riserva indiana accanto ai miei fratelli apache. E comunque preferisco l’Italia all’America.
Torniamo allora da noi: come vivono questa situazione i «tuoi» carabinieri?
Noi nel nostro cuore apparteniamo all’Esercito italiano perché siamo soldati. Vogliamo andare fuori dalle logiche del lavoro, noi non siamo lavoratori, siamo combattenti e vogliamo avere il privilegio di amare e servire il nostro popolo senza limiti, per questo promuoviamo il volontariato militare sulla strada, accanto ai poveri.
Che cosa vuol dire concretamente «volontariato militare»?
Fare i volontari a favore della gente povera. Servire a tavola insieme ai detenuti, tenere per mano i non vedenti e i nostri fratelli diversamente abili. Vogliamo sognare un mondo migliore e lo facciamo stando sulla strada.
Ma il colonnello De Caprio ha mai detto a Ultimo: «Vabbè, basta, ritiriamoci con le aquile perché non ne vale più la pena»?
Ultimo ha sempre vissuto con le aquile, con gli animali, con i poveri, con gli ultimi. Quindi sta bene dove sta. È Ultimo che guarda il colonnello e gli dice: «Vieni con me».
E Ultimo ora che fa?
Insieme ai volontari porta avanti una casa famiglia con otto minori, che ospita sei detenuti minorenni che lavorano ogni giorno insieme a persone disagiate e con loro ha ritrovato i valori della stazione dei carabinieri.
Sembri un chierico di Papa Francesco, non un carabiniere.
Io sono un carabiniere. Padre Francesco è un’altra cosa.
Papa Francesco, non padre Francesco.
Per come lo vedo io, il suo nome è padre Francesco e sono certo che gli piacerebbe essere chiamato così. E siccome l’ho chiamato padre, ogni altra parola su di lui sarebbe sprecata e fuori luogo.
Passiamo all’autocritica. Guardati indietro. Puoi dire: «Guarda, forse ho sbagliato, ho sbagliato in quel momento, quello che ho fatto forse si prestava a essere giudicato come un errore»?
I miei errori li devono giudicare gli altri, perché ovviamente quando tu fai una cosa la fai perché credi sia giusta.
Era legittimo processarti per il covo di Riina?
La questione non è se fosse legittimo o meno. Io questo non lo so. Quello che posso dire è che, poiché sono stato assolto, evidentemente le ipotesi dei pubblici ministeri erano sbagliate. Certamente io ho sofferto molto per questo e, altrettanto certamente, di questo spettacolo pietoso si sono divertiti Riina, Provenzano e i loro amici. È la realtà.
Dal tuo punto di vista è stato regalato tempo prezioso a Cosa nostra creando questo processo contro Ultimo e contro il prefetto Mori per il covo di Riina?
Letta la sentenza di assoluzione, il tempo perso per il processo ha favorito l’associazione Cosa nostra.
Dopo oltre vent’anni non sappiamo ancora la verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Tu ci credi all’entità esterna che ha compartecipato alle stragi?
Io credo che dietro Riina ci sia stato Riina, e parlo di quello che risulta a me che ho lavorato sempre sulla strada. Ritengo che minimizzare il ruolo di Cosa nostra nelle stragi sia un’azione criminale e sia di interesse strategico da parte di Riina e dei corleonesi. Credo che delegittimare lo Stato e i suoi servitori sia un’azione ugualmente criminale e sia sempre un interesse strategico di Riina e dei corleonesi. Se dietro Riina c’è qualcuno, ovviamente dev’essere individuato e condannato. Però posso dirti che dietro di me e i miei carabinieri, quando lo abbiamo arrestato, c’era solo la purezza dei sentimenti di giovani carabinieri. C’era solo il profumo dolce e amaro della terra di Sicilia. C’era solo la rabbia di un popolo che ha cercato e trovato giustizia.

24 agosto 2015

Allattamento al seno e salute del pianeta

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Come coniugare riflessioni circa l'allattamento al seno, la biologia umana e i gas serra? Adriano Cattaneo, ISDE Trieste, lo fa in maniera molto interessante con un articolo ben scritto per la sezione sanità de Il Sole 24 ore. Qui il link, "pezzo" che può essere letto nella sua interezza anche sotto. Buona lettura.

