01 agosto 2015

Pesticidi, informazioni per genitori e futuri genitori

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Lessi il sito "Difesa Latte Materno" la prima volta, tempo fa, su consiglio della Dottoressa Patrizia Gentilini. Da quel giorno, quando posso, m'informo con piacere. Il sito per la "Campagna nazionale in difesa del latte materno dai contaminanti ambientali" oltre a svolgere un ruolo importante per la funzione che porta con il suo stesso nome ed oltre a diffondere sana informazione, promuove, è bello ricordarlo, anche la campagna per l'allattamento al seno. Riprendo e diffondo, proprio dal sito "Difesa latte materno", il volantino di Terra Viva Verona (home, qui) utile a tutti, soprattutto a genitori e futuri genitori. Pillole per capire e, chi lo desidera, approfondire maggiormente. Volantino scaricabile qui. Buona lettura.

28 luglio 2015

Occupazione a livelli pre crisi? All'Italia serviranno 20 anni

Futuribilepassato | Luca Tittoni. Report del FMI, l'articolo, sotto, in concetti generali è ripreso dal sito dell'Agenzia Ansa e può essere letto qui nella sua versione originale. Vietato drammatizzare, niente di nuovo, ci strapazzano e, chi più chi meno, abbiamo fatto l'abitudine. Letto? Se si, a questo punto consiglierei di leggere il punto ripreso dalla testata on line "Formiche", interessante, aggiunge elementi importanti, cliccate pure qui per leggerlo. In effetti si parla davvero poco di debito privato e c'è inflazione informativa di debito pubblico. Debito pubblico ovunque. Anche la sera prima d'infilarsi sotto le coperte (anche se luglio è il mese meno adatto per questa espressione), il mantra del rapporto debito/Pil salta la staccionata più volte di ogni pecorella contata per provare a riposare. Questo mentre l'emergenza del debito privato resta un po' nell'ombra. Apparentemente, chiaro, perchè gli effetti in realtà si sentono, e forti. A proposito, nel post precedente mi lanciavo in un principio di ardita e  dubbiosa "invettiva" circa l'unione politica dei paesi dell'area Euro. Un po' come curare la bronchite col Voltaren. Non è colpa mia, davvero, trattasi di altra inflazione derivante da alcune fonti media-stampa che tutti possono scorgere. Io, da buona spugna, ho solo assorbito e mi sono posto il dubbio, cercando di documentarmi e capire (cosa grossa). Ecco, Alberto Bagnai ha un'idea già più chiara, fondata e autorevole circa questo, seppur il post è di altro genere e il concetto in pillole. Qui. Nel frattempo il countdown è partito, asset-tiamoci che venti anni passano in fretta, in fin dei conti, basta poco, che ce vò?! Fonte foto post, cliccare qui. Buona lettura.

