21 maggio 2013

Navi dei veleni affondate nel Mediterraneo, cosa viene a galla

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
88 affondamenti sospetti dal 1979 sino al 2000 (clicca qui per leggere tutte le navi affondate in modo sospetto con relativo carico a bordo), la quasi totalità di questi nella parte sud del Mediterraneo con, ad esempio, un drammatico interessamento del Mar Tirreno adiacente alle coste della Calabria.Verità che emergono lentamente dopo oltre due decenni di misteri che poi, forse, misteri non sono più. Se non altro in quei termini negazionisti che in un primo tempo hanno assalito tutto e tutti. Insieme agli affondamenti un mare con tutta probabilità malato che forse ha ingoiato di tutto, dai rifiuti tossico-nocivi fino ai rifiuti radioattivi. Poi, col tempo, arrivano pure le morti. Quelle sospette di Amantea e dintorni, innumerevoli, purtroppo, e quella di Natale de Grazia (ucciso), capitano di corvetta, uomo onesto dello stato che su quelle rotte, circa quegli affondamenti stava cercando di far luce nel buio degli abissi. Tra il suono armonioso delle onde e con l'andare del tempo si delineano pezzi di una storia estremamente dolorosa, dura da mandare giù senza sdegno e strazio. Nella lunga ricostruzione degli eventi qualcuno ha già scritto, da tempo, la sua certezza e verità: "avvelenati dalla 'ndrangheta, avvelenati dallo stato".
Per oltre vent'anni l'armatore Ignazio Messina ha negato che la motonave Rosso, arenatasi il 14 dicembre 1990 sulle coste calabresi, trasportasse siluri-penetratori per sparare rifiuti tossico-radioattivi dentro ai fondali marini. Nessuno ha mai trovato la prova che l'imbarcazione nascondesse questo segreto e i magistrati hanno chiuso il caso. Senonché adesso spunta un documento choc del 22 maggio 2003.  Quattordici pagine dove l'allora sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Neri, propone di assegnare la medaglia d'oro al merito di Marina al capitano di corvetta Natale De Grazia: suo collaboratore chiave nell'inchiesta sulle navi dei veleni, morto in circostanze sospette la notte del 12 dicembre 1995. Ed elencando ciò che l'ufficiale aveva scoperto riguardo alla vicenda Rosso, il magistrato scrive: «De Grazia, mediante l'escussione testimoniale del comandante Bellantone della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, accertava personalmente che a bordo della nave che si era spiaggiata, vi erano i cosiddetti "penetratori", indicati dai marinai come "munizioni"». Non solo. Stando a quanto riferisce Neri sulle indagini di De Grazia, «i documenti di carico erano falsificati».  Il che si somma al fatto che «lo stesso Bellantone aveva lanciato l'allarme radioattivo ai vigili del fuoco, i quali intervennero regolarmente sui luoghi, senza però stranamente certificare nulla».  Dopodiché, citando le parole di Neri, sarebbe emerso che il comandante Bellantone «sapeva che a bordo della nave vi era un carico "pericoloso", perché a suo dire era stato già allertato dal comando della Marina militare». E se tutto questo fosse ancora poco, per sollevare qualche dubbio sull'andamento dei fatti, va aggiunto che a bordo della nave, «proprio sulla plancia di comando, Bellantone aveva sequestrato le identiche mappe di affondamento» della O.d.m. (Oceanic disposal management), azienda che aveva proposto a decine di nazioni di seppellire in mare le scorie tossico-nocive. Un quadro sconcertante, nell'insieme. Anche perché Neri, ricostruendo i giorni successivi allo spiaggiamento della Rosso, racconta che l'imbarcazione fu smantellata dall'armatore dopo che l'azienda olandese Smit Tak (specializzata nel recupero marino di rifiuti tossici e radioattivi) «aveva lavorato con la completa "sorveglianza" del sito, reso inaccessibile da parte di un servizio segreto non meglio identificato».  Tutto normale? Tutto da interpretare come una banale prassi operativa? Le domande, in queste ultime settimane, stanno tornando a farsi dense attorno al capitolo delle navi dei veleni. Sia per l'ipotesi lanciata da Neri che sulla Rosso ci fossero i famosi missili-penetratori, sia perché il settimanale "Corriere della Calabria" ha pubblicato alcuni passaggi dell'audizione di Emilio Osso davanti alla Commissione parlamentare ecomafie. Sede in cui questo istruttore di polizia municipale, al fianco della Procura di Paola nelle inchieste ambientali, ha definito quello che la Rosso trasportava il 14 dicembre 1990 «difforme» dal piano di carico ufficiale. «Inoltre», riferisce Osso a "l'Espresso", «tre container non sono più stati rinvenuti». Dettagli impossibili da sottovalutare, a questo punto. Schegge di un mistero che pochi vogliono risolvere. (Fonte articolo, clicca qui)

