22 gennaio 2014

"E' lieve il tuo bacio sulla fronte", Caterina ricorda Rocco Chinnici

"Gesti e parole per la legalità", premio a Caterina Chinnici al "Kaos"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Articolo tratto da Agrigento Notizie, Redazione, clicca qui.
Va al magistrato Caterina Chinnici, per il libro che racconta la storia e gli insegnamenti del padre ucciso dalla mafia, il premio “Gesti e parole di legalità” assegnato nell’ambito della prima edizione del  “Kaos - festival dell'editoria, della legalità e dell'identità siciliana” che si svolgerà il 25 e 26 gennaio prossimi a Montallegro (Agrigento). Il libro di Caterina Chinnici, dal titolo “E’ lieve il tuo bacio sulla fronte” e pubblicato da Feltrinelli, racconta di quel tragico 29 luglio 1983 in cui la mafia fece esplodere, in via Federico Pipitone a Palermo, l’autobomba che uccise il giudice Rocco Chinnici, gli uomini della sua scorta e il portiere del palazzo dove il magistrato viveva insieme alla moglie e ai figli. Il giudice Chinnici viene ricordato come “l’innovatore e precursore dei tempi, che aveva intuito che, per contrastare efficacemente il fenomeno mafioso, era necessario riunire differenti filoni di indagine, comporre tutte le informazioni e le conoscenze che ne derivavano. Per farlo, riunì sotto la sua guida un gruppo di giudici istruttori: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello. L'anno dopo la sua morte il gruppo prenderà il nome di pool antimafia”. Dopo tanti anni di silenzio, Caterina Chinnici, la figlia primogenita - a sua volta magistrato impegnato nella lotta alla mafia – ha scelto di ricordare il sacrificio del padre raccontando anche i momenti di vita familiare e spiegando come lei, i suoi fratelli e la madre abbiano imparato nuovamente a vivere dopo la strage e siano riusciti a decidere di perdonare, “l'unico modo per sentirsi degni del messaggio altissimo di un padre e un marito molto amato”. "Gesti e parole per la legalità", premio a Caterina Chinnici al "Kaos" “Ci siamo protetti per trent'anni - ha detto Caterina Chinnici - dietro uno scudo di riservatezza, ma mi sono detta che forse era il momento di raccontarlo, questo giudice, dandogli sulla carta la forma che ha per me e che riconosco come sua: con tanto di manone e voce tonante, con la delicatezza struggente che usava con tutti noi e la forza incrollabile che ci ha tenuto in piedi anche dopo la sua morte”. “Abbiamo scelto di premiare Caterina Chinnici - dichiara il direttore artistico della manifestazione Peppe Zambito – per l’importanza del messaggio di legalità che manda con il suo libro ma anche con il suo impegno per la giustizia, così come fece il padre. Il premio ‘Gesti e parole di legalità’ è un modo simbolico per onorare la memoria di quanti hanno pagato con la vita il loro impegno contro la mafia ma anche per incoraggiare quanti quotidianamente combattono soprusi e sopraffazioni”. Il “Kaos” sarà il primo weekend letterario organizzato a Montallegro, il piccolo centro agrigentino a due passi della riserva naturale di Torre Salsa che diventerà meta per gli amanti della cultura, dell'arte e del patrimonio enogastronomico della Sicilia. Uno spazio fiera, mostre e convegni - oltre a scrittori, editori, librai, editori, artisti, operatori economici dell'artigianato e dei prodotti tipici siciliani - accoglierà i visitatori nell’auditorium comunale al Viale della vittoria.


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26 dicembre 2013

"Ant" premia "Hera" per la lotta contro i tumori (nonostante gli inceneritori)