"Senza una significativa accelerazione della crescita, ci vorranno 10 anni alla Spagna e quasi 20 anni a Portogallo e Italia per ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi". Lo afferma il Fmi nell'Article Iv per l'area euro, sottolineando che la disoccupazione nell'area euro è "alta e "probabilmente lo resterà per del tempo". La ripresa nell'area euro si sta rafforzando, con il pil che accelererà dal +1,5% del 2015 al +1,7% del 2016: i rischi all'outlook sono più bilanciati ma restano vulnerabilità. La crescita potenziale, stimata all'1% nel medio termine, è bassa per ridurre la disoccupazione. Il ridotto potenziale di crescita aumenta i rischi di stagnazione. Il quantitative easing della Bce funziona: "ha migliorato la fiducia, le condizioni finanziarie e aumentato le aspettative di inflazione". Lo afferma il Fmi, sottolineando che l'area euro deve adottare un approccio ampio per rafforzare la domanda interna soprattutto nei paesi in surplus; pulire i bilanci delle banche; e accelerare nelle riforme strutturali per aumentare le produttività e rafforzare la governance economica.
La stima del FMI secondo la quale occorrerebbero 20 anni in Italia per riportare l'occupazione ai livelli pre-crisi) è basata su una metodologia che non tiene conto delle riforme strutturali che già sono state introdotte, afferma in una nota il ministero dell'Economia nella quale si spiega perchè non servono 20 anni per tornare ad una occupazione pre-crisi.
"Aumentare l'efficienza del settore pubblico e migliorare quella della giustizia civile''. Sono alcune delle raccomandazioni del Fmi all'Italia, che dovrebbe anche "migliorare la flessibilità del mercato del lavoro e aumentare la concorrenza nei mercati dei prodotti e dei servizi". E' necessario, secondo il Fmi, "adottare e attuare la prevista riforma della P.a, che dovrebbe includere riforme all'approvvigionamento dei servizi pubblici locali, delle gare pubbliche e della gestione delle risorse umane".
Il Fondo Monetario Internazionale chiede all'area euro "di usare, se necessario, tutti gli strumenti disponibili per gestire i rischi di contagio che potrebbero partire dalla Grecia". "Anche se la reazione del mercato al recente passaggio del pacchetto di riforme in Grecia è stata positiva, ulteriori episodi di significativa incertezza e volatilità dalla situazione" greca "non possono essere esclusi". ''Gli strumenti a disposizione dell'area euro sono adeguati per affrontare un possibile contagio nel breve termine dalla Grecia" anche se "non ci aspettiamo un reale contagio'' e questo anche perche' l'esposizione diretta alla Grecia degli altri paesi dell'area euro e' limitata, afferma il Fmi, invitando a completare l'unione bancaria. "Gestire il potenziale contagio dalla Grecia richiederà azioni tempestive ed efficaci" mette in evidenza il Fmi, precisando che l'impatto potenziale del contagio è più basso rispetto ad alcuni anni fa, riflettendo in parte" le misure messe in campo dalla Bce. "La situazione in Grecia e' fluida ma resta fonte di incertezza. Per gestire i rischi di contagio, la politica deve essere pronta a usare, e se necessario adattare, l'intero arsenale di strumenti disponibili. La Bce deve assicurarsi che le banche continuino ad avere accesso a un'ampia liquidità. Se le condizioni finanziarie" peggiorassero la Bce dovrebbe "considerare un ulteriore allentamento della politica monetaria con l'espansione del programma di acquisto di asset". L'area euro ha una maggiore capacita' di gestire i rischi potenziali dalla Grecia.

23 luglio 2015

Gli eccessivi ottimismi sull'uscita dall'Euro

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Riprendo un interessante articolo non molto fresco, anzi, stagionato,  datato precisamente febbraio 2015 e pubblicato su Economia e Politica, sito economico che leggo spesso e con enorme piacere data la sua (per me) validità tecnica. Il pezzo può essere letto qui nella sua versione originale con tutti i collegamenti ipertestuali e grafico annesso. Lo stesso tuttavia non ricalca, come molti altri post pubblicati su Futuribilepassato, le mie convinzioni, chiaramente parziali e poco strutturate in tal senso. Trovo però che dare spazio ad articoli, riflessioni, figuriamoci a studi economici che sono fonte di diverso avviso ed estrazione sia momento di ricchezza e confronto, quindi benvenga, sempre, soprattutto in un momento storico come quello attuale. Non mi sono ben chiari i punti 4 e 5 sotto riportati dopo metà articolo, cercherò di capire meglio tramite opportune ricerche, elementi banali che però a me sfuggono. Non sono anche pienamente in linea con il concetto di svalutazione che non funziona (a fine post, analisi che ritengo in questo caso parziale, forse troppo), mentre sono anch'io dell'avviso che alcuni economisti diciamo così, "noeuro", possano sottostimare precisi effetti di uno "spacchettamento" della moneta unica europea con l'abbandono di un paese o di alcuni stati periferici come ad esempio la Grecia. Al contempo, penso sia giusto dire, che nel caos del debito, ma anche e soprattutto emotivo di queste settimane, avrò letto da numerosi organi di stampa "proeuro", l'estremizzazione degli effetti derivanti da una possibile uscita di un paese membro. Stagnazione, recessione, bassa crescita e deflazione alla mano (e nel portafogli), questo Euro, nei fatti, così com'è, non sta in piedi, non circola a dovere (e nessuno se ne voglia, in fin dei conti pur sempre di moneta si tratta). Di fronte a noi l'alba di un nuovo anno di transizione per l'economia del Belpaese (bassa crescita) e del Vecchio Continente (più vigorosa), che dicono sia in ripresa, alba quindi che parrebbe più luminosa. Proseguo a peregrinare da un sito tecnico all'altro convincendomi via via di alcuni passaggi, elementi vicini al no, a un'unione che così non può reggere per ragioni semplici e che trovo difficile possa trovare la panacea dei mali nell'unione politica che alcuni inspiegabilmente propongono come rimedio al problema, il tutto con il rischio di creare, in simili condizioni, effetti più gravi di quelli attuali. Articolo molto interessante, sotto, buona lettura.