16 maggio 2013

"A Caltanissetta un indegno spettacolo"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Stamattina il post "Ciao Agnese" ha superato il milione di visualizzazioni.
Il pensiero di quanta gente sia emotivamente coinvolta dal coraggio e insieme dalla dolcezza con cui questa donna ha saputo affrontare il martirio degli ultimi su
oi anni di vita già sconvolta da quella strage in cui ventuno anni fa era stato massacrato suo marito e il padre dei suoi figli, Paolo Borsellino, mi ha aiutato a superare l'indegno spettacolo a cui ho dovuto assistere oggi nell'aula bunker di Caltanissetta.
Due testimoni di quella strage, il colonnello Giovanni Arcangioli e l'ex magistrato Giuseppe Ayala che hanno continuato a disseminare di ostacoli la strada della Verità e della Giustizia su quella strage costellandola dei macigni dei loro "non ricordo", delle contraddizioni rispetto alle testimonianze degli altri testi e delle loro stesse testimonianze rese in passato arrivando all'assurdo, nel caso di Ayala di bollare come "clamoroso errore di verbalizzazione" una testimonianza da lui stesso resa e, ovviamente, regolarmente sottoscritta, come unica via per negare una incontrovertibile contestazione del Pubblico Ministero.
Per tacere degli squallidi tentativi di Giovanni Arcangioli di sollecitare la benevolenza della Corte con parole come queste: "Da otto anni vivo in questa situazione che ha distrutto me, la mia famiglia. Da otto anni sono sui mass-media. Per voi e' la prima volta, per me no. Io sono distrutto dentro. Non so che ho fatto per meritarmi questo".
Forse dimenticando di parlare davanti a chi da oltre venti anni vive una situazione che ha distrutto ben più di una famiglia. Da oltre venti anni è spesso attaccato o addirittura dipinto come insano di mente dai mass media solo perchè continua a chiedere Verità e Giustizia. Da chi ha sentito per troppe volte menzogne spacciate per verità. Da chi non può più accettare di sentire descrivere l'orrore di quello che c'era il 19 luglio in via D'Amelio per giustificare quelle che sempre più appaiono non come amnesie ma come evidenti menzogne. Se tante persone descrivono gli stessi momenti, le stesse situazioni, gli stessi gesti in maniera così assolutamente differente tanto da far credere di parlare di posti e di momenti diversi, pur ammettendo che almeno uno di loro dica la verità non che una sola possibilità, CHE TUTTI GLI ALTRI, O FORSE ANCHE TUTTI, MENTANO. (Fonte articolo, clicca qui)