Bisognerebbe smetterla di dire e scrivere che l'allattamento fa bene alla salute di mamme e bambini. Caso mai si potrebbe dire e scrivere che non allattare comporta dei rischi per la salute. Allattare è infatti la norma biologica e naturale; allattiamo perché siamo mammiferi. Chi direbbe mai a una leonessa: allatta i leoncini così li proteggi dalle infezioni? Sarebbe ridicolo. Come sarebbe ridicolo dire che respirare fa bene alla salute. Respirare è naturale; è il non respirare, o il respirare male, che possono essere dannosi per la salute.
Come tutti i processi biologici e naturali, allattare serve anche a proteggere l'ambiente. Usare sostituti del latte materno, soprattutto in misura superiore allo stretto necessario (e lo stretto necessario è pochissimo), fa invece male all'ambiente. Un libriccino di Ibfan Italia , uscito recentemente e disponibile anche in italiano, riporta la stima dell'impronta carbonica della produzione di latte in polvere: per produrne un kg si emettono 21,8 kg di CO2-eq di gas serra; pensate a quanti kg se ne producono e se ne consumano, e fate i conti.
A questo inquinamento si devono aggiungere la deforestazione per allevare mucche e coltivare mangimi, il consumo di combustibili fossili per le varie fasi di trasporto, produzione, preparazione e conservazione, l'uso di materie prime e lavorate (metalli, carta, plastica) che solo in piccola parte si riciclano e che in gran parte si bruciano (rilasciando composti tossici), e lo spreco enorme di energia. Per non parlare dello spreco d'acqua: ce ne vogliono circa 4.700 litri per produrre un kg di latte in polvere.
Il latte materno è invece il prototipo dei prodotti biologici; anche se a volte può essere inquinato da sostanze chimiche, tra cui, ironicamente, alcune che sono residui della produzione di latte artificiale e dell'eliminazione dei relativi rifiuti. È un vero e proprio slow food: è molto saporito (trasporta aromi e sapori dei cibi assunti dalla madre) e contiene in equilibrio perfetto tutti i nutrienti di cui il bambino ha bisogno. Cambia in continuazione per adattarsi ai fabbisogni e alle caratteristiche del bambino che cresce.
Non produce scarti e non inquina; consuma pochissima acqua ed energia, e le usa con un'efficienza che si avvicina al 100%. È l'unico cibo al mondo a millimetri zero: passa direttamente dalla zona di produzione a quella di consumo. Si può facilmente concludere che contribuisce a salvaguardare il pianeta. O meglio, che sostituirlo con latte artificiale contribuisce a deteriorare il pianeta.

Allattare è quindi una priorità per la prevenzione primaria.
Le seguenti misure di protezione, promozione e sostegno dell'allattamento dovrebbero essere incluse nello strumentario di tutti gli operatori sanitari, che si occupino di salute individuale o pubblica:
  • Protezione
  1. Garantire che tutte le madri che lavorano, comprese quelle, in aumento, con contratti di lavoro precario o a tempo determinato, possano allattare i propri figli in maniera esclusiva fino a circa 6 mesi e possano poi continuare, dopo aver introdotto altri alimenti, fino a che lo desiderano.
  2. Premere sul governo e sulle autorità sanitarie perché pongano dei limiti rigorosi al marketing dei sostituti del latte materno, ben più rigorosi di quelli della legge attualmente in vigore (Dm 82/2009) e in linea con ilCodice Internazionale dell'OMS (cliccare qui).
  3. Assicurare che tutte le mamme possano allattare i loro figli quando, dove e come vogliono, senza restrizione alcuna. 
  • Promozione
  1. Fare in modo che in tutti i mezzi e le forme di comunicazione l'allattamento sia rappresentato come il modo naturale di alimentare i bambini (vedi link) .
  2. Introdurre in tutte le scuole, nelle discipline appropriate, elementi di educazione che istruiscano tutti gli alunni, fin da piccoli, sull'importanza e la pratica dell'allattamento.
  3. Favorire le Iniziative Amiche dei Bambini, negli ospedali e in altre strutture sanitarie, nelle facoltà di scienze mediche, nelle farmacie e nelle comunità (vedi link) .
  • Sostegno
  1. Fare in modo che le pratiche sanitarie, durante la gravidanza, il parto e l'allattamento, siano il più rispettose possibile della fisiologia e non disturbino i riflessi innati primitivi che l'evoluzione umana ha fornito a tutte le madri e a tutti i neonati.
  2. Garantire che ogni donna in gravidanza e dopo il parto abbia accesso, gratuitamente, a un sostegno competente in caso di difficoltà con l'allattamento (faccia a faccia, in casa o in una struttura sanitaria, al telefono, o via internet; da parte di un operatore sanitario formato, di una consulente in allattamento, o di una mamma alla pari).
  3. Formare tutti gli operatori sanitari che hanno contatto con donne in gravidanza e allattamento affinché siano in grado di rispettare i processi fisiologici della gravidanza, del parto e dell'allattamento, e di intervenire adeguatamente solo quando necessario.
  4. Fornire sostegno competente in maniera prioritaria alle donne meno istruite o a basso reddito, a maggiore rischio di non allattare o di allattare meno del voluto, per ridurre le disuguaglianze, o per non accrescerle.
In un testo così breve non è possibile entrare nei dettagli operativi delle misure di cui sopra. I principi elencati sono tuttavia chiari, e la letteratura e la manualistica sono ricche di tutti gli elementi necessari per impadronirsi delle conoscenze e delle competenze pratiche indispensabili per metterli in pratica. Ma conoscenze e competenze pratiche sono condizioni necessarie, ma non sufficienti: bisogna che cambino anche motivazione e atteggiamenti, e soprattutto che gli operatori sanitari si liberino dei conflitti d'interesse che troppo spesso li legano ai produttori e ai distributori di sostituti del latte materno.