Dopo l’intervento di Salvatore Biasco (qui), pubblichiamo anche il commento del Keynes blog allo studio di Realfonzo e Viscione (qui) sugli effetti di una uscita dall’euro. Anche gli autori del Keynes blog, come Biasco, sebbene sulla scorta di argomentazioni diverse, ritengono che Realfonzo e Viscione – per quanto correttamente sollevino la questione dei possibili impatti negativi sui salari e sulla occupazione – sottovalutino gli esiti negativi di una uscita dall’euro, che avrebbe a loro avviso effetti drammatici.
Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 (qui) su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini, clicca qui) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.  Realfonzo e Viscione, nella loro analisi, assumono implicitamente che, dopo l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, l’euro, l’Europa e il resto del mondo continuino a funzionare come se nulla fosse. L’uscita dall’euro viene cioè trattata dai due autori come una semplice svalutazione o al limite come l’uscita da un sistema di cambi fissi, come fu nel caso dell’uscita dallo SME nel 1992. Anche se così fosse, basta vedere cosa è accaduto in alcuni paesi dell’Est Europa dopo la rivalutazione da parte della Banca Nazionale Svizzera per comprendere che con la finanza globalizzata anche una semplice svalutazione può produrre effetti imprevedibili. Ma nel caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, occorre prepararsi ad effetti molto più grandi e su scala più vasta.

Come ammettono anche autori pur favorevoli alla fine della moneta unica, l’uscita unilaterale di un paese dall’eurozona, come l’Italia o la Spagna, determinerebbe un effetto contagio sull’intero sistema bancario europeo, che porterebbe all’uscita disordinata e in sequenza di altri paesi deboli. Esso poi colpirebbe in modo significativo la Francia e anch’essa sarebbe probabilmente costretta ad uscire. Infine il contraccolpo di questa “fine al rallentatore”, accompagnata dal panico dei mercati, si abbatterebbe sulle banche tedesche e sul resto del globo. 
L’intreccio finanziario nell’eurozona implica cioè quello che Yanis Varoufakis ha descritto come un “castello di carte”. Se si toglie una carta, tutto il castello crolla. Una conferma viene anche dalla lettura dei risultati dello stress test del Center for Risk Management di Losanna, che tiene conto dell’effetto contagio di un eventuale crisi finanziaria e mostra quanto sia fragile, e interconnesso, il sistema bancario europeo. Il contagio finanziario potrebbe forse essere contenuto da un massiccio intervento della BCE e dell’ESM, che andrebbero in soccorso delle banche e degli Stati che necessitassero di assistenza. Molti giudicano gli strumenti finora messi in campo dall’UE (ESM, Unione Bancaria, OMT) insufficienti allo scopo, ma, anche se ciò non fosse vero, il contagio implicherebbe comunque un nuovo credit crunch e una nuova pesante recessione, accompagnata da un rafforzamento delle spinte deflattive, che rappresenterebbero altra benzina sul fuoco dei fallimenti bancari a catena.
Ma persino sulla capacità della BCE di frenare la dissoluzione incontrollata dell’eurozona e assicurare la tenuta del suo sistema finanziario si possono nutrire molti dubbi. Si immagini come i mercati potrebbero reagire all’uscita di un paese dall’eurozona (e all’eventuale default sui saldi Target 2) dopo che la Banca Centrale Europea esplicitamente ha impegnato se stessa sull’irreversibilità della moneta unica “per tutti i suoi membri”, attraverso l’OMT e poi il Quantitative Easing. La credibilità della BCE, l’unico collante che ha tenuto l’euro in piedi sinora, e quindi della stessa moneta che essa emette, ne verrebbe danneggiata e l’istituto di Francoforte difficilmente potrebbe svolgere efficacemente il ruolo attuale di garanzia di tenuta dell’Unione Monetaria Europea.