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Articolo tratto da: Il Fatto Quotidiano, Marco Zavagli, clicca qui.
In un mondo dove Vladimir Putin viene candidato al Nobel per la pace e dove la Monsanto rischia di vedersi affibbiato quello all’agricoltura, non deve stupire più di tanto se – con le dovute proporzioni – l’Ant premia il Gruppo Hera. Già. La società che vede come soci numerosi comuni dell’Emilia-Romagna e che gestisce lo smaltimento dei rifiuti in mezza regione è tornata a casa da Milano con il riconoscimento speciale ‘Coscienza civile e solidarietà’. A selezionarla e consegnarle il premio è stata la Fondazione che fa capo all’associazione per lo studio e la cura dei tumori.
Il premio, spiega una nota di Hera, “sottolinea la sensibilità dell’azienda che nel 2013 ha deciso di offrire ai dipendenti di tutte le società del Gruppo un pacchetto di visite preventive gratuite per melanoma, tumori mammari e della tiroide”. Più che encomiabile. Non va dimenticato però che una buona fetta del profitto della multiservizi si basa sullo smaltimento dei rifiuti tramite combustione. E di inceneritori (“termovalorizzatori” per usare la parola edulcorata che esce a ogni presentazione pubblica) Hera ne ha costruiti otto. Sette in Emilia- Romagna (Ferrara, Ravenna, Modena, Bologna, Forlì-Cesena, Rimini) e uno a Isernia. E, per quanto l’inceneritore di Hera sia preferibile alla discarica e per quanto possa essere all’avanguardia in tema di abbattimento delle emissioni, non si può dire che respirare dai suoi camini sia come fare l’aerosol. Anzi. Che ci sia una correlazione tra insorgenza di tumori e l’esposizione a diossine e micropolveri derivanti da inceneritori e attività industriali è ormai pacifico.
Nemmeno Bersani potrebbe negarlo. Perché Bersani? Serve un breve excursus. Il Pierluigi nazionale nell’ottobre 2007 da Ministro dello sviluppo economico scrisse ai colleghi Turco (Salute) e Mastella (Giustizia? … sì Giustizia…) per chiedere provvedimenti contro i medici che si erano schierati contro l’inceneritore ferrarese. Il buon Pierluigi in realtà si era scagliato contro l’intera federazione regionale dei medici, che pregava gli amministratori locali di non concedere nullaosta alla costruzione di nuovi impianti. “Una richiesta suscettibile di procurare un grave allarme nella popolazione interessata” tuonava Bersani, chiedendo “l’adozione di tutte le misure ritenute necessarie, anche non solo disciplinari, nei confronti dei responsabili”. Perché spendere tante righe su Bersani quando nemmeno il suo partito le spenderebbe? Perché – e qui mi collego con il tema di questo post -, l’allarme nella popolazione interessata (quantomeno la preoccupazione) era già sorto.
Ferrara ad esempio, città che oltre all’inceneritore conta anche la presenza di una turbogas da far invidia a Tokyo e un petrolchimico appena fuori mura, vanta una percentuale di tumori da… nobel della statistica. “In tutto il nord-est italiano – faceva sapere Medicina democratica nel 2009 -, da Firenze a Trieste, Ferrara risulta essere al 1º posto per l’incidenza di cancro nelle femmine e al 2º per i maschi. Il primato è in particolare per i tumori ai polmoni e alle vie respiratorie, al colon-retto e alla cervice dell’utero; ma siamo ben ‘piazzati’ per molte altre patologie neoplastiche”. Un “allarme”, per rimanere nel gergo dello smacchiatore, che derivava dall’analisi dei rilevamenti dell’Airtum (dal 1998 al 2003: www.registri-tumori.it) e confermati dalla reportistica regionale della sanità dell’Emilia-Romagna, aggiornati al 2007 (quando Bersani attaccava i medici apostati). Va concesso che i dati dell’Associazione italiana registri tumori erano basati sui registri tumori attivi allora in Italia e che coprivano solo il 32% della popolazione. Chissà se la Fondazione Ant leggerà questi dati. Nell’attesa, ci aspettiamo a breve la candidatura di Bersani al Nobel per la Salute.

22 dicembre 2013

Come la micro-plastica contamina il pesce che mangiamo

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Sappiamo ormai da tempo che il pesce che mangiamo è esposto a sostanze chimiche tossiche nei fiumi, aree costiere ed oceani dove vive. Negli anni passati la sostanza alla quale si è data maggiore attenzione è stato il mercurio, che ha dimostrato di essere molto pericoloso per la salute umana, ma  è solo uno di una serie di inquinanti sintetici e biologici che i pesci possono ingerire e assorbire nel loro tessuti. Ad attrarre l’attenzione negli ultimi anni sono state soprattutto le plastiche che finiscono in mare a causa di una pessima gestione del loro smaltimento, e (peggio) dell’occasione sprecata del loro riciclo, che finisce per tradursi nello scarico negli oceani di sostanze chimiche. Uno spreco di materie prime preziose che lo studio “Ingested plastic transfers hazardous chemicals to fish and induces hepatic stress” pubblicato su Nature, Scientific Reports  traduce nell’impatto sull’ambiente e la salute umana delle particelle di plastica ingerite dai pesci.