20 agosto 2015

Canberra avvisa Parigi circa i gas climalteranti

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Non proprio da canguri, anzi, balzi piccoli e lenti contro il problema gas serra. Il Governo australiano guidato da Tony Abbott, infatti, si avvicina alla conferenza sul clima di Parigi preannunciando un minore impegno sul fronte della riduzione dei climalteranti. L'articolo, sotto, tratto da Adn Kronos, può essere letto anche qui nella sua versione originale. Buona lettura.

Un obiettivo, per la riduzione delle emissioni di Co2 al 2030, decisamente modesto rispetto alla maggior parte delle altre economie avanzate. Ad annunciarlo, il primo ministro Tony Abbott: entro il 2030 l'Australia ridurrà le emissioni di carbonio dal 26 al 28% rispetto ai livelli del 2005.
Insomma, l'Australia fa peggio dell'Europa, ma meglio di Giappone, Corea e Cina, come ha evidenziato lo stesso Abbott che ha parlato di "un target solido, economicamente responsabile ed ecologicamente sostenibile".
Eppure, l'obiettivo del governo australiano post-2020 è ben al di sotto di quanto, secondo la maggior parte degli esperti in materia di clima, sarebbe necessario fare per limitare il riscaldamento globale entro i 2°C al di sopra dei livelli pre-industriali.
Un obiettivo, quello australiano, che contrasta con quanto richiesto sia dall'Autorità del Governo per i Cambiamenti Climatici (che aveva raccomandato entro il 2030 un taglio dal 40 al 60% rispetto ai livelli del 2000) sia dal Climate Institute (-45% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025).
Per fare qualche paragone con altri target di riduzione, basta pensare che l'Unione europea punta a una riduzione di 40% delle emissioni, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030; gli Stati Uniti hanno fissato un obiettivo tra il 26 e il 28% rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025; la Cina punta a ridurre le emissioni per unità di prodotto interno lordo dal 60 al 65% rispetto ai livelli del 2005, entro il 2030; il Giappone ha fissato un obiettivo del 25% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030; il Canada, -30% entro il 2030.
Secondo il Climate Institute, l'Australia è responsabile per l'1,4% delle emissioni globali, ma ha la più alta percentuale di emissioni pro capite nei Paesi Ocse, principalmente a causa della dipendenza energetica del Paese dal carbone.

17 agosto 2015

Legge Sblocca Italia e rifiuti, intervista a Enzo Favoino

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Intervista a Enzo Favoino e riflettori ancora puntati sulla legge Sblocca Italia e, sempre, nello specifico, circa la parte riguardante i rifiuti solidi urbani. Molto interessante l'articolo ripreso da FQ che intervista, appunto, Enzo Favoino, tecnico della Scuola agraria del Parco di Monza che ha avuto un ruolo importante nell'innovazione dei sistemi di gestione dei rifiuti in Italia e ha spesso l’occasione di lavorare con le Istituzioni Europee e diversi governi nazionali per la definizione delle strategie di settore. 
L'articolo, puntuale e dettagliato, si apre con una riflessione molto spicciola sulle procedure d'infrazione che riguarderebbero l'Italia e che più che attenere gassificatori e inceneritori in genere, hanno a che fare con il mancato pretrattamento dei rifiuti. Tutta l'intervista ad Enzo Favoino può essere letta qui.  Buona giornata.

16 agosto 2015

Sblocca Italia e inceneritori, dove sta la coerenza con le politiche europee?