Il rischio è quello di una “Lehman Brothers al quadrato”, per dirla con Barry Eichengreen. La crisi del 2008 sin fondo si diffuse nel mondo grazie al fallimento di una sola banca, per quanto grande. E il nuovo shock avverrebbe non dopo anni di espansione, come nel caso di Lehman, ma a valle di una dura recessione. L’enfasi di Eichengreen pare quindi appropriata, anche considerando l’eccezionalità dell’eventuale esplosione dell’area euro, come confermano i fatti che riportiamo qui di seguito. Di crisi bancarie è piena la storia, così come di svalutazioni e disfacimenti di sistemi monetari, ma non vi è alcun precedente storico paragonabile alla disintegrazione incontrollata dell’euro. Per avere un’idea del perché, basta ricordare alcuni dati, richiamati da Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura (qui), che pure sono favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’eurozona (non a caso il titolo dello studio di Nordvig e Firoozye non è “Come uscire dall’euro” ma “Ripensare l’unione monetaria europea”): 
  • l’eurozona produce circa il 20% del PIL mondiale, a fronte dei pochi punti percentuali rappresentati dalle economie implicate in precedenti rotture monetarie;
  • Le banche dell’eurozona possiedono il 35% degli asset mondiali e il 34% dei prestiti internazionali;
  • l’euro è la seconda moneta di riserva internazionale: il 25% delle riserve delle banche centrali del mondo è denominato in euro e quasi il 40% degli scambi sui mercati valutari internazionali coinvolge l’euro;
  • il 30% dei debiti privati nell’eurozona è sotto legge estera e quindi non verrebbe ridenominato, con pesanti effetti sullo stato patrimoniale di grandi imprese e banche, che in alcuni paesi produrrebbe una nuova recessione da “balance sheet effect”;
  • se guardiamo ai derivati europei, ben il 95% è sotto legge estera (di solito britannica o statunitense). Cosa succederebbe a questi titoli? Il 2008 ci dice quanto i derivati possano diffondere il contagio finanziario a livello globale;
  • cosa ne sarebbe dei saldi Target2? Se i paesi debitori facessero default su di essi, ciò comporterebbe la perdita improvvisa di 500 miliardi di euro di crediti da parte della Germania, che ne risentirebbe pesantemente, mentre se si decidesse di onorarli sarebbero i paesi debitori a trovarsi con un debito in valuta estera dopo una pesante svalutazione.
Nordvig e Firoozye (ricordiamolo ancora: due autori “noeuro”) ammettono quindi che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato nei mercati emergenti, a causa dell’ “enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’ “ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo di ridenominazione disordinata sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato. Qualcosa di molto diverso rispetto ad una semplice svalutazione.  Nella sua risposta (qui) a Realfonzo e Viscione, il prof. Biasco contempla anche il problema di un eventuale default sul debito pubblico italiano, ma poiché esso è in larghissima parte sotto legge nazionale, costituisce forse un problema minore, sebbene non vada escluso l’effetto avverso dell’incertezza sull’esito di lunghi e complicati contenziosi legali, sia a livello nazionale che internazionale, dato che l’uscita unilaterale dall’euro non è prevista nei Trattati. Anche escludendo questo problema, tuttavia quanto abbiamo già richiamato sembra abbastanza.Certo, forse si potrebbe trovare un modo per mettere in piedi