18 gennaio 2019

Magna magna sulla pasta

 
@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Interessante spazio dedicato da Striscia la Notizia, all'interno della sua rubrica "È tutto un magna magna", al problema dei contaminanti chimici presenti nella semola di grano duro.
Per capirci, la pasta che giunge quotidianamente all'interno delle nostre portate. Il video di pochi minuti richiama soprattutto l'incidenza dell'ormai noto Glifosato, erbicida estremamente diffuso.
Così come altrettanto noto è l'impegno di alcuni medici, soprattutto dei medici ISDE Italia, nell'affrontare precise tematiche e nel sollevare, tra studi e dati, preoccupanti evidenze.
Personalmente ringrazio Patrizia Gentilini per essere sempre in prima linea di fronte a questioni così delicate e di tale importanza, senza risparmiarsi.
A questo link il video tratto da Striscia la notizia.
Qui invece la fase pilota dello studio condotto dall'Istituto Ramazzini circa l'esposizione a dosi considerate sicure di Glifosato, quantità che mostrano già interessanti evidenze.
Circa l'effetto cocktail citato dalla stessa Dottoressa Gentilini, rimando a un suo articolo ben strutturato che richiama anche obesità e diabete. Qui.
E un po' di ottimismo, perchè i rimedi semplici sono i più sicuri, i più originali. Qui.
Buona visione e buona lettura.

12 gennaio 2019

Anche la Germania ha paura della Cina e rafforza la legge anti-takeover

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Berlino teme la Cina e la sua sete di acquisizioni strategiche, il caso Kuka è lì a dimostrarlo. Per questo la Merkel sarebbe pronta a varare una legge per accrescere la difficoltà di "scalate" circa le proprie aziende strategiche.
Se nello scenario considerato si muovono attori come Huawei e Zte le paure hanno ragion d'essere. La nuova soglia di sbarramento sarebbe quella del 10%, dal 25% attuale. Insomma, un giro di vite.
Che nel comparto strategico-industriale la Germania si guardi dagli stati extraeuropei è del tutto fisiologico, tuttavia Berlino non perde il vizio di comprimere anche il mercato interno: quello europeo. Quello ipoteticamente comune. 
Difendersi dal vecchio drago cinese appare naturale, soprattutto considerando il pieno possesso di leve che alcuni stati europei non hanno praticamente più: monetaria, fiscale e di bilancio. La distorsione che il governo di Angela Merkel esercita invece in quello che dovrebbe essere il mercato comunitario è forse indisponente.
La legge anti-takeover non è così lontana dall'acquisizione da parte dell'italiana Fincantieri della francese Stx.
Eppur si muove, poi uno stallo nella trattativa e infine l'ingresso di Berlino a influenzare gli accordi franco-italiani.
Le due vicende seppur apparentemente distanti hanno in realtà una matrice comune: la Germania recita spesso un ruolo debordante all'interno del mercato UE, alterandone profondamente il suo contesto.
Non solo, prosegue in una serie di acquisizioni a suo esclusivo vantaggio, da nord a sud, da est a ovest, e per mezzo delle asimmetrie di cui beneficia grazie alla moneta unica.
Tutto questo, in un contesto davvero comune, non sarebbe possibile.

Anche la Germania ha paura della Cina e rafforza la legge anti-takeover. Il Sole 24 Ore, qui.
La Germania si è posta il problema dell’”invasività” cinese dopo la clamorosa acquisizione nel 2016 del produttore di robot per l’industria, Kuka, da parte del colosso degli elettrodomestici Midea. Kuka era ed è leader mondiale del segmento, ma in quell’occasione le autorità tedesche non riuscirono a trovare un “cavaliere bianco” nazionale in grado di presentare un’offerta più allettante: Kuka finì nell’orbita di Midea, che aveva messo sul piatto 4,5 miliardi, dopo l’impegno da parte di quest’ultima a mantenere invariati per cinque anni i livelli occupazionali in Germania e a non trasferire proprietà intellettuale in Cina. Da allora il clima è cambiato e Berlino ha cercato di adattare le proprie normative alla nuova realtà. In luglio la banca pubblica tedesca di sviluppo, KfW, aveva acquisito per conto del governo federale il 20% della società 50Hertz, attiva nella trasmissione di energia, sottraendola alle mire di un gruppo cinese. Il mese successivo era intervenuto direttamente il gabinetto della cancelliera Angela Merkel per bloccare il passaggio di mano, sempre ai cinesi, del produttore di macchinari Leifeld Metal Spinning: «La nuova legge – ha detto il ministro dell’Economia Peter Altmeier – rappresenta un passo importante verso il rafforzamento della nostra sicurezza nazionale». Ed è proprio la sicurezza nazionale ad aver determinato la decisione tedesca e quella di altri Stati. Che vedono con preoccupazione due aspetti strategici dell’espansionismo economico cinese: il programma “Made in China 2025”, con il quale il presidente Xi Jinping punta a trasformare la manifattura nazionale in un’industria hi-tech con posizioni di leadership in una decina di settori chiave, a cominciare dai veicoli a trazione elettrica; e il primato già acquisito nelle reti 5G, le infrastrutture che convogliano e convoglieranno il traffico dati e dove Huawei e Zte occupano rispettivamente il primo e quarto posto come quote di mercato mondiale.