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Desidero riprendere il post della Dottoressa Patrizia Gentilini che si sofferma, come spesso avviene, sul tema rifiuti e in particolare circa le novità previste nella legge Sblocca Italia. 
L'articolo dal titolo: "Sblocca Italia e inceneritori, dove sta la coerenza con le politiche europee?" può essere letto sotto o sul blog della dottoressa Patrizia Gentilini precisamente a questo link.
Intanto chi volesse approfondire meglio può confrontare il testo del fu decreto 133/2014, detto appunto Sblocca Italia, con il testo di quella che è poi divenuta la legge Sblocca Italia, convertita nel novembre scorso; cliccare qui.
Tra cittadini poco interessati, chi ignora e chi ha problemi di memoria, c'è anche chi rimane attento. E menomale. In ballo ci sono milioni di soldi pubblici e non solo.
Ma perchè l'ex decreto più che attivare la crescita economica, ha sbloccato, in questi giorni, soprattutto nella parte rifiuti, così tanto clamore? A preoccupare sono le misure ampiamente discutibili per cittadini, medici e validi addetti ai lavori.
Il Governo, infatti, cercando di fare le cose nel "miglior" modo possibile, ha scelto, appunto, di metterci maggiormente del suo e, in questi intensi giorni lavorativi di fine marzo, precisamente il 29 luglio scorso con l'Italia che può tra ombrelloni, caselli e granite, ha inviato alle regioni il nuovo decreto attuativo collegato alla stessa legge (Sblocca Italia) che, nell'articolo 6, tocca ancora la questione rifiuti prevedendo nuovi inceneritori brucia risorse pubbliche e polmoni. Qui un interessante articolo.
Sblocca Italia fagocita tutto insomma e, a finire nella fossa dei bruciatori, diciamo così, c'è anche il territorio dei Castelli Romani che vedrebbe sbloccato il contestato gassificatore di Albano Laziale (qui per leggere gli ultimi sviluppi circa la vicenda). 
Medici, associazioni, cittadini e tecnici pronti a indicare politiche davvero virtuose e significativo sviluppo con l'unico scopo di non mandare in fumo salute e soldi dei contribuenti. Il Governo del cambia verso si differenzierà oppure no? Per il momento, la risposta, sta in nuovi longilinei camini dalla nulla utilità. Fonte foto post, clicca qui. Buona lettura.

Credo che raramente un documento dell’Associazione dei Medici per l’Ambiente (Isde Italia) sia giunto in momento più opportuno. È stato infatti pubblicato il comunicato stampa (qui) e il Position Paper (scaricabile qui) sulla corretta gestione dei rifiuti solidi urbani. Si tratta di un documento condiviso che riporta le Linee Guida su un argomento che proprio in questi giorni è ancora una volta alla ribalta in seguito ai decreti attuativi che prevedono la costruzione di nuovi inceneritori (qui). Il documento vuole essere (come del resto tutti i documenti di Isde!) uno strumento corretto e puntuale  sia dal punto di vista scientifico che normativo a disposizione di amministratori, associazioni, cittadini interessati a conoscere il parere di medici che non hanno alcun conflitto di interesse sul tema trattato, ma che vogliono solo difendere la salute pubblica. Nel Position Paper si affronta in particolare il problema dell’incenerimento dei rifiuti – con le relative implicazioni energetiche ed economiche – che, a onta delle indicazioni europee, viene invece sempre più incentivato dalle nuove norme italiane in materia. A tal proposito, con il supporto della letteratura scientifica internazionale, Isde Italia giudica questa pratica, non soltanto antieconomica, ma anche assai pericolosa per la salute dei cittadini. Ugualmente esplicitate le perplessità dell’Associazione sul conferimento in discarica dei materiali post-consumo, fonte di spreco di risorse e segnale evidente dell’incapacità di tante amministrazioni pubbliche ad affrontare adeguatamente il problema.  
In un momento di scarsità di materie prime e di crisi ambientale ormai sotto gli occhi di tutti, è davvero paradossale che il tema dei rifiuti venga affrontato pensando di implementare il ricorso all’incenerimento che altro non è che fonte di inquinamento e spreco di risorse. Nel 3° millennio non si può più pensare a un’economia “lineare” in cui  si susseguono estrazione, produzione, consumo, smaltimento e in cui, terminato il consumo, termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto. In una visione “lineare” quindi si ricomincia ogni volta da capo, quasi vivessimo in un pianeta non già fin troppo avvelenato e in cui le risorse sono sempre più in via di esaurimento. Ormai dobbiamo convincerci che l’unica via di uscita è pensare a una economia “circolare”, che, secondo la definizione (qui) che ne dà la Ellen MacArthur Foundation “è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare, i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera”. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Questo del resto è quanto la stessa Commissione Europea in un documento del 2 luglio 2014 (qui) già raccomandava sollecitando e adottando “proposte intese a sviluppare un’economia più circolare in Europa e a promuovere il riciclaggio negli Stati membri. Il conseguimento dei nuovi obiettivi in materia di rifiuti creerebbe 580 000 nuovi posti di lavoro, rendendo l’Europa più competitiva e riducendo la domanda di risorse scarse e costose.
”Dal momento che ci sentiamo sempre ripetere per quanto attiene riforme, rispetto dei parametri economici, vincoli di bilancio etc. che “ce lo chiede l’Europa” , perché l’attuale governo si dimentica totalmente di queste altre richieste, visto che è sempre l’Europa a farcele? Dove sta la coerenza?