una dissoluzione controllata, ma dobbiamo sapere che essa potrebbe essere costosa per i paesi debitori, richiedendo di mantenere per quanto possibile i debiti esteri, pubblici e privati, in una moneta comune (l’ECU di antica memoria) come suggeriscono ad esempio i già citati Nordvig e Firoozye, ma anche molti altri autori, seguita da un default controllato di alcuni paesi. Tale soluzione richiederebbe comunque un livello di solidarietà ecoordinamento oggi impensabili, di gran lunga superiori alla “riparazione in corsa” dell’eurozona attraverso soluzioni tecnicamente più semplici e meno costose come quelle avanzate da Amato e Fantacci o da Varoufakis-Holland-Galbraith.  Un altro punto che l’analisi di Realfonzo e Viscione sembra trascurare è collegato agli effetti della svalutazione. In primo luogo, va rilevato che non è possibile stabilire l’ammontare della svalutazione che subirebbe la nuova moneta italiana perché, come abbiamo detto, l’evento “crollo dell’euro” non ha alcun paragone. Realfonzo e Viscione non lo fanno, ma molte analisi ipotizzano per l’Italia una svalutazione tra il 20% e il 30% nei confronti dell’euro residuo o del nuovo marco tedesco. Altri, come UBS, sostengono invece che l’eccezionalità dell’evento potrebbe portare a svalutazioni molto maggiori, potenzialmente dannose, invece che corroboranti per le economie deboli. Certo, si può ipotizzare di mettere dei controlli sui movimenti di capitali, di istituire apposite aste invece di abbandonare la nuova valuta alle decisioni dei normali mercati valutari, ma uscire dal mercato dei capitali significa dover poi chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (o agli Stati Uniti o alla Cina), se non altro per sostenere le imprese produttive e finanziarie indebitate in valuta estera, accettandone le condizioni. Inoltre, per quanto detto, la Comunità internazionale si troverebbe a soccorrere più paesi, tra i quali almeno due grandi economie (Italia e Spagna), che nel complesso rappresentano il 6-7% del PIL mondiale. La situazione sarebbe ancora più grave nel caso in cui anche la Francia si aggiungesse ai PIIGS. Ipotizziamo tuttavia che la svalutazione sia contenuta e lasciamo stare per ora gli effetti finanziari. Se guardiamo al recente passato, molti paesi che hanno svalutato, in particolare dal 2011, non hanno avuto alcun beneficio. Alcuni, come Argentina, Gran Bretagna, Giappone, paesi pure molto diversi tra loro, hanno visto addirittura un peggioramento dei conti con l’estero, che poco sembra avere a che fare con la “curva J” e molto invece con la carenza di domanda estera. In seguito alla crisi, il commercio mondiale è cresciuto a ritmi a dir poco asfittici, dopo 20 anni di crescita a doppia cifra. E questo proprio per colpa dell’austerità europea. Ma l’esplosione dell’eurozona non porterebbe certo ad una reflazione: per quanto detto dovremmo semmai immaginare un nuovo periodo di crisi, ulteriore contrazione della domanda estera e una maggiore austerità, a partire dalla Germania. Serve a poco svalutare se i tuoi vicini sono in crisi e alla ricerca di risorse per puntellare il loro sistema bancario indebitato o colpito da pesanti perdite in conto capitale. E vale a poco quindi il paragone con il 1992, quando ci trovammo invece nella situazione esattamente opposta, con la Germania in deficit di bilancio. Quello di cui ha bisogno l’Europa (e il mondo) non è un aggiustamento basato sui prezzi, ma sulle quantità.

Come qualsiasi azione, anche l’uscita dall’euro va giudicata in base ad un calcolo di costi e benefici. Purtroppo le analisi di molti economisti “noeuro” tendono a sottovalutare i primi e sovrastimare i secondi. Realfonzo e Viscione sono molto più prudenti, e tuttavia sembrano anche essi muoversi nell’ottica dell’assenza di effetti di contagio finanziario e spill-over sul resto dell’eurozona (e oltre) e trascurano la contrazione della domanda estera che annullerebbe gli effetti positivi, ancorché transitori, della svalutazione. Yanis Varoufakis ha giustamente sottolineato che l’eurozona è una nave costruita male, ma farla affondare e gettarsi nell’Oceano non è un’alternativa. In mancanza di quella cooperazione che non riusciamo a raggiungere su misure meno impegnative come salvare la piccola Grecia, ciò che ci attende è probabilmente l’acqua gelida e le incognite di un evento senza precedenti, non il tepore della ritrovata sovranità monetaria.

20 luglio 2015

Esa per la mostra "Il mio pianeta visto dallo spazio, fragilità e bellezza"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Ancorati al suolo per effetto della gravità terrestre, occhio invece libero di sognare e compiere il percorso opposto. Già, inverso. Generalmente osserviamo lo spazio, da terra, con la mostra dell'Agenzia Spaziale Europea presso il Museo nazionale di Scienza e Tecnologia di Milano è servito invece un viaggio raro, inedito, praticamente al contrario, che guarda noi e le "zolle" che tocchiamo quotidianamente. Mostra aperta in concomitanza con Expo Milano 2015 e che rimarrà a disposizione dei visitatori fino al prossimo dieci gennaio 2016. Buona lettura. 
Foto post: isola di Pantelleria, Italia, located in the Strait of Sicily, this volcanic Mediterranean island is known for its sweet Muscat wine made from Zibibbo grapes. The alberello or ‘small tree’ cultivation technique used to grow these grapes was recently inscribed onto the UNESCO World Heritage list. This image was acquired by the Deimos-2 satellite on 4 February 2015. Per visualizzare parte della galleria fotografica dell'Esa e quindi della mostra, clicca qui.

Queste immagini sono solo una piccola selezione proveniente dalla mostra che si tiene al Museo Nazionale di Scienza e Tecnologia di Milano. Il mio Pianeta dallo Spazio, Fragilità e Bellezza, vi porta in un viaggio in alcuni dei posti più belli e più remoti sulla Terra. Gli occhi del satellite ci forniscono immagini di una Terra in continua evoluzione: ghiacciai che si sciolgono, livelli del mare che si alzano, foreste pluviali minacciate dalla deforestazione, desertificazione in aumento con conseguenze negative sulle colture e sulla crescita urbana incontrollata. La mostra è stata organizzata per coincidere con l'Expo 2015, ed è focalizzata in particolare sull'agricoltura per mettere in risalto il tema dell'Expo "Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita".
La mostra rimane aperta dal 9 maggio al 10 gennaio. Per maggiori informazioni, per gli orari di apertura e di biglietteria, visitare il sito del museo (qui).

La terra in mostra a Milano, fonte articolo, Il Corriere della Sera. Lo spettacolo della natura, tra acqua e ghiacci. Ma anche le trasformazioni dell’uomo, dall’agricoltura all’espansione delle metropoli. Fino ai padiglioni di Expo. Ecco come appare il mondo nelle rilevazioni dei satelliti: le incredibili foto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), sono in mostra al Museo della Scienza e della Tecnica fino al 10 gennai. Lo spettacolo della natura, tra acqua e ghiacci. Ma anche le trasformazioni dell’uomo, dall’agricoltura all’espansione delle metropoli. Fino ai padiglioni di Expo. Ecco come appare il mondo nelle rilevazioni dei satelliti: le incredibili foto dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), sono in mostra al Museo della Scienza e della Tecnica fino al 10 gennaio.

19 luglio 2015

Paolo Borsellino non è una strada

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Condivido il semplice e interessante post di Alex Corlazzoli riportato sul suo blog de "Il Fatto Quotidiano". In foto Paolo Borsellino con Leonardo Sciascia, l'istantanea ritrae giudice e scrittore a confronto dopo le incomprensioni e le polemiche sollevate con l'articolo di Sciascia "Professionisti dell'Antimafia". I due vedendosi ebbero modo di spiegare. Il post originale di Alex Corlazzoli è leggibile a questo link. Foto ripresa da "Il Corriere della Sera". Buona lettura.