08 maggio 2013

Jolly, una storia con tante ombre

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Tra Genova e La Spezia la compagnia Messina è un nome che conta. E' tra le poche compagnie italiane di cargo marittimo che garantisce i servizi regolari con il Medio oriente e il Nord Africa, grazie alla sua flotta di "Ro-ro", ovvero navi dotate di portellone posteriore in grado di caricare direttamente container e mezzi dalla banchina. Ma il nome Messina è anche legato ad una serie di incidenti navali nelle acque del Mediterraneo e ad una serie di inchieste - terminate con l'archiviazione - sui traffici internazionali di armi e rifiuti. Il caso più noto è lo spiaggiamento della Rosso - ex Jolly Rosso - sulla spiaggia di Amantea, costa tirrenica della Calabria. Il 14 dicembre del 1990 la nave si arenò sulla spiaggia, con lo scafo danneggiato da diverse falle. Quella stessa nave per diversi mesi aveva attirato l'interesse del Sismi, sulle tracce di Giorgio Comerio, l'imprenditore esperto di mine che voleva affondare le scorie nucleari nei fondali marini. Dell'episodio si occupò quattro anni dopo il capitano Natale De Grazia, che stava seguendo per la Procura presso la Pretura di Reggio Calabria l'inchiesta sulle navi a perdere, ovvero l'uso di vecchie carrette di mare per lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi. Un caso che De Grazia non riuscì a concludere: morì avvelenato - come ha recentemente stabilito la commissione bicamerale d'inchiesta sui rifiuti - mentre stava per raggiungere La Spezia, alla ricerca di nuove testimonianze. Le diverse inchieste sull'incidente e sulle possibili connessioni con i traffici internazionali di armi e rifiuti - che durarono quasi dieci anni - finirono poi archiviate all'inizio degli anni 2000, con il completo proscioglimento della compagnia Messina. L'incidente più recente che ha coinvolto le navi della compagnia di Genova risale al 2011, davanti alle acque del porto di Napoli. Il peschereccio "Giovanni padre" venne speronato e affondato dalla Jolly Grigio l'11 agosto del 2011. Due pescatori di Ercolano, Alfonso Guida, 43 anni, e il figlio Vincenzo, 21, persero la vita dopo l'impatto. Alla prova del narcotest risultò positivo Maurizio Santoro, 47 anni, di Genova, timoniere del "Jolly grigio", poi arrestato insieme all'ufficiale Mirko Serinelli, 24 anni, di Brindisi. Il 18 dicembre scorso la IV sezione del tribunale di Napoli ha ammesso la citazione del responsabile civile Ignazio Messina al processo. Meno noto è l'incidente che ha colpito la "Jolly Amaranto" al largo del porto di Alessandria, in Egitto. L'11 dicembre del 2010 la nave della Messina lanciò il "mayday" dopo il panne dei motori, che aveva portato la nave alla deriva. Solo dopo difficilissime manovre durate due giorni la Ro-ro venne portata nel porto, portando in salvo i 21 membri dell'equipaggio ed evitando la perdita completa della nave. Nel frattempo diversi container erano caduti in mare, creando un forte allarme, visto che a bordo risultavano presenti merci pericolose. La compagnia Messina - che opera da più di 80 anni - non era nuova al trasporto di merci pericolose. Nel gennaio del 1989 quella stessa Jolly Rosso che dopo un anno e mezzo verrà coinvolta nello spiaggiamento di Amantea, era stata scelta dal governo italiano per riportare a Genova migliaia di fusti tossici abbandonati da un gruppo milanese vicino a Beirut. Era l'epoca delle navi dei veleni, quando buona parte delle scorie industriali italiane venivano esportate - al limite della legalità - verso i paesi africani e latinoamericani, portando le autorità internazionali a stabilire nuove regole con la convezione di Basilea, poi firmata dal nostro governo solo nei primi anni '90. (Fonte articolo, clicca qui)

Agnese Borsellino ai pm: "Vi racconto gli ultimi sospetti di Paolo"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Ha parlato come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.  Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare "quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.  Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi". Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino. Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per interrogare ancora Mutolo".
Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19 luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla. È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto Vittorio Aliquò". Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".  Un'informazione che arrivava da alcune intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati, Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova: "Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi. Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori - "l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe De Donno. Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché contrario a quella "trattativa".  Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra ndr)...'". Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino, come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore, lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque messa a verbale. E il verbale è stato secretato. Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta), Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura corleonese non si è mai fidato dei carabinieri. E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti ndr) a offrire garanzie concrete?...". E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane. (Fonte articolo, clicca qui)