14 agosto 2015

La Cina spiegata alla suocera - di Alberto Bagnai

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Pollo alle mandorle e involtini primavera stabili, intensa, invece, attività della PBOC (People's Bank of China) e Yuan svalutato tre volte in appena settantadue ore. "Repubblica" parla di vera e propria guerra tra le monete, qui, Alberto Bagnai illustra, invece, in modo semplice, dettagliato e ironico perchè il gigante asiatico stia seguendo questo tipo di politica monetaria. La Cina spiegata alla suocera, qui, di Alberto Bagnai. Buona lettura.

13 agosto 2015

Tuscolo, sotto la chiesa medievale un importante edificio pubblico romano

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Alcuni luoghi respirano e creano legami indissolubili. Tuscolo, per me, è uno di questi luoghi. "Sopra" Villa Aldobrandini e Villa Tuscolana, con Villa Mondragone che guarda un po' ingelosita, non ci si annoia mai: diciottesima campagna di scavi e scoperte ovviamente di primo livello.
Ah, se ci fossero maggiori fondi! Magari anche una minuscola manicciata di terra, ops, denaro pubblico, che il Governo ha scelto di investire nel controverso decreto "Sblocca Italia".
Nel 2014, ad esempio, la situazione fondi per Tusculum e per le principali opere riguardanti l'area storico culturale a sud di Roma, era questa, cliccare qui.
Magari per Governo e Regione i latini, poi gli etruschi e infine i romani erano soltanto dei palazzinari, ma, certo, di sontuosa, illuminante, estrazione e fattura.
Qui per visionare il sito del Parco Archeologico del Monte Tuscolo e qui l'interessante articolo riportato per intero anche sotto. Tuscolo purtroppo oggetto di nuovi roghi soltanto qualche giorno fa (qui). Buona lettura.

I ricercatori del Consiglio Superiore per la Ricerca Scientifica (CSIC) hanno rinvenuto una chiesa medievale e un sigillo di papa Alessandro III (XII secolo) nel sito archeologico di Tuscolo (Lazio, Italia) durante il 18 ° stagione di scavi, che si è concluso il 17 del mese di luglio scorso.
La campagna di quest’anno è stata sviluppata in due fasi (maggio e luglio). La prima è focalizzata sulla parte alta della città, acropoli (rocca medievale), in relazione agli scavi già iniziati nel 2012 nella zona delle mura di cinta e della cisterna. Spiega il direttore del Progetto Tuscolo, Chocarro Leonor Peña, “I risultati confermano che il primo circuito di mura è di età repubblicana e prosegue nei secoli centrali del Medioevo, dove parte dei materiali da costruzione furono recuperati per costruire le nuova fortificazione dotata di torri difensive”.  Durante lo scavo si è rinvenuto un sigillo di piombo di Papa Alessandro III (1159-1181) perfettamente conservato, in cui si distinguono i volti di San Paolo e San Pietro da un lato, e il nome del papa nell’altro.
Valeria Beolchini, ricercatore presso la Scuola Spagnola di Storia e Archeologia del CSIC a Roma, ha detto: “Questo è un elemento eccezionale di grande importanza storica, che conferma la presenza del Papa e la sua Curia nel palazzo dei Conti di Tuscolo, situato in Rocca, per lunghi periodi di tempo. In realtà, si sposa perfettamente con il quadro storico che potremmo ricostruire grazie alle fonti del periodo”. Nello stesso strato che ha documentato una pentola cucina completa con resti di cibo (ossa), attualmente in fase di studio nel laboratorio dell’Istituto di Storia Archeobiologia CSIC di Madrid.
Lo scavo ha rivelato la presenza di ceramica del X secolo a.C. e nell’età del Ferro che attestano la frequentazione di comunità umane nel territorio dell’Acropoli e che ci permette per la prima volta, di confermare l’esistenza di una possibile frequentazione della zona durante la I millennio a.C..
Inoltre, l’analisi di immagini aeree scattate con droni durante le campagne degli anni precedenti ha portato all’identificazione del tessuto urbano del nucleo della Rocca e indagare una delle case (domus) datati tra i secoli XI-XII , dove è stata recuperata una chiave in ottimo stato, insieme ad altri oggetti.
La seconda fase di scavo si è concentrata nella parte bassa del paese, nella zona adiacente al centro monumentale (foro e teatro) della città. Diarte Pilar Blasco, ricercatore presso la Scuola Spagnola di Storia e Archeologia, che ha guidato il lavoro archeologico, sottolinea che si tratta di una ritrovamenti spettacolari “La campagna di quest’anno ci permette di seguire l’evoluzione degli edifici monumentali di Tuscolo. Le strutture scavate corrispondono a una grande chiesa medievale (con una pianta di 29 per 20 metri), della quale non si aveva alcuna notizia e che ha riutilizzato materiali da costruzione e parte del perimetro di un edificio pubblico romano, ricco di decorazioni”. Questo studio è stato messo a punto dopo aver analizzato i dati forniti dalle indagini geofisiche e immagini termiche all’infrarosso insieme a rilievi iper e multispettrali ottenuti da voli effettuati in collaborazione con Pablo Zarco, direttore dell’Istituto di Agricoltura Sostenibile del CSIC. Le informazioni ottenute indicato l’esistenza di una grande struttura di 29 metri quadrati, le cui misure potrebbero far riferimento ad un podio di un tempio romano. Cosa che potrà essere verificata con la prosecuzione degli scavi il prossimo anno. Nel sondaggio nell’angolo sud-ovest del palazzo si è documentato uno spazio dedicato alla cripta, utilizzato come ossario, dove sono stati rinvenuti numerosi teschi, femori e tibie. Questo spazio sembra organizzato in una serie di gallerie la cui profondità massima raggiunge 3,20 metri, contenente sepolture multiple. In quest’area diversi sono i materiali di riutilizzo come due enormi colonne scanalate di epoca romana.
Nella seconda indagine, nell’angolo nord-ovest, la situazione è diversa: si è documentata la presenza di mura medievali che chiudevano la chiesa a nord, e che tagliavano due fasi più antiche di epoca romana. In questa zona si evidenzia un opus sectile  in marmo bianco, con molte tessere in situ e con ancora conservato il negativo delle lastre mancanti. La tipologia della struttura e l’apparato decorativo fanno riferimento ad un grande edificio pubblico romano a cui appartengono anche le colonne individuate nell’indagine della zona a sud-ovest.
“L’importanza del grande edificio romano e del suo riutilizzo come una chiesa in epoca medievale, ci obbliga a concentrare i nostri sforzi nei prossimi anni in questo specifico settore”, ha detto Peña. “Solo gli scavi futuri potranno stabilire il ruolo del grande edificio pubblico romano che si trova sotto le fondamenta della chiesa medievale e confermare la sua importanza”, conclude.