“Ragazzi chi è Paolo Borsellino?”. “Maestro è la piazza dove parte il pulmino”. E’ in quel momento che mi resi conto che la scuola non aveva fatto la sua parte. Neanche mamma e papà che nel 1992 avevano 20 anni. Neanche l’amministrazione comunale che in pompa magna aveva intitolato quel luogo per poi dimenticarsene. Nessuno aveva raccontato ai miei alunni che quell’uomo facendo il suo dovere era stato ammazzato il 19 luglio mentre andava da sua madre. Nessuno aveva detto ai miei ragazzi che oltre a “Paolo Borsellino”, sulla targa affissa in piazza, ci sarebbero dovuti essere anche altri cinque nomi e cognomi, quelli dei ragazzi, degli uomini che lo scortavano: Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. 
E i miei bambini di 10 anni ogni giorno sono cresciuti passando davanti a quella piazza senza sapere, senza conoscere la storia.
In questo Paese, forse, abbiamo troppe inutili lapidi e pochi libri che parlano della nostra storia. Me lo chiedo ogni volta che apro la pagina dedicata alla Sicilia del libro di geografia di quinta elementare: certo è importante sapere i confini, conoscere la fauna e la flora, le città più importanti, l’economia, i fiumi e i laghi ma non possiamo pensare di insegnare la geografia senza raccontare la storia degli uomini che hanno abitato quella terra, che (in questo caso) l’hanno amata al punto di morire.
Forse, ci sono troppe inutili lapidi. Lo penso ogni volta che passo di fronte a una di queste targhe, magari sbiadite dal tempo, con i nomi dei magistrati che si leggono a malapena. Sono tanti i paesi, le città che hanno voluto fare memoria in quel modo dei due magistrati uccisi dalla mafia e dallo Stato. Ma non basta affiggere una targa, dare un nome ad una strada. Portare una corona d’alloro, semmai. Ventitre anni dopo, quel 19 luglio 1992, rischiamo che resti solo un vano rito. Ciascuno di noi, a partire da chi governa le nostre città, ha il dovere di rendere sacra quella strada, quella lezione di geografia, quella fotografia appesa nell’ufficio di un commissariato o di un ufficio comunale.
Ecco perché oggi ho scelto di essere in via D’Amelio. Per tornare, ancora una volta a settembre in aula e alla domanda: “Maestro dove sei stato in vacanza?”, poter rispondere: “In via D’Amelio, a Palermo. Sai cos’è successo in quella strada? Sai chi è Paolo Borsellino?”.

16 luglio 2015

Rifiuti, a Messina grande lavoro e risultati importanti

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Questo post va alla città di Messina, "l'alba" del servizio di raccolta porta porta mostra validi risultati. L'augurio che questi risultati possano essere il traino per un ulteriore impegno civico e professionale da parte della cittadinanza e degli addetti ai lavori. Soprattutto, l'auspicio di vedere nello "Stretto", con l'andare dei mesi, il sole della differenziazione dei rifiuti solidi urbani, del loro riciclo e di cittadina presto altamente virtuosa, ben alto all'orizzonte di quel suo splendido mare. Congratulazioni poi ad Alessio Ciacci (qui) per le energie e la professionalità che sta impiegando. Avanti tutta, Messina. Buona lettura. Fonte foto post e foto originale: cliccare qui.

Raccolta differenziata porta a porta tocca il 78% a Messina, fonte: Ciacci magazine, clicca qui. In continuo aumento i dati della raccolta differenziata dopo la partenza del “Porta a porta” in alcune zone a nord e a sud della città, nei Quartieri di Ganzirri, Torre Faro, Giampilieri, Altolia, Molino, Pezzolo, e Briga. Le percentuali di raccolta differenziata variano a seconda delle frazioni ma con percentuali in media molto incoraggianti.  Il dato migliore, anche in Giugno, rimane quello del quartiere Ganzirri che tocca quota 78% di raccolta differenziata, un vero e proprio record per una città della Sicilia, ma in ogni zona coinvolta dal nuovo sistema di raccolta ci sono dati incoraggianti oltre al 50 e 60% di materiale avviato a riciclo.
“Tutti dovrebbero capire, anche nelle proprie abitudini, che solo dalla raccolta differenziata passa un miglioramento dei servizi per la città – affermano l’Assessore all’Ambiente Daniele Ialacqua ed il Liquidatore di Messinambiente, Alessio Ciacci. In terra siciliana alcuni ancora paiono scettici ma i dati parlano da soli. Il servizio della raccolta differenziata potrà essere esteso prosimamente a grandi fette della città, tutti sono chiamati a fare sempre di più per i propri figli, separando correttamente ogni singolo scarto nelle proprie abitazioni ed attività, utilizzando le isole ecologiche ed i cassonetti della raccolta differenziata. I segnali sono davvero incoraggianti ma dobbiamo continuare a migliorarci, sia nella qualità dei servizi che nella partecipazione dei cittadini.”
I dati della raccolta differenziata, in continuo aumento, hanno permesso di selezionare oltre 170 tonnellate di materiale, sottraendo alla discarica tante tonnellate di carta, plastica e vetro, avviato così a nuova vita. Numeri importanti, che confermano il successo dell’iniziativa, la grande capacità della cittadinanza di raccogliere questa nuova importante sfida e la capacità dell’azienda di costruire servizi di qualità.
Tra poche settimane arriveranno a Messina i contenitori della raccolta differenziata finanziati da Comieco che saranno distribuiti a tutte le famiglie per poter effettuare la raccolta differenziata con più facilità, così come i tre nuovi mezzi, sempre finanziati da Comieco, che permetteranno di aumentare significativamente le zone coperte dal porta a porta ed i livelli di raccolta differenziata.