04 maggio 2013

Paul Krugman: "L'austerità voluta dai super ricchi ha fallito"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Paul Krugman, premio Nobel per l'economia nel 2008, continua a dare picconate al muro dell'austerità in continuo disfacimento. Sulle pagine del New York Times ricorda ancora una volta ai lettori che l'austerità ha fallito sia nella teoria e nella pratica. Krugman va all'attacco dei due principali studi che reggono le fondamenta della teoria dell'austerità, quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sulla cosiddetta "austerità espansiva" e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, secondo i quali con un rapporto debito/Pil superiore al 90 per cento non può esserci crescita economica.
Il paper degli economisti italiani era già stato demolito dal Fondo monetario internazionale: Olivier Blanchard, capo economista del FMI e autore di un manuale di macroeconomia piuttosto celebre tradotto a cura di Francesco Giavazzi, collega di Alesina, aveva fatto notato che i moltiplicatori utilizzati nelle previsioni di Alesina e compagni erano sottostimati di una unità. In altre parole, i professori avevano decisamente sottostimato i danni che potevano fare e hanno fatto i tagli alla spesa pubblica durante una recessione. Detto ancora altrimenti, i professori si sono dimenticati ciò che insegnano precocemente all'università, ovvero che manovre procicliche comportano un'accelerazione del ciclo economico, e che quindi aumenti delle tasse e tagli alla spesa pubblica durante una recessione hanno come conseguenza un approfondimento della recessione medesima.
Il secondo paper, invece, ha in sé un errore molto più ridicolo, poiché si tratta di una dimenticanza all'interno di un foglio Excel che ne ha completamente sballato risultati. I professori Reinhart e Rogoff, nel corso del proprio studio, avevano infatti dimenticato di considerare nel proprio calcolo Paesi che smentivano la loro ipotesi di non crescita con un debito/Pil superiore al 90 per cento. È come se avessero usato solo i dati a sostegno della propria teoria per sostenere dimenticando invece quelli che l'avrebbero affossata.
Oltre alla teoria, non bisogna poi dimenticare la pratica dell'austerità, ma qui basta ricordare che la situazione economica di molti paesi europei sottoposti alle durissime cure della Troika non hanno visto migliorare le proprie condizioni nemmeno in lontananza. Ma perché, nonostante ciò, in molti Paesi si continua a chiedere a gran voce ulteriore austerità?
Il problema in questo caso, secondo Krugman, è squisitamente politico: i Paesi che hanno imposto l'austerità, infatti, hanno ritenuto di poter piegare l'economia alla propria morale. Un Paese che aveva vissuto al di sopra delle proprie possibilità (come l'Italia o la Grecia) doveva essere punito con tante frustate (economiche), ed è ciò che è stato fatto con molti paesi della periferia. L'economia però non funziona in questo modo e ha fatto sentire la sua vendetta non solo approfondendo la recessione nella periferia europea, ma propagandola fino a lambire il centro, ovvero la Germania stessa. Molto più corretto sarebbe stato risollevare prima l'economia e poi, in fase di crescita, imporre l'austerità, in modo da limitarne i danni.
Krugman, inoltre, sottolinea una teoria che su International Business Times Italia abbiamo sottolineato nel recente passato, ovvero che le politiche economiche dell'austerità vengono richieste a gran voce principalmente dalle fasce più ricche della società. Sarebbe infatti proprio quel famoso un per cento di super ricchi a chiedere tagli alla sanità e alla previdenza, negli USA secondo uno studio citato da Krugman, ma è un risultato facilmente esportabile considerando studi che hanno svelato quanto si sia approfondita la diseguaglianza fra i più ricchi e i più poveri in Germania nel corso degli anni, favorendo chi investiva in capitale e svantaggiando i lavoratori.
Il premio Nobel, dunque, ammonisce ancora una volta di diffidare dall'austerità dei più ricchi che hanno approfittato di questi anni di crisi, mentre i lavoratori hanno passato e passano tempi molto cupi. Di austerità si muore e non c'è più alcun appiglio intellettuale che possa smentirlo. (Fonte articolo, clicca qui)

03 maggio 2013

Quel mare di bombe dimenticate

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
"E' giunto il momento di decidere se restituire agli italiani il meraviglioso paradiso che è l'isola di Pianosa o prendere atto che, invece, è un comodo alibi renderla una riserva integrale per occultare la verità di ciò che è diventata: pattumiera di ordigni bellici". Stefano Pecorella, presidente del Parco Nazionale del Gargano, usa un'immagine forte. E, in una frase, sintetizza un paradosso che dura dal 1989.  In quell'anno i fondali che circondano l'isola di Pianosa, nell'arcipelago pugliese delle Tremiti, venivano dichiarati area marina protetta in virtù di una straordinaria ricchezza naturalistica. Accanto alle tipiche foreste di corallo nero, però, quei fondali ospitano anche una distesa di ordigni della Seconda Guerra Mondiale, la cui pericolosità è riconosciuta ufficialmente sin dal 1972, quando un'ordinanza della Capitaneria di Porto di Manfredonia vietò per motivi di sicurezza la navigazione, l'ancoraggio, la pesca subacquea e la balneazione per una profondità di 500 metri dalla costa.  Le bombe, scaricate a terra e a mare dagli Alleati che avrebbero utilizzato la perla delle Diomedee come campo di addestramento, convivono con la flora e la fauna di un ambiente apparentemente incontaminato. L'impatto degli ordigni sull'ecosistema è stato misurato nell'estate del 2004 dall'Istituto centrale per la ricerca scientifica applicata al mare (l'ex Icram diventato oggi Ispra), con uno studio nell'ambito del progetto Red Cod che ha certificato lo "stress ambientale" a cui sono sottoposte le specie marine analizzate.  "Allo stato attuale non è possibile neanche intervenire con le opere di tutela e valorizzazione previste dagli scopi dell'area marina protetta", chiosa amaro il presidente dell'Ente Parco Pecorella. Eppure un piano per liberare l'isola dalle bombe esiste lo ha abbozzato il Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola nel novembre scorso rispondendo all'ennesima interrogazione parlamentare sul tema: in 35 giorni, ha stimato la Marina Militare, le operazioni potrebbero essere completate. La Difesa è pronta ad anticipare i soldi necessari, ma chiede un coinvolgimento anche degli enti locali e degli altri ministeri interessati.  Gli ordigni che offendono i tesori naturali di Pianosa sono il simbolo di un problema che riguarda altre zone d'Italia, dove amministratori locali e comitati di cittadini invocano da anni interventi di monitoraggio e di bonifica delle migliaia di bombe nascoste nei mari. Una presenza silenziosa ma aggressiva per l'ambiente e pericolosa per salute e sicurezza.  "Tempo fa ci era giunta notizia di un contributo per la bonifica", spiega il sindaco delle Tremiti Gabriele Fentini, "ma in seguito i fondi sono stati destinati a Molfetta". Cinque milioni di euro: tanto era stato impegnato nel 2006 dai ministeri della Difesa e dell'Ambiente per il "Piano di Risanamento del Basso Adriatico". Oggi quella cifra, che avrebbe dovuto bastare per tutta la Puglia, è stata concentrata per la bonifica dei fondali di un'unica zona. Un altro emblema del "mare di bombe" che giace nelle acque italiane.  Nella acque di Molfetta è in atto una bonifica da parte della Marina Militare, iniziata solo grazie all'avvio del progetto per la costruzione del nuovo porto commerciale. La ditta incaricata di svolgere in via preliminare la "pulizia" dei fondali da materiali ferrosi, la ATI Lucatelli di Trieste, nel 2006 ha rinunciato all'appalto per i troppi ordigni che intasavano l'imboccatura del porto chiedendo l'intervento del nucleo Sdai (Sminamento e Difesa Antimezzi Insidiosi). Dal luglio 2008 la palla è così passata nelle mani delle Forze Armate impegnate in una bonifica che dovrebbe concludersi entro metà 2014. Il dossier presentato un anno fa in Senato dal Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche il mare di Molfetta custodisce migliaia di ordigni caricati all'iprite, una sostanza chimica dagli effetti devastanti, contenuta nelle stive delle 17 navi alleate affondate nel porto di Bari durante il bombardamento tedesco del 2 dicembre 1943. Nel 1947 iniziarono i lavori per il recupero degli ordigni, furono recuperate 15.500 le bombe d'aereo e 2.533 le casse di munizioni caricate con il liquido anche conosciuto come "mustard gas". Secondo i piani avrebbero dovuto essere trasportati e affondati da apposite ditte civili a circa 20 miglia dalle coste di Molfetta, in un punto dalle coordinate identificabili. Molte munizioni all'iprite furono però abbandonate lungo il tragitto mentre altre, recuperate accidentalmente dai pescatori, sono state rigettate in mare nel corso degli anni in prossimità del porto. (Fonte articolo, clicca qui)

28 aprile 2013

Polverini nel Lazio, delibere, nomine e varianti di fine mandato

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Decine di delibere, varianti del Piano regolatore generale (Prg) per centinaia di migliaia di metri cubi di nuovo cemento, adozioni di regolamenti di agenzie regionali e conseguenti nomine dirigenziali nei medesimi enti. Non sono i primi atti della nuova amministrazione targata Zingaretti ma i colpi di coda della vecchia giunta Polverini che, dimissionaria dal settembre 2012, ha approvato decine di delibere che esulano dall’ordinaria amministrazione; mai così attiva fino a pochissimi giorni dalla tornata elettorale del 24 e 25 febbraio scorso. Così dopo gli incarichi dirigenziali, legali e di consulenza da centinaia di migliaia di euro risalenti a gennaio 2013, la giunta, o meglio quel che ne restava dopo il rimpasto del 27 settembre 2012, ha continuato a riunirsi per approvare delibere su delibere fino al 15 febbraio scorso, a nove giorni dalle elezioni. Una riunione che, tra l’altro, si è svolta in un luogo quantomeno singolare: in via delle Botteghe Oscure 54, dove c’è anche una sede dell’Ugl, proprio l’ex sindacato di Renata Polverini. La tappa finale di una serie di riunioni di giunta svoltesi tra novembre e febbraio durante le quali si sono approvate oltre 120 delibere. “Circa 35 di queste – dichiara Domenico Farina, coordinatore Usb pubblico impiego della Regione – sono illegittime, o quantomeno inopportune, poiché non fanno assolutamente parte dell’ordinaria amministrazione. La Polverini si è dimessa a fine settembre ma ha continuato a nominare dirigenti, ad approvare nuovi regolamenti di agenzie regionali come l’Ardis, l’Agenzia regionale per la difesa del suolo, e l’Arp, l’Agenzia regionale parchi. Normalmente in amministrazione ordinaria si pagano gli stipendi e le bollette ma qui si sono deliberate varianti di Prg per centinaia di migliaia di metri cubi e approvati regolamenti che cambiano la struttura organizzativa degli enti regionali, cose che solo un’amministrazione nel pieno dei suoi poteri può fare, non certo una giunta dimissionaria”.
Ma in Regione Lazio ha operato a pieno regime anche il direttore del Dipartimento istituzionale e territorio, Luca Fegatelli. A gennaio ha nominato sei dirigenti d’area all’Arp e, a cavallo fra le elezioni e l’insediamento della nuova amministrazione targata Zingaretti, ha nominato anche il direttore vicario dell’agenzia. Anche all’Ardis non sono rimasti con le mani in mano. Con la giunta ancora vacante, il direttore Mauro Lasagna ha nominato ben 4 dirigenti d’area. “Una serie di designazioni a raffica – spiega Roberta Bernardeschi, segretaria regionale della Direr, sindacato dei dirigenti regionali – che non si fanno certo a pochi giorni dalle elezioni o addirittura dopo, con la nuova giunta che ancora non si è insediata. L’Ardis e l’Arp tra l’altro raddoppiano, entrambe, le competenze svolte da altre strutture regionali dell’ambiente e della Protezione civile, senza dimenticare i numerosi enti parco che gestiscono direttamente le rispettive aree naturali protette, nelle quali sono presenti numerosi dirigenti. Non si capisce neanche l’urgenza di alcune nomine. L’Arp è senza direttore da due anni e mezzo, perché nominarne uno vicario il 15 marzo? Per gli ultimi dirigenti Arp e Ardis nominati parliamo di centinaia di migliaia di euro di stipendi annui. Tra l’altro – conclude la Bernardeschi – Zingaretti ha dichiarato più volte di voler riordinare le agenzie regionali per combattere gli sprechi, quindi queste nomine fatte prima del suo insediamento mi sembrano ancor di più inopportune”.
Spostando l’attenzione sulle numerose varianti di Prg approvate il 15 febbraio scorso, saltano agli occhi la delibera 24, quasi 200 pagine di allegati nelle quali si descrivono ben 7 interventi in variante al piano regolatore vigente, la 26 che mira alla cementificazione dell’Agro romano tramite la compensazione, strumento che permette ai potenti immobiliaristi romani di trasferire le costruzioni previste in alcune zone in altre, spesso facendo crescere le cubature. In questo caso i diritti edificatori sono rilocalizzati in zona Paglian Casale, una colata di cemento, targata Leonardo Caltagirone, dalle proporzioni bibliche: circa settemila abitanti all’interno di un territorio protetto dal vincolo paesaggistico dell’Agro Romano firmato nel 2010 dall’allora ministro della Cultura Sandro Bondi.
“Un’altra variante di Prg scandalosa – spiega l’urbanista Paolo Berdini – è la delibera 597 approvata il 14 dicembre scorso, un’altra compensazione per costruire l’ennesimo centro commerciale: tra Roma città e intorno all’anello del grande raccordo anulare abbiamo superato quota 40 in pochi anni. Si potrebbe andare avanti all’infinito elencando tutte queste varianti di Prg, decise in amministrazione ordinaria, con la giunta Polverini ufficialmente dimissionaria da tempo ma attiva più che mai nell’approvare delibere per i costruttori romani”. “Chiediamo a Zingaretti – chiosa Farina – di revocare tutti questi atti fatti in ordinaria amministrazione, a partire dai nuovi regolamenti dell’Ardis e dell’Arp, che hanno aperto il valzer delle nomine dirigenziali, fino ad arrivare alle delibere approvate qualche giorno prima delle elezioni nella singolare sede dell’Ugl, luogo non ordinario quanto i provvedimenti stessi ratificati”. (Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, clicca qui)