Un team di ricercatori statunitensi sottolinea che «Negli  habitat acquatici, a livello mondiale, si accumulano  detriti dei rifiuti di plastica, la maggioranza dei quali è microscopica e viene ingerita da una vasta gamma di specie. I rischi associati a questi piccoli frammenti provengono dal materiale stesso e dagli inquinanti chimici che le acque circostanti assorbono da loro. I rischi connessi al complesso mix di plastica e sostanze inquinanti accumulate sono in gran parte sconosciuti». Lo studio dimostra che  i pesci esposti ad una miscela di polietilene con inquinanti chimici bioaccumulano questi inquinanti chimici e sviluppano tossicità e patologie epatiche. Inoltre i ricercatori evidenziano che «Anche i pesci alimentati con frammenti di polietilene vergine mostrano segni di stress, anche se meno gravi dei pesci nutriti con frammenti di polietilene marino».
Lo studio è importante perché fornisce informazioni di base per quanto riguarda il bioaccumulo di sostanze chimiche e sugli effetti sulla salute associati all’ingestione di plastica nei pesci e dimostra  che  che le valutazioni future dovrebbero prendere in considerazione il complesso mix di materiali plastici e delle sostanze chimiche inquinanti.
Come spiega Chelsea Rochman , una ricercatrice dell’Aquatic Health Program, della School of Veterinary Medicine dell’Università di California –  Davis, «L’oceano è fondamentalmente un water per tutti i nostri inquinanti chimici e per  rifiuti in generale, Alla fine abbiamo cominciato a vedere un alto livello di questi contaminanti nella catena alimentare, nel pesce e nella fauna selvatica».
Si sapeva da tempo che le sostanze chimiche risalgono lungo la catena alimentare, accumulandosi via via nei predatori ed arrivando fino all’uomo. E’ per questo che specie come il tonno e il pesce spada, tendono ad avere più alti livelli di mercurio, bifenili policlorurati (Pcb) e diossine. Quello che gli scienziati non sapevano era esattamente quale ruolo giocano le materie plastiche nel trasferimento di queste sostanze chimiche nella catena alimentare. Per scoprirlo, la Rochman ed il suo team hanno nutrito in tre modi differenti i medaka giapponesi (Oryzias latipes),  pesci che vengono spesso utilizzati negli esperimenti scientifici.
Ad un gruppo di Medaka è stato dato normale cibo per pesci, un altro ha fatto una dieta “ripulita” dalla plastica (senza inquinanti), il terzo gruppo è stato cibato per un 10% per cento di plastica che era stata immersa nella baia di San Diego per diversi mesi . Quando, due mesi dopo, i pesci sono stati testati, i ricercatori hanno scoperto che quelli che avevano fatto una dieta con presenza di plastica “marina”, avevano livelli molto più alti di inquinanti organici persistenti.
La Rochman ha detto alla radio nazionale Usa Npr che «Le materie plastiche, quando finiscono in mare, sono una spugna per le sostanze chimiche che sono già là fuori. Abbiamo scoperto che quando la plastica interagisce con i succhi nello stomaco, i prodotti chimici fuoriescono dalla plastica e vengono rasferiti nel sangue o nei tessuti».  I pesci con la dieta contenente plastica marina avevano anche più probabilità di avere tumori e problemi al fegato.
Il problema è che è impossibile sapere se un dato pesce che acquistiamo al mercato abbia consumato così tanta plastica, ma le scoperte hanno comunque implicazioni per la salute umana e la Rochman fa notare che «Un sacco di persone mangiano continuamente prodotti del mare ed i pesci stanno mangiando plastica per tutto il tempo, quindi penso che sia un problema».
Secondo l’autore di Garbology  Edward Humes, il peso della plastica non raccolta, smaltita, ruiciclata e riutilizzata che finisce in mare ogni anno equivale al peso di 40 portaerei e ci sono 5 grandi vortici di particelle spazzatura che si addensano negli oceani Indiano, Atlantico e Pacifico solo. Il più famigerato di questi vortici è il Great Pacific Garbage Patch.  Questi “gyres”  contengono «Plastica che è stata esposta alle intemperie e frammentata, a secondo degli elementi, in questi piccoli pezzi e sta entrando sempre più nella catena alimentare. I pesci potrebbero incontrare la plastica in questi gyres oceanici, ma anche molto più vicino alla costa».
Ma le contaminazione di alcuni pesci non sembra così elevata da annullare i benefici del loro consumo alimentare e dei loro acidi grassi omega-3 e molti ricercatori sostengono gli statunitensi dovrebbero aumentare il loro consumo di pesce e che comunque i livelli di diossine, Pcb ed altre sostanze chimiche tossiche nei pesci sono generalmente troppo bassi per costituire una preoccupazione.
L’Environmental Protection Agency Usa e le agenzie alimentari europee emettono allarmi  per avvertire i consumatori quando i pesci vengono contaminati da sostanze chimiche, ma molto del pesce consumato negli Usa e nell’Ue viene da mari di Paesi stranieri non monitorati e solo una piccola parte del pesce importato viene sottoposta a test sui contaminanti.
La Rochman dice che dopo la sua ricerca sulla tossicologia marina l’ha convinto a mangia il pesce non più di due volte alla settimana e consiglia di eliminare del tutto dalla dieta specie predatrici al culmine della catena alimentare, come il pesce spada. (Fonte post, Greenreport, articolo di Umberto Mazzantini, clicca qui)