Messina, Progetto Save, 2 tonnellate di scarti recuperati in una settimana, fonte: Stretto web, clicca qui. Sono oltre 2 tonnellate gli scarti alimentari raccolti, dal 3 all’11 luglio, nella prima settimana di attività del progetto SAVE, grazie al quale sono stati sottratti alla discarica e avviati, invece, alla trasformazione per la produzione di cibi animali. Un’autentica rivoluzione nel campo degli sprechi alimentari, avviata dall’Università degli Studi di Messina, Comune e Messinambiente, attualmente presso il mercato Vascone. Si tratta del primo caso in Europa. Un processo virtuoso anche sotto il profilo strettamente economico.
La frutta e gli ortaggi scartati, non più utilizzabili per l’alimentazione umana ma ancora dotati di importanti proprietà, vengono raccolti, selezionati e, “grazie a un protocollo – afferma il prof. Vincenzo Chiofalo, responsabile scientifico di Save – di rigorose analisi studiate e messe a punto dall’Università di Messina attraverso i laboratori del PanLab appena realizzati e dotati delle più avanzate tecniche analitiche, utilizzati come cibo per gli animali, componenti nutritive, fertilizzanti o per altri scopi industriali. L’ortofrutta raccolta viene analizzata al fine di garantirne la sicurezza alimentare, i dati ottenuti hanno mostrato che l’ortofrutta non idonea al consumo umano può essere ancora utilizzata anche in alimentazione animale, creando un risparmio economico per le aziende ovviamente dopo la verifica delle analisi”. I ricercatori dell’Università di Messina hanno organizzato le attività prelevando l’ortofrutta che in brevissimo tempo viene trasferita presso il PanLab permettono di verificarne la idoneità al consumo animale garantendo la salubrità in conformità alle normative vigenti. “A Messina è nata una grande eccellenza a livello nazionale ed europeo – commentano l’assessore all’Ambiente, Daniele Ialacqua ed il liquidatore di Messinambiente, Alessio Ciacci -. In linea con le direttive europee sulla gestione dei rifiuti, che danno priorità assoluta alla prevenzione degli scarti e alla loro riduzione, parte da Messina un progetto che per la prima volta vede trasformare uno scarto alimentare in una nuova materia prima. Una buona pratica da diffondere a livello nazionale e che, se diffusa in tutte le principali città italiane potrebbe togliere oltre 100 mila tonnellate dallo smaltimento, con un beneficio economico di oltre 14 milioni di euro di costi risparmiati, oltre ai benefici economici per gli allevatori. Siamo partiti da una situazione disastrosa ma stiamo costruendo in questa città esperienze guida per tutta la Regione e non solo. Ringraziamo tutti gli attori di questo importante progetto e gli operatori commerciali per i quali l’amministrazione comunale si sta già muovendo per applicare uno sconto sulla tariffa dei rifiuti. Visti questi ottimi risultati potremmo pensare presto anche ad una estensione della raccolta differenziata degli scarti vegetali anche ad altri mercati cittadini”.
SAVE è un progetto di ricerca proposto e vinto dall’Università di Messina con il coordinamento di GTS consulting insieme ad altri partner pubblici e privati, finanziato dal MIUR nell’ambito del programma Smart Cities, che mira alla creazione di un sistema intelligente per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della filiera alimentare attraverso la valorizzazione degli scarti biologici di produzione, la riduzione degli sprechi del sistema distributivo e dei consumatori e l’utilizzo alternativo degli sprechi residui come prodotti per l’industria zootecnica e agroalimentare.