05 agosto 2015

Cop 21, Barack Obama "scalda" il clima

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Très bien. Parigi è oltre le nostre Alpi, che peraltro sembrerebbero sempre meno innevate (qui le rilevazioni inerenti l'ultima campagna glaciologica made in Italy e qui l'home page del Comitato Glaciologico Italiano) e, ben più lontana, oltreoceano, considerando la Casa Bianca e Washington. La temperatura, è concesso dirlo, non sembra proprio idilliaca, ma non mi riferisco al solleone che, dispettoso e temerario, fa sfoggio da settimane sul Bel paese, quanto al termometro diplomatico tra le potenze industriali, post industriali ed emergenti che si confronteranno nuovamente di qui a breve. Usa, Russia, Cina e Ue (Ue se, nei fatti, non si andrà come da routine in ordine sparso). Nel mezzo dimenticherò sicuramente qualche "staterello" o continente di "pochi" milioni di abitanti, ma, COP 21 (qui e qui), e appunto Parigi, sono dietro l'angolo: 30 novembre - 11 dicembre 2015. Ombrelloni istituzionali piazzati infatti sotto la Tour Eiffel, scenario sontuoso e capi di stato o delegati come bambini con gli occhi al cielo a scrutarne il meteo. La partita mondiale riguarda il clima. Ufficialmente. Tra le nubi, ad occhi normalmente attenti, si scorge molto altro.
Il Presidente Barack Obama, per ragioni alcune delle quali ipotizzabili, ben altre a noi ovviamente ignote, decide di arrivarci "scaldando" l'atmosfera del forum e presentando il Clean Power Plan (qui i dettagli). L'annuncio (qui il video) da parte del primo presidente afroamericano a stelle e strisce è ben più d'una carta d'intenti che molto spesso ha accompagnato le amministrazioni democratiche statunitensi salvo poi dissolversi sovente come un nembo (qui) post precipitazioni o senza neppure che le stesse avvenissero. Soprattutto, con tutta probabilità, balza agli occhi come il Clean Power Plan sarebbe un altro importante segnale verso il gigante asiatico con sede a Pechino e aree limitrofe, un tentare di parlarsi prima di vedersi soprattutto tra chi sforna più CO2. Il tutto, non a caso, dopo la storica stretta di mano sul taglio dei gas serra siglata proprio da Xi Jinping e dallo stesso presidente Obama nel novembre 2014 (qui una sintesi sommaria dell'accordo). 
In tale quadro trovo interessante leggere le dichiarazioni d'impegno fatte da ogni singolo stato che sarà alla ventunesima conferenza mondiale sul clima e, non a caso, la posizione di Mosca è davvero interessante (qui gli impegni proposti in dichiarazione). La data del 1990 dichiarata dalla Russia come anno di riferimento sul quale basare la riduzione dei propri gas serra è probabilmente poco casuale (eufemismo) e anche un po' ridicola.
Così se Washington e Pechino tra una meteorina e l'altra si danno ufficialmente pure qualche pacca sulla spalla, Putin leggermente più tirato in volto, non resta a guardare, ma lo si sapeva. La Russia ha un proprio disegno e se anche "zar Vladimir" si difendesse bene da solo va detto che avrà comunque bisogno di preziosi alleati in corso d'opera. Dietro il time-lapse delle temperature, infatti, c'è molto o tutto del nostro futuro, tra cui un pezzo consistente di congiuntura economica dei prossimi decenni per interi continenti, quindi a cascata, stati, aziende ed esseri umani. Trovare l'equilibrio in ambito economico forse, non per banalizzare o dissacrare un tema prioritario, ma è più importante per molti rispetto al trovare la temperatura giusta a livello climatico e cioè rimanere entro quei due maledetti gradi centigradi agganciati all'epoca