08 giugno 2013

La mancata cattura di Bernardo Provenzano

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Bernardo Provenzano viene catturato l'11 aprile del 2006, in una masseria di Montagna dei Cavalli, a due chilometri da Corleone. Finisce così una latitanza iniziata 43 anni prima, nel 1963. 'Binnu' non oppone resistenza, circondato da pizzini, cicoria e letture sacre: una 'cartolina' che alimenterà per alcuni il mito della mafia "coppola e lupara".
Oggi Provenzano sarebbe dovuto essere fra gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia, ma la sua posizione è stata stralciata per "motivi di salute". Avrebbe tentato di uccidersi soffocandosi con una busta di plastica (il Dap ha sollevato dubbi sulla dinamica) , è caduto più di una volta, l'ultima è addirittura entrato in coma. Il tutto mentre alcune 'voci' (mai ufficiali) lo descrivono vicino ad una collaborazione. Un video mandato in onda da Servizio Pubblico lo riprende con il figlio minore durante un colloquio nel carcere di Parma: a precisa domanda risponde di essere stato picchiato.

Se Provenzano collaborasse sarebbe riduttivo parlare di terremoto. Lui sa tutto di quello che accadde tra il 1992 e il 1994, è stato uno dei massimi beneficiari della trattativa. Quando la strategia stragista si conclude e viene dato ufficialmente il via alla Seconda Repubblica, il sommergibile Cosa Nostra si inabissa, va talmente in profondità da rendersi invisibile ai radar.
Cosa Nostra 'viene sconfitta', decimata dagli arresti. Lo Stato ha reagito, lo scontro finale con la Cupola ha visto uscire le istituzioni vincenti, il sacrificio di Falcone-Borsellino, degli uomini della scorte e delle 'vittime collaterali' di Firenze e Milano, non è stato vano. Manca solo l'ultimo tassello: catturare Provenzano. Ma è talmente furbo da sfuggire alla cattura, da rendersi invisibile.  E' quello che ci hanno raccontato.
Gli anni passano, la politica può andare in televisione, mostrare una presunta faccia antimafia e commuoversi il 23 maggio e il 19 luglio. Ma i collaboratori di giustizia parlano, magistrati isolati indagano, alcune vicende escono fuori: diventano frammenti di quello che assomiglia ad un puzzle ancora confuso. Il quadro che verrà fuori è quello della trattativa Stato-mafia, dove le 'coincidenze' si susseguono.
1) La nota inviata a tutte le prefetture d'Itaia dal capo della Polizia Vincenzo Parisi, in cui si delinea la strategia stragista di Cosa Nostra: è il 16 marzo 1992, appena quattro giorni dopo l'omicidio Lima (leggi).
2) La frenetica attività di Paolo Borsellino prima di essere ucciso: la "mafia in diretta" che racconta alla moglie Agnese, l'incontro con il Ros e quello con Nicola Mancino (il presunto referente istituzionale della prima trattiva), l'intervista in cui, primo fra tutti, descrive una Cupola divisa in due tra Riina e Provenzano, la scomparsa dell'Agenda Rossa da via d'Amelio (leggi)
3) La mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993 (leggi).
4) Le bombe del 1993, le note del Dap sul 41bis e il ritiro del carcere duro a 474 detenuti, una delle richieste principali contenute nel Papello (leggi).
5) Il depistaggio sulla strage di via d'Amelio (leggi).
6) L'operazione Botticelli ("iniziata nel maggio-giugno 1992" secondo il consulente Cartotto) portata avanti da Marcello Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia, indicato da tre diverse sentenze come colluso con Cosa Nostra fin dagli anni Settanta. I due incontri con il boss Vittorio Mangano nel novembre 1993 mentre Cosa Nostra progetta l'attentato all'Olimpico di Roma (leggi).
7) La fine della strategia stragista e l'inabissamento di Cosa Nostra, senza alcun apparente motivo.
8) Le leggi che verranno approvate e/o proposte nel corso degli anni successivi, curiosamente contenute nel Papello o che strizzano l'occhio alle mafie: chiusura supercarceri, riforma 41bis, riforma legge pentiti, dissociazione dei mafiosi in carcere, gli scudi fiscali, l'abolizione dell'ergastolo, la vendita dei beni confiscati (leggi).
Nella lunga lista delle coincidenze ne esiste una nona, tra le meno raccontate: la lunga latitanza di Bernardo Provenzano. Massimo Ciancimino racconta che 'Binnu' incontrava spesso don Vito nell'estate del 1992. Curioso che il Ros 'agganci' l'ex sindaco mafioso di Palermo senza tenerlo costantemente sotto controllo. Nulla in confronto a quanto accade tra il 1994 e il 1996, quando le stragi di mafia sono già state archiviate. "Provenzano era in missione per conto di Cosa Nostra" dichiarerà il pentito Nino Giuffrè, uno dei luogotenenti del boss durante la latitanza.
Settembre 1993. Il tenente colonnello del Ros Michele Riccio, al tempo numero 1 della Dia di Genova, si imbatte nel mafioso Luigi Ilardo. Chi è Riccio? Ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa negli anni della lotta al terrorismo, e con il futuro capo della Polizia Gianni De Gennaro, che a metà degli anni Ottanta collaborò con Giovanni Falcone durante l'estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta.
Riccio non è uno sprovveduto, e quando Ilardo (detenuto nel carcere di Lecce) chiede di parlare con lui, sa con chi ha a che fare. Ilardo non è come Vincenzo Scarantino, un criminale di bassa lega che in quelle stesse settimane la Procura di Caltanissetta indica come uno degli esecutori materiali della strage di via d'Amelio.