Fincantieri-Stx, come reagire alle manovre franco-tedesche. Parla Raffaele Volpi. Le Formiche, qui.
“Una Cabina di regia partecipata da vari soggetti, pubblici e privati, con uno strumento operativo di staff funzionante senza soluzioni di continuità”. È la proposta del sottosegretario alla Difesa in quota Lega per schivare, visto il caso Fincantieri-Stx, le palesi ambizioni di Parigi e Berlino nei dossier industriali. L'obiettivo è difendere un comparto strategico, quello dell'aerospazio e difesa.
Le mire francesi e tedesche sui dossier industriali sono chiare. Per rispondervi, dobbiamo offrire alle migliori aziende dei settori ad alta tecnologia (a partire dall’aerospazio e difesa) un sistema istituzionale attento, coordinato e attivo 24 ore su 24. Parola del sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi, intervenuto sul nuovo capitolo della vicenda Fincantieri-Stx. Accogliendo le richieste di Parigi e Berlino, la Commissione europea ha difatti accettato la competenza come antitrust a valutare l’acquisizione da parte dell’azienda italiana dei Chantiers de l’Atlantique. Più che la mossa di Bruxelles, sorprende (ma forse non dovrebbe) il fatto che siano stati i francesi a presentare domanda, tra l’altro proprio nei giorni in cui il clima tra Parigi e Roma si è raffreddato, per lo più in vista di un nuovo accordo di collaborazione e integrazione che Emmanuel Macron si appresta a siglare con Angela Merkel. Il governo italiano, pur alle prese con le divergenze sul capitolo migratorio, si è presentato compatto, auspicando “che non ci siano ostacoli all’operazione” (parole del premier Giuseppe Conte), chiedendo “rispetto per le aziende italiane” (appello del ministro della Difesa Elisabetta Trenta) e auspicando “parità di regole e di condizioni di mercato” (richiesta del vice premier Matteo Salvini). Ora, tocca passare all’azione, mettendo in piedi un sistema istituzionale efficace e coordinato di supporto alle aziende nazionali. Formiche.net ha chiesto come farlo a Raffaele Volpi.
Da Parigi invitano a non interpretare la decisione di Bruxelles come una ritorsione politica. Eppure la richiesta alla Commissione è partita dalla Francia. Come leggere le mosse transalpine? Siamo nel regno delle ipotesi, perché finora abbiamo sempre dato per certo che la Francia volesse difendere un’intesa che ha negoziato con grande determinazione, affinché non ledesse i suoi interessi nazionali. Può anche darsi che Parigi abbia cambiato idea. Ma francamente credo sia più plausibile che stia operando qui la necessità avvertita dall’antitrust nazionale francese di non farsi bloccare l’intesa a uno stadio successivo. Io non scarterei neppure la possibilità alternativa che Parigi stia reagendo a specifiche sollecitazioni tedesche.
Ci spieghi meglio. La Germania non è dentro questo accordo, e una sua azienda può esserne danneggiata. La stampa sta dando grande evidenza ai nuovi accordi con i quali francesi e tedeschi si stanno coordinando ad ogni livello politico. Forse, i francesi stanno muovendosi in questo schema, per dimostrare che la solidarietà d’intenti con la Germania funziona.
L’indagine dell’Ue potrebbe incidere sul lato militare dell’accordo tra Italia e Francia (con Fincantieri e Naval Group). Dobbiamo fare attenzione al campo della Difesa vista la partita ormai iniziata per il nuovo Fondo dell’Ue per il settore (l’Edf)? Che occorra fare attenzione, questo è certo. Il Fondo europeo per la Difesa che sta vedendo la luce privilegerà nelle scelte di finanziamento i grandi progetti che interessino almeno tre paesi. È il risultato di un negoziato nel quale il nostro Paese ha speso molte energie per evitare che il requisito per accedere alle provviste finanziarie fosse di soli due Stati. Abbiamo creato la finestra istituzionale. Chiaro che ora dobbiamo lavorar sodo per sfruttarla.
In tal senso, lei ha invitato il Paese a “fare sistema” per tutelare le aziende italiane. Quale è il primo passo? Cosa può fare la politica? Il primo passo, indispensabile, è quello di creare strumenti istituzionali che consentano alle nostre imprese migliori, attive nei comparti ad alta intensità tecnologica, quali sono quelle che operano nel settore dell’aerospazio e delle produzioni per la Difesa, di contare sull’attivo sostegno dello Stato. Occorre uno strumento che, da un lato, aiuti le industrie nella fase di scouting delle opportunità e, dall’altro, le sostenga nella delicatissima fase di aggiudicazione delle commesse. Evidentemente fornendo un’assistenza H24 proiettata su tutti i giorni della settimana.
Pensa a qualcosa in particolare? Potrebbe trattarsi di una Cabina di regìa partecipata da vari soggetti, pubblici e privati, con uno strumento operativo di staff funzionante senza soluzioni di continuità. Perché sul mondo non tramonta mai il sole.
L’impressione è che le industria francesi e tedesche possano contare su un appoggio più strutturato delle proprie istituzioni. È così? Manca qualcosa all’Italia da questo punto di vista? Non è solo alla Francia, particolarmente ben attrezzata con la Direction General des Armements, che bisogna guardare, o alla Germania, che stavolta ha usato come una clava una legislazione antitrust che riteniamo ormai inadeguata alle sfide della globalizzazione. In Australia (nella maxi-gara per le fregate, per cui la proposta italiana era data per vincente, ndr) siamo stati battuti dagli inglesi, che hanno fatto valere anche le relazioni interne al sistema del Commonwealth. È chiaro che dobbiamo in qualche modo rincorrere e, una volta che siamo tutti d’accordo sul fatto che l’industria nazionale aerospaziale e dei materiali d’armamento sia un asset, muoverci di conseguenza.