preindustriale (intervista a Thomas Stocker, presidente WG1 dell'IPCC, qui). Trovo affascinanti le parole dell'attuale inquilino della Casa Bianca, un discorso intenso figlio di un ampio spirito di responsabilità civica e di sviluppo moderno, temi forse un po' mancati negli ultimi anni al presidente Hussein e sicuramente latitanti nel recente passato Usa, soprattutto in amministrazioni cresciute a latte e idrocarburi, non a caso Kyoto è li a ricordarlo (qui). Il riferimento al concetto elementare quanto forse difficile da attuare: abbiamo un solo pianeta. Concetto sacro. Perchè, poi, nei fatti, prima della religione, la quotidianità ci dice questo.
Mentre l'amministrazione yankee dichiara le proprie intenzioni facendo in modo che i venti le trasportino rapidamente verso Parigi, domande, numeri, medie, rapporti ufficiali, dubbi e studi si mischiano. Interellati, spesso non scindibili e a volte discutibili. Il Global Warming (Enea, qui) per molti è una minaccia concreta, già in atto con fenomeni evidenti a più livelli e in fase di estremizzazione.
Per altri, tra cui, anche qui, studiosi, ricercatori o economisti, già, economisti, risulta essere invece una sorta di specchietto per le allodole e peraltro poco provato. Attività solare, grado di inclinazione dell'asse terrestre, le ragioni alla base della variazione della temperatura (ove presente) sarebbero molteplici.
Tra le fonti che la rete offre, di varia validità, per carità, interessante questo articolo ripreso da "Il Giornale" che, senza risalire al millennio scorso, lancia alcuni spunti in chiave numerica e di riflessione generale circa il non problema reale della CO2 (qui). Così, al tempo stesso, è soprattutto impossibile far passare in secondo piano le fresche dichiarazioni del nobel in Fisica anno 1973, Ivar Giaever, sostenitore scientifico dell'attuale presidente Barack Obama nel 2008. Qui è possibile leggere le sue dichiarazioni che fanno sostanzialmente da contraltare ai concetti base del Clean Power Plan obamiano. Davvero strano. Personalmente trovo le dichiarazioni di Giaever piuttosto discutibili in più punti, in primis la tematica circa l'allungamento della durata media della vita, che, seppur trovandomi d'accordo nei fatti, al contempo andrebbe relazionata alla durata in stato di salute effettivo dell'essere umano, cosa che Giaever non cita. Perchè qui qualcosa non tornerebbe.
Ma torniamo al clima. La Tour Eiffel figlia della grandeur transalpina non si scompone più di tanto ed è pronta ad accogliere i delegati. Dietro la sua tela d'acciaio ci dirà se tra visi apparentemente sorridenti e cielo si spera tipicamente francese splenderà o meno il sereno sul futuro del pianeta. Perchè a prescindere dall'effetto serra esistente o meno, riallocare le emissioni di CO2 nei sistemi manifatturieri e di produzione energetica all'interno delle economie occidentali e non, corrisponderà, nei fatti, a punti di PIL in più o in meno per alcuni e per altri, quindi occupazione, competitività, crescita, stagnazione e molto altro. L'amministrazione Obama per sicurezza nazionale (parole del presidente) e per interesse generale ha "scaldato" l'ambiente dicendo di volerlo raffreddare, vedremo chi raccoglierà il guanto di sfida o se si andrà nuovamente verso un fallimento del summit. In quel caso, grandeur a parte, non me ne vogliano i cugini ma, Parigi, val bene una conferenza sul clima.
Sotto, l'articolo ripreso da Repubblica circa la presentazione del Clean Power Plan, articolo che può essere letto nella sua versione originale, qui. Buona lettura.