Quello che diventerà un confidente del Ros è un mafioso di livello, legato alla famiglia Madonia (nipote del boss Ciccio Madonia) di Caltanissetta. Ilardo vuole lasciare la Cupola: come molti altri collaboratori o testimoni giustizia non riesce a spiegarsi il perchè delle bombe a Firenze, Roma e Milano, che non hanno fatto ucciso 'sbirri' o 'nemici di Cosa Nostra', ma gente comune. Neanche Ilardo è uno sprovveduto, conosce i legami tra la mafia e 'pezzi dello Stato'. Riccio lo incontra più volte e capisce che può fidarsi. Ilardo viene trasferito nel carcere di La Spezia e nel gennaio 1994, ufficialmente per 'motivi di salute', il nuovo confidente del Ros è libero. 
Da quel momento Ilardo torna a Catania e fa il doppiogioco, passando una serie di informazioni a Riccio. Informazioni che consentiranno alle forze dell'ordine di colpire i clan, sotto forma di arresti. Ma la posta in gioco è molto più alta: obiettivo Bernardo Provenzano. 'Binnu' ha fatto voltare pagina a Cosa Nostra: solo affari, basta sangue, a meno che non sia strettamente necessario. Ilardo si accredita come uomo di fiducia, uno che può piacere al numero 1 di Cosa Nostra perchè gli è 'simile': cerca la mediazione fra le varie anime della Cupola, il suo scopo principale è condurre in porto gli affari. Il 'picciotto' piace così tanto a Provenzano che quest'ultimo lo convoca per un incontro: è la svolta attesa da Riccio per oltre un anno e mezzo. Il tenente colonnello del Ros scende in Sicilia per seguire da vicino l'evolversi della situazione: a gestire l'operazione non sarà lui ma Mario Mori. Il colonnello che fece agganciare Vito Ciancimino e che gestì in maniera disastrosa (critiche contenute anche nella sentenza che lo ha assolto) la sorveglianza del covo di Riina, perquisito da Cosa Nostra anzichè dallo Stato.
Il 31 ottobre 1995 Luigi Ilardo incontra Bernardo Provenzano in un casolare nella campagna di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Sembra fatta, ma il blitz non scatta. Perchè? Secondo la testimonianza di Riccio, raccolta dalla Procura di Palermo,  Mori voleva che Ilardo raccogliesse "informazioni" per poi fissare un secondo incontro con il boss. Una ricostruzione smentita da Mori, che però non darà mai spiegazione del perchè: "Non ricordo...ero responsabile di una struttura... avevo una serie di problematiche..."
Rientrato alla base Ilardo fa rapporto: descrive tutto minuziosamente, spiega Riccio, ricorda i numeri delle targhe delle auto utilizzate per giungere dal bivio di Mezzojuso fino al casolare, e indica al Ros come arrivarci. Passa una settimana ma i Carabinieri non trovano il casolare. Secondo la ricostruzione fornita da Riccio, il tenente va a prendere Ilardo con la macchina e una notte ripercorrono la strada per arrivare in prossimità del casolare, come scritto nel rapporto. Ma, nonostante tutto, il Ros continua a rispondere di non trovare la strada.
Passano le settimane e i mesi: Ilardo continua a recitare la sua parte con Cosa Nostra, mentre si stanno per concludere le pratiche per farlo entrare ufficialmente nel programma di protezione, passando così dal ruolo di confidente a quello di collaboratore di giustizia. Il 'passaggio ufficiale' è fissato per metà maggio 1996. Ma una settimana prima (il 10 maggio) Ilardo viene assassinato mentre sta rientrando nella sua abitazione di Catania.
Per questa vicenda Mario Mori è imputato per favoreggiamento a Cosa Nostra assieme al colonnello del Ros Mauro Obinu. Il 24 maggio 2013 la Procura di Palermo ha chiesto per il generale una condanna a nove anni di reclusione. 6 anni e sei mesi per Obinu.
A denunciare una possibile copertura della latitanza di Provenzano c'è anche Saverio Masi, maresciallo dell'Arma dei Carabinieri ed oggi caposcorta del pm Nino Di Matteo, uno dei titolari dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Masi ha presentato un esposto presso la Procura di Palermo in cui lancia accuse pesanti e precise: già nel 2001 avrebbe individuato i mafiosi che gestivano la latitanza di 'Binnu', ma i suoi superiori avrebbero imposto lo stop alle indagini. "Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano. Non hai capito niente allora?" le parole che gli avrebbe "urlato" un superiore. Nell'esposto si parla anche di un'altra presunta copertura, quella offerta alla latitanza di Matteo Messina Denaro, successore di Bernardo Provenzano alla guida della Cupola.  
Un esposto 'simile' è stato presentato alla Guardia di Finanza da un altro maresciallo dei Carabinieri, Salvatore Fiducia. Lo scrivono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sul Fatto Quotidiano del 16 maggio scorso: "Cinque anni prima della cattura di Bernardo Provenzano, i carabinieri di Palermo avevano localizzato un covo del boss in un cascinale della Rocca di Corleone, munito di botola e nascondiglio sotterraneo, a pochi metri da Montagna dei Cavalli: il luogo, cioè, dove il capo di Cosa Nostra venne effettivamente ammanettato l'11 aprile del 2006. A indicare il rifugio segreto, nell'autunno del 2001, era stata la fonte Mata Hari, nome in codice che nascondeva la vedova all'epoca settantenne dello storico padrino di Corleone Michele Navarra, ucciso il 2 agosto 1958... Il racconto della fonte e l'esito dei sopralluoghi vengono condensati in quattro relazioni di servizio che Fiducia sostiene di aver consegnato nell'immediatezza dei fatti ai suoi superiori, in particolare all'allora capitano Vincenzo Nicoletti, comandante del Nucleo operativo di Palermo. Da quel momento, però, il maresciallo non riceve più alcuna notizia, né ulteriori input investigativi: l'indagine su Provenzano pare non aver alcun seguito".
Interrogato sulla vicenda anche Nicoletti dichiarerà ai magistrati di "non ricordare". E' in buona compagnia. (Fonte articolo, International Business Time, clicca qui)

05 giugno 2013

Il governo Letta nel quadro globale

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Il regime in questi giorni alza l’allarme sulla disoccupazione che si impenna, sulla produzione che si affossa, sulle piccole aziende che muoiono in massa. Il Quirinale grida alla crisi angosciante. Evidentemente, il regime sta creando panico sociale per far passare qualche brutto giro di vite fiscale, giustificato con l’esigenza di salvare posti di lavoro, e che invece produrrà effetti contrari, perché recessivi – come tutti i precedenti. Farà una nuova tassa patrimoniale, o una nuova razzia sui conti correnti, magari convertendo i depositi in azioni della banca depositaria, per risanarla a spese dei clienti, e consentirle così di creare nuove bolle, nuove voragini e nuove emergenze coi giochi speculativi in cui le banche oggi impiegano prevalentemente i propri fondi. In ogni caso, sarà un altro, importante passo avanti nella ristrutturazione sociale in senso oligarchico, tecnocratico e autoritario in atto in Italia e vigorosamente portata avanti, negli ultimi tempi, da esecutori quali Mario Monti, con l’appoggio di quasi tutti i partiti e del Colle; mentre i grossi capitali e i grossi redditi si sono rifugiati off-shore, fuori dal raggio d’azione del fisco, il quale perciò si può rivolgere solo ai patrimoni e ai redditi medi e medio-piccoli, che non si sono delocalizzati. Berlusconi darà il suo endorsement a ulteriori manovre di quel tipo, e così forse guadagnerà un’assoluzione e il mantenimento della eleggibilità, quindi della libertà? Lo Stato italiano non può fare altro che interventi fiscali, dato che gli altri strumenti macroeconomici li ha ceduti alla BCE e alla UE, cioè de facto alla Germania, la quale, interessatamente, non li vuole usare, se non a proprio vantaggio. Il governo Letta, impotente, chiaramente si regge su due labili colonne: sulla difficoltà di tornare al voto adesso, e sui rinvii di promesse contrapposte (Imu, Iva, detassazione dei redditi da lavoro). Tira a campare in attesa di uno sblocco a livello superiore – BCE, UE, Berlino (elezioni politiche di settembre) – che gli dica che cosa fare, per via gerarchica. E dato che palesemente siamo in un ordinamento internazionale gerarchico multilevel, la nostra situazione ormai strutturale di crisi economico-finanziaria va inquadrata nel sistema di potere globale, forgiato in esito alla II Guerra Mondiale a Teheran, Yalta e Bretton Woods, nonché Montevideo per il WTO. Ma da BCE, UE e Berlino al più verrà un’espansione delle base monetaria di tipo USA, che andrà – come le ultime creazioni di moneta addizionale – al sistema bancario (non alla produzione e al consumo), quindi produrrà un momentaneo sollievo per l’economia reale e la società, anestetizzandola nel mentre che il sistema bancario gonfierà una nuova, grande bolla speculativa, come già ripetutamente avvenuto.Al livello apicale  abbiamo il cartello monetario-finanziario, monopolista della moneta e del credito, nonché del rating, delle teorie economiche e delle prescrizioni (neoliberismo, rigorismo fiscale), che ha posto due terzi o più del mondo in una posizione di dipendenza e sudditanza, che porta da decenni avanti un progetto elitista di accentramento del potere e della ricchezza, e che dispone della piattaforma politico-militare degli USA – secondo livello – per distruggere chi si oppone, dove necessario. Domani forse sostituiranno gli USA con la Cina. Per ora, non so se e quanto Cina, Russia e Brasile sianmo indipendendenti da esso. Al terzo livello, in Europa, abbiamo la potenza continentale vassalla, la Germania (con la para-vassalla francese). La Germania, in cambio della collaborazione esecutiva a questo disegno, cioè in cambio del fatto che lo impone ai partners europei più deboli, riceve alcuni vantaggi, ossia la possibilità di sottrarsi in parte alle ricette recessive, e di approfittare del disastro che queste ricette causano ai partners più deboli per sottrarre loro capitali e quote di mercato, e per comperare le loro aziende a prezzi di necessità. Prima di intervenire in aiuto dei partners deboli, o di uscire dall’Euro, o di porgli fine, il capitalismo tedesco aspetta di aver tolto loro, in questi modi, tutto ciò che si può togliere, compresi i migliori tecnici. Ciò vale soprattutto per l’Italia, che, per facilitare quel processo, viene deprivata della liquidità necessaria per investire, lavorare, produrre e pagare i propri debiti, in modo che, per tirare avanti, debba svendere le proprie risorse e cedere sovranità. Al quarto livello abbiamo la partitocrazia, la burocrazia e i potentati economici specificamente italiani (comprese le mafie); la prima, composta perlopiù di incompetenti, di ladri e di cialtroni professionali, che si vendono molto facilmente. Questi soggetti si occupano di prelevare dalla spesa pubblica e dalle altre riscorse pubbliche, distribuiscono benefici clientelari per sostenersi, si vendono anche allo straniero, non possono rinunciare alla corruzione, agli sprechi, alle creste, perché non sanno fare altro e sono stati selezionati per fare proprio quello – quindi impediranno per sempre al Paese di riprendersi, mentre, controllando i meccanismi elettorali, rendono impossibile sostituirli attraverso il voto. Essi non possono rinunciare, soprattutto, al flusso di circa 100 miliardi che, annualmente, trasferiscono a Roma e al Sud – dedotte le loro intermediazioni – prelevandolo dai lavoratori autonomi e dipendenti di alcune regioni del Nord, i quali costituiscono il quinto livello, il livello più basso della catena alimentare. Tutti gli altri livelli gli mangiano addosso. Per migliorare la nostra posizione possiamo trasferirci in Germania, passando al terzo livello, o in USA, passando al secondo. O in Brasile, e porci forse fuori da questa catena alimentare. Almeno per qualche tempo. Il governo Letta dichiara di voler risolvere una situazione, la quale però può essere trattata solo con quegli strumenti monetari macroeconomici, che – giova ripeterlo –  il governo non ha, perché sono stati ceduti alla BCE e alla UE, che, sotto l’egemonia della Germania, non li vogliono usare. Non può nemmeno tagliare sulla parte di spesa pubblica costituita da creste e sprechi (che io stimo in 100 – 150 miliardi l’anno, considerate anche le decine di migliaia di poltrone nelle società partecipate da enti pubblici, che servono solo per rubare), perché è quella di cui vive la politica. Quindi il governo Letta fallirà. Per inconcludenza e per erosione dei gruppi parlamentari da parte del palazzo, per divisioni interne e per scarsa competenza tecnica, sta anche fallendo l’attacco di Grillo-Casaleggio al sistema, il suo populismo pacifico. Al prossimo, sensibile peggioramento della situazione sociale, che è inevitabile dato il trend,  probabilmente vedremo in azione il populismo non pacifico, le sommosse popolari, che pure falliranno, perché non hanno i mezzi né l’organizzazione per combattere gli interessi istituzionalizzati del sistema come sopra delineato, e perché non esiste nemmeno un nemico fisico che si possa colpire con la violenza. Falliranno, ma con il loro tentativo creeranno le condizioni per una svolta autoritaria e poliziesca, per la criminalizzazione e la repressione del dissenso, e il loro fallimento diffonderà frustrazione, rassegnazione e passività. Quella sarà la vittoria del vero potere sui popoli ridotti a bestiame. Sarà una vittoria stabile? Questo è il quesito più importante e affascinante, sul piano teoretico. Intanto, però, portate i vostri figli in salvo all’estero. (Fonte articolo, clicca qui)

24 maggio 2013

Campania, la più grande catastrofe ambientale a "partecipazione pubblica"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
23 maggio 2013. La mente corre inevitabilmente alla strage di Capaci, al "Falco", per dirla con Sergio De Caprio (nel 1992 "Capitano Ultimo" del Ros, oggi colonnello del NOE, Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri contro le ecomafie). E con il pensiero che si poggia idealmente su tutti i martiri di stato e non caduti nel contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata che lacera questo paese fin nelle sue viscere, l'attenzione di questo post si rivolge ad una pratica che proprio dalla criminalità organizzata prende vita, trascinando nel baratro intere comunità civili ed enormi porzioni di territori potenzialmente splendidi e devastati dalle ecomafie con l'imprescindibiile ausilio dell' "omertà" istituzionale. Stato che in Campania usò le maniere forti ed in passato inviò addirittura i militari, il tutto non per tutelare le popolazioni da simili pratiche di autentico sterminio di massa ed avviare un corretto ciclo dei rifiuti ma, al contrario, per pratiche estremamente discutibili come quella di blindare e proteggere, ad esempio, il costruendo inceneritore di Acerra, divenuto, quello si, nel corso del tempo, sito di interesse strategico nazionale (A2A e gli eroi di Impregilo, per dirla con Berlusconi, ancora ringraziano). Quella che oggi è mostruosamente annoverata come la "Terra dei Fuochi" è un'altra intima vergogna che purtroppo riguarda tutti e sulla quale c'è poca voglia di fare autentica luce. Nella diversità del dramma, un po' come le stragi di mafia.
La pratica criminale di smaltire o riciclare i rifiuti speciali bruciandoli, va avanti da molti, troppi anni. Lo abbiamo documentato tutti i giorni con foto e video, denunciando questo scempio a ogni organo competente. Da quando abbiamo iniziato sono trascorsi diversi anni. Tuttavia, senza che nulla sia realmente cambiato! Inizia così, un’altra stagione di roghi, fumi tossici e di chissà quanti altri veleni. Si continua come se nulla fosse. Sempre negli stessi luoghi. Spesso sentiamo parlare di cancro, ma a cosa serve curare i tumori o donare soldi alla ricerca, se nessuno si occupa concretamente della nostra prevenzione primaria? (Fonte intro, clicca qui)
Nonostante tutte le parole, l’attenzione, e le promesse di esponenti politici, il vasto territorio che comprende le città al confine tra le provincie di Napoli e Caserta, ormai tristemente ribattezzato come  “Terra dei Fuochi”, continua ed essere bersagliato dalla pratica criminale dello sversamento di rifiuti di ogni genere, in seguito alle molte segnalazioni di associazioni e cittadini esasperati dal fenomeno, sono stati sequestrati e inibiti all’uso agricolo alcuni terreni del comune di Caivano, inquinati irrimediabilmente dallo sversamento di solventi; ma all’attivismo dei tanti cittadini, delle forze dell’ordine, e di alcuni magistrati corrisponde la lentezza burocratica; tutti i proclami e le rassicurazioni ricevute durante la recente campagna elettorale per le politiche nazionali sono stati disattesi; lo prova la recente bocciatura del “registro dei tumori”, la cui realizzazione, chissà perché, è puntualmente osteggiata. I cittadini e le associazioni che popolano quei territori, ormai, hanno preso coscienza da anni della gravità del fenomeno e non si sono arresi, facendo fronte comune, rispolverando la vecchia “arte d’arrangiarsi”: hanno, di fatto, creato dei “registri tumori” virtuali, attingendo alle risorse della rete e dei “social networks”; lo scopo non è, e non potrebbe essere, quello di sostituire il registro ufficiale, ma  quello di smuovere le coscienze e di toccare le corde di chi amministra, e magari, di chi avvelena quei territori nella speranza che si renda conto di privare i loro figli, e le nuove generazioni, del “diritto alla salute”. La sinergia che si è creata su internet ha attirato l’attenzione di moltissime persone; il sito “laterradeifuochi.it”; i gruppi spontanei creati su facebook, fra tutti il gruppo “Vittime del Triangolo della Morte”, i video di denuncia postati su “youtube”, oltre all’attenzione dei media, rappresentano tutti fattori che stanno mettendo le istituzioni all’angolo, impedendo loro di tergiversare ancora sul problema; di fronte ad appelli come quello lanciato recentemente da Don Maurizio Patriciello, su Facebook, non si può continuare a far finta di niente :” Vorrei chiedere a tutti i genitori dei bambini, giovani e adolescenti morti per cancro o leucemia nelle province di Napoli e Caserta, e a tutti i figli o coniugi di adulti morti per la stessa malattia, di farci avere presso la parrocchia San Paolo Apostolo al Parco Verde in Caivano ( Napoli ), la foto in cartaceo dei loro cari ( magari tre o quattro copie ) che provvederemo a mandare ai vari ministri ( Ambiente, Interno, Salute ), al presidente della regione Campania e a quello della nostra amata Repubblica. Vi chiedo di non stancarvi. Di non essere pessimisti. Di continuare ad avere speranza. Tanta, tanta speranza. Prego tutti gli amici di fb ( facebook) di farsi portavoce verso i fratelli e le sorelle che hanno subito un lutto e che forse non usano questo mezzo. Non abbassiamo la guardia. Non limitiamoci solo alla indignazione. Diamoci da fare. Sempre. Senza stancarci. Senza deprimerci. Senza far finta che il problema non ci riguarda. Vi chiedo anche di condividere questo messaggio almeno una volta al giorno. Vi terrò informati su tutto.” Non si può attendere oltre, c’è un pezzo Campania che sta letteralmente morendo, gli abitanti della “Terra dei Fuochi” sono in guerra contro un nemico invisibile, che giornalmente inquina il loro territorio attraverso la diossina scaturita dagli incendi di ammassi di rifiuti; vittime di “bombe ecologiche” che non vengono sganciate ma sotterrate; troppi giovani sono deceduti a causa del cancro; con genitori costretti a seppellire i propri figli: la cosa più innaturale di questo mondo. (Fonte articolo "Zoom In", clicca qui)

21 maggio 2013

Navi dei veleni affondate nel Mediterraneo, cosa viene a galla

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
88 affondamenti sospetti dal 1979 sino al 2000 (clicca qui per leggere tutte le navi affondate in modo sospetto con relativo carico a bordo), la quasi totalità di questi nella parte sud del Mediterraneo con, ad esempio, un drammatico interessamento del Mar Tirreno adiacente alle coste della Calabria.Verità che emergono lentamente dopo oltre due decenni di misteri che poi, forse, misteri non sono più. Se non altro in quei termini negazionisti che in un primo tempo hanno assalito tutto e tutti. Insieme agli affondamenti un mare con tutta probabilità malato che forse ha ingoiato di tutto, dai rifiuti tossico-nocivi fino ai rifiuti radioattivi. Poi, col tempo, arrivano pure le morti. Quelle sospette di Amantea e dintorni, innumerevoli, purtroppo, e quella di Natale de Grazia (ucciso), capitano di corvetta, uomo onesto dello stato che su quelle rotte, circa quegli affondamenti stava cercando di far luce nel buio degli abissi. Tra il suono armonioso delle onde e con l'andare del tempo si delineano pezzi di una storia estremamente dolorosa, dura da mandare giù senza sdegno e strazio. Nella lunga ricostruzione degli eventi qualcuno ha già scritto, da tempo, la sua certezza e verità: "avvelenati dalla 'ndrangheta, avvelenati dallo stato".
Per oltre vent'anni l'armatore Ignazio Messina ha negato che la motonave Rosso, arenatasi il 14 dicembre 1990 sulle coste calabresi, trasportasse siluri-penetratori per sparare rifiuti tossico-radioattivi dentro ai fondali marini. Nessuno ha mai trovato la prova che l'imbarcazione nascondesse questo segreto e i magistrati hanno chiuso il caso. Senonché adesso spunta un documento choc del 22 maggio 2003.  Quattordici pagine dove l'allora sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Francesco Neri, propone di assegnare la medaglia d'oro al merito di Marina al capitano di corvetta Natale De Grazia: suo collaboratore chiave nell'inchiesta sulle navi dei veleni, morto in circostanze sospette la notte del 12 dicembre 1995. Ed elencando ciò che l'ufficiale aveva scoperto riguardo alla vicenda Rosso, il magistrato scrive: «De Grazia, mediante l'escussione testimoniale del comandante Bellantone della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, accertava personalmente che a bordo della nave che si era spiaggiata, vi erano i cosiddetti "penetratori", indicati dai marinai come "munizioni"». Non solo. Stando a quanto riferisce Neri sulle indagini di De Grazia, «i documenti di carico erano falsificati».  Il che si somma al fatto che «lo stesso Bellantone aveva lanciato l'allarme radioattivo ai vigili del fuoco, i quali intervennero regolarmente sui luoghi, senza però stranamente certificare nulla».  Dopodiché, citando le parole di Neri, sarebbe emerso che il comandante Bellantone «sapeva che a bordo della nave vi era un carico "pericoloso", perché a suo dire era stato già allertato dal comando della Marina militare». E se tutto questo fosse ancora poco, per sollevare qualche dubbio sull'andamento dei fatti, va aggiunto che a bordo della nave, «proprio sulla plancia di comando, Bellantone aveva sequestrato le identiche mappe di affondamento» della O.d.m. (Oceanic disposal management), azienda che aveva proposto a decine di nazioni di seppellire in mare le scorie tossico-nocive. Un quadro sconcertante, nell'insieme. Anche perché Neri, ricostruendo i giorni successivi allo spiaggiamento della Rosso, racconta che l'imbarcazione fu smantellata dall'armatore dopo che l'azienda olandese Smit Tak (specializzata nel recupero marino di rifiuti tossici e radioattivi) «aveva lavorato con la completa "sorveglianza" del sito, reso inaccessibile da parte di un servizio segreto non meglio identificato».  Tutto normale? Tutto da interpretare come una banale prassi operativa? Le domande, in queste ultime settimane, stanno tornando a farsi dense attorno al capitolo delle navi dei veleni. Sia per l'ipotesi lanciata da Neri che sulla Rosso ci fossero i famosi missili-penetratori, sia perché il settimanale "Corriere della Calabria" ha pubblicato alcuni passaggi dell'audizione di Emilio Osso davanti alla Commissione parlamentare ecomafie. Sede in cui questo istruttore di polizia municipale, al fianco della Procura di Paola nelle inchieste ambientali, ha definito quello che la Rosso trasportava il 14 dicembre 1990 «difforme» dal piano di carico ufficiale. «Inoltre», riferisce Osso a "l'Espresso", «tre container non sono più stati rinvenuti». Dettagli impossibili da sottovalutare, a questo punto. Schegge di un mistero che pochi vogliono risolvere. (Fonte articolo, clicca qui)