29 aprile 2014

Vladimir Levchenko: "I miei giorni a Chernobyl, cronaca di un disastro"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Articolo tratto da "Green Report". Cliccare qui per la fonte originale. In foto (tratta da "The Times" clicca qui), l'arco-sarcofago che coprirà la centrale ed il vecchio maldestro sarcofago di Chernobyl realizzato subito dopo l'esplosione. Per capirne di più sul nuovo arco-sarcofago, cliccare qui.  A 28 anni dalla catastrofe nucleare di Chernobyl, Liya Vandysheva, di Bellona News, ha intervistato il fisico e biologo russo Vladimir Levchenko, che è andato a lavorare nella zona di esclusione un anno dopo il 26 aprile 1986, quando un’esplosione fece a pezzi il reattore 4 della centrale, causando il peggior disastro tecnologico del XX secolo. Nella primavera del 1987 Levchenko era un giovane fisico, destinato a diventare l’attuale dottore in biologia all’Istituto Sechenov di fisiologia e biochimica evolutiva dell’Accademia Russa delle Scienze, che faceva parte di un team inviato nell’area del disastro nucleare dall’istituto  Schmalhausen di zoologia di Kiev per studiare l’impatto dell’incidente sugli esseri viventi. L’intervista di Levchenko, che dirige anche l’Information Network Ecological Northwest Line  ecologiche Northwest linea (Enwl) aell’Environmental Rights Center Bellona di San Pietrobu «Circa un anno dopo l’incidente: nella tarda primavera del 1987». Lei ed i suoi colleghi capivate che quello con cui avevate a che fare lì era pericoloso, che c’erano radiazioni? Comprendevate la portata del disastro? «Mi è capitato di atterrare lì durante il periodo più pericoloso: i primi due anni dopo l’esplosione, ma non avevo paura. Dato che nel mio terzo anno [dell'università] avevo lavorato come ingegnere di turno ad un ciclotrone [acceleratore di particelle], avevo scritto la mia tesi lavorando con un altro al [Ioffe] Physical Technical Institute [di quello che allora era] Leningrado. Non avevo alcuna paura delle radiazioni: proprio come un elettricista non ha paura dei fili … In più, avevo le attrezzature. Detto questo, mi ero fatto, naturalmente, un’idea della sua dimensione. Non ci siamo mai avvicinati al reattore più di 200 metri, abbiamo solo visto le sue rovine, sembrava una zona di battaglia. È vero, molti di coloro che erano membri del nostro gruppo sono morti più tardi, ma da allora è passato un quarto di secolo, dopo tutto …». Allora, alla fine ne è venuto fuori sano? «C’è questo effetto – tipico per liquidatori di Chernobyl – il deterioramento della vista. L’ho sviluppato, come ha fatto anche Khlebovich, a causa del tempo trascorso in una zona con un aumento dei livelli di radiazione.  Anche la malattia articolare è abbastanza tipica. Tutto sommato, però, sono solo stato fortunato. Oppure può darsi che mi fossi anche semplicemente abituato un po’ alle radiazioni nei miei lavori precedenti. La cosa peggiore in una zona di un incidente non è il livello di radiazione stesso, ma che l’esplosione ha sparso un’enorme quantità di particelle sottili radioattive che vengono diffuse in giro dal vento come la polvere. Se prendete le misure con la vostra attrezzatura, spesso non è chiaro da dove provenga  la radiazione. A volte è solo un granello di polvere che si trova da qualche parte lì intorno. Se si respira in seguito ad un incidente o si deglutisce quando si mangia, il cancro è una certezza». Ha usato tutti i mezzi di protezione? «Ci hanno dato stivali dell’esercito con le suole spesse, così come le maschere [di sicurezza], respiratori, ma non li  abbiamo usati quasi mai. I soldati inviati ai posti di blocco nella zona dell’incidente avrebbero dovuto indossare le maschere, ma lo facevano in pochi: era caldo». Pensa che la Russia potrebbe fare di più per i liquidatori di Chernobyl? «I benefits sono stati introdotti nel secondo o terzo anno dopo l’incidente. Si poteva quasi arrivare all’alloggio gratuito da parte dello Stato, ma in pratica, non molti sono riusciti ad averlo. Avevo diritto al pensionamento anticipato, dieci anni prima dell’età pensionabile, anche se non l’ho utilizzato. Ora stanno pagandomi un extra di circa 55,66 dollari alla mia pensione, molto poco al giorno d’oggi. Se parliamo di chi è andato all’interno del reattore, nessuno di loro oggi è vivo… Naturalmente, ciò che lo Stato fornisce è poco. Tutti [ noi] hanno disturbi di salute. Avrebbe dovuto essere fatto prima ed avrebbe dovuto essere più, nel momento in cui le persone erano in età lavorativa. Ora sono nella sessantina e settantina…». Che ci faceva nella zona contaminata? «La spedizione stava studiando quello che era successo e come stava  interessando gli organismi viventi nel raggio di 30 chilometri dal ground zero. Il mio lavoro, in particolare – ero come una specie di Stalker di Tarkovskij – era quello di identificare, utilizzando attrezzature speciali, i luoghi dove era più pericoloso vivere. Altri membri del gruppo raccoglievano campioni biologici per esami visivi e di laboratorio. