Navi dei veleni affondate nel Mediterraneo, cosa viene a galla
@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
88 affondamenti sospetti dal 1979 sino al 2000 (clicca qui per leggere tutte le navi affondate in modo sospetto con relativo carico a bordo), la quasi totalità di questi nella parte sud del Mediterraneo con, ad esempio, un drammatico interessamento del Mar Tirreno adiacente alle coste della Calabria.Verità che emergono lentamente dopo oltre due decenni di misteri che poi, forse, misteri non sono più. Se non altro in quei termini negazionisti che in un primo tempo hanno assalito tutto e tutti. Insieme agli affondamenti un mare con tutta probabilità malato che forse ha ingoiato di tutto, dai rifiuti tossico-nocivi fino ai rifiuti radioattivi. Poi, col tempo, arrivano pure le morti. Quelle sospette di Amantea e dintorni, innumerevoli, purtroppo, e quella di Natale de Grazia (ucciso), capitano di corvetta, uomo onesto dello stato che su quelle rotte, circa quegli affondamenti stava cercando di far luce nel buio degli abissi. Tra il suono armonioso delle onde e con l'andare del tempo si delineano pezzi di una storia estremamente dolorosa, dura da mandare giù senza sdegno e strazio. Nella lunga ricostruzione degli eventi qualcuno ha già scritto, da tempo, la sua certezza e verità: "avvelenati dalla 'ndrangheta, avvelenati dallo stato".
Per oltre vent'anni l'armatore Ignazio Messina ha negato che la
motonave Rosso, arenatasi il 14 dicembre 1990 sulle coste
calabresi, trasportasse siluri-penetratori per sparare rifiuti
tossico-radioattivi dentro ai fondali marini. Nessuno ha mai
trovato la prova che l'imbarcazione nascondesse questo segreto e i
magistrati hanno chiuso il caso. Senonché adesso spunta un
documento choc del 22 maggio 2003. Quattordici pagine dove l'allora sostituto procuratore generale di
Reggio Calabria, Francesco Neri, propone di assegnare la medaglia
d'oro al merito di Marina al capitano di corvetta Natale De Grazia:
suo collaboratore chiave nell'inchiesta sulle navi dei veleni,
morto in circostanze sospette la notte del 12 dicembre 1995. Ed
elencando ciò che l'ufficiale aveva scoperto riguardo alla vicenda
Rosso, il magistrato scrive: «De Grazia, mediante l'escussione
testimoniale del comandante Bellantone della Capitaneria di porto
di Vibo Valentia, accertava personalmente che a bordo della nave
che si era spiaggiata, vi erano i cosiddetti "penetratori",
indicati dai marinai come "munizioni"». Non solo. Stando a quanto
riferisce Neri sulle indagini di De Grazia, «i documenti di carico
erano falsificati». Il che si somma al fatto che «lo stesso Bellantone aveva lanciato
l'allarme radioattivo ai vigili del fuoco, i quali intervennero
regolarmente sui luoghi, senza però stranamente certificare nulla».
Dopodiché, citando le parole di Neri, sarebbe emerso che il
comandante Bellantone «sapeva che a bordo della nave vi era un
carico "pericoloso", perché a suo dire era stato già allertato dal
comando della Marina militare». E se tutto questo fosse ancora
poco, per sollevare qualche dubbio sull'andamento dei fatti, va
aggiunto che a bordo della nave, «proprio sulla plancia di comando,
Bellantone aveva sequestrato le identiche mappe di affondamento»
della O.d.m. (Oceanic disposal management), azienda che aveva
proposto a decine di nazioni di seppellire in mare le scorie
tossico-nocive. Un quadro sconcertante, nell'insieme. Anche perché Neri,
ricostruendo i giorni successivi allo spiaggiamento della Rosso,
racconta che l'imbarcazione fu smantellata dall'armatore dopo che
l'azienda olandese Smit Tak (specializzata nel recupero marino di
rifiuti tossici e radioattivi) «aveva lavorato con la completa
"sorveglianza" del sito, reso inaccessibile da parte di un servizio
segreto non meglio identificato». Tutto normale? Tutto da interpretare come una banale prassi
operativa? Le domande, in queste ultime settimane, stanno tornando
a farsi dense attorno al capitolo delle navi dei veleni. Sia per
l'ipotesi lanciata da Neri che sulla Rosso ci fossero i famosi
missili-penetratori, sia perché il settimanale "Corriere della
Calabria" ha pubblicato alcuni passaggi dell'audizione di Emilio
Osso davanti alla Commissione parlamentare ecomafie. Sede in cui
questo istruttore di polizia municipale, al fianco della Procura di
Paola nelle inchieste ambientali, ha definito quello che la Rosso
trasportava il 14 dicembre 1990 «difforme» dal piano di carico
ufficiale. «Inoltre», riferisce Osso a "l'Espresso", «tre
container non sono più stati rinvenuti». Dettagli impossibili da
sottovalutare, a questo punto. Schegge di un mistero che pochi
vogliono risolvere. (Fonte articolo, clicca qui)