"Niente minaccia di più il nostro futuro e quello delle generazioni future del cambiamento climatico". E' questo l'allarme lanciato dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel discorso con il quale ha presentato Clean power plan, la prima serie di regole federali (qui) volte a ridurre le emissioni dagli impianti energetici. Parlando dalla Casa Bianca, Obama ha spiegato che entro il 2030 gli Usa elimineranno il 32% delle  emissioni di CO2 rispetto al 2005.
Un piano sull'energia pulita che dovrebbe salvare anche molte vite, secondo Obama. "Entro il 2030 ridurremo le morti premature legate alle emissioni di carbonio delle centrali elettriche del 90% - ha detto il presidente - . Ci saranno 90mila casi in meno di asma per i nostri bambini". "Se non affrontiamo nel modo giusto" il problema dei cambiamenti climatici" potremmo passare il punto di non ritorno, ha aggiunto, parlando di una questione che "rappresenta un rischio immediato per la sicurezza nazionale". "Ci sono tempeste sempre più violente, incendi sempre più frequenti", ha denunciato il presidente Usa , "i ghiacciai si stanno riducendo e questo cambia la geografia del nostro pianeta". Obama ha sottolineato che gli Stati Uniti intendono assumere la "leadership" nella lotta ai cambiamenti climatici.
"Un futuro per i nostri figli". "Abbiamo affrontato in 6 anni molte sfide, dalla recessione alla ricostruzione dell'economia" all'Iraq ma "sono convinto niente minaccia di più il nostro futuro", ha ribadito Obama sottolineando la necessità di "garantire che ci sia acqua e aria pulita e un futuro per i nostri figli". 
"Siamo la prima generazione a sentire gli effetti del cambiamento climatico e l'ultima a potere fare qualcosa a riguardo", ha spiegato l'inquilino della casa bianca avvertendo: "se non agiamo, potremmo non essere in grado di invertire la rotta" perché potrebbe essere troppo tardi perché "il tempo non è dalla nostra parte".
In seguito il presidente ha definito il piano "realistico e raggiungibile"."Ci saranno i critici, ci saranno i cinici che diranno che non si può realizzare. E prima ancora che (il piano) fosse completato, le lobby si stavano già mobilitando contro di esso. Diranno che taglierà posti di lavoro, che la mia è una guerra al carbone". Ma il commander in chief torna a ribadire: quelle critiche, "sono scuse per l'inazione. Non hanno nemmeno senso. Non voglio illudervi. Sarà difficile. Nessun paese cambierà il riscaldamento della terra da solo" ma "se noi non cambiamo, nessuno lo farà".
"Abbiamo un solo pianeta". "Il nostro piano farà risparmiare ad ogni americano 85 dollari l'anno sulle bollette di luce e gas", ha aggiunto Obama. Il presidente Usa si è detto orgoglioso di presentare "il passo più importante che l'America abbia mai fatto" per affrontare il problema del climate change, e ha ricordato che gli "Stati uniti  hanno ridotto il totale dell'inquinamento da carbone più di ogni altra nazione sulla terra".  E ha aggiunto: "Lo scorso mese la Nasa ha pubblicato una foto della terra dallo spazio. La morfologia del pianeta è cambiata rispetto all'ultima immagine, ma una cosa non è cambiata: il nostro Paese è sempre il più bello di tutti, enorme ma anche fragile, appartiene a noi e anche ai nostri bambini. E' la nostra casa e non c'è piano B". 

Presentando il piano sull'energia pulita, il presidente americano Barack Obama ha citato l'Enciclica di papa Francesco (qui), un testo che sottolinea come "combattere il cambiamento climatico è un obbligo morale". L'annuncio del presidente è arrivato nella giornata in cui uno studio del World Glacier Monitoring Service dimostra che i ghiacciai del pianeta si sono ridotti a livelli mai visti negli ultimi 120 anni, con significativa accelerazione dello scioglimento nella prima decade del secolo. I negoziati internazionali sotto l'ombrello Onu hanno prodotto finora pochi risultati concreti: un fallimento totale a Copenaghen (2009) una intesa presentata come un successo (Durban 2011) ma che di fatto rinvia tutto a Parigi, che diventa quindi un appuntamento senza appello. I 195 Paesi che partecipano alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfcc) si sono impegnati a trovare una intesa a cui dovranno aderire anche i Paesi in via di sviluppo, esclusi dal protocollo di Kyoto, oltre agli Usa. La Cina produce oltre un quarto delle emissioni mondiali di CO2, contro il 16% degli Usa e l'11% dell'Ue. A Parigi ogni Paese presenterà il suo piano di riduzione delle emissioni e su quella base si cercherà una intesa che entrerebbe in vigore nel 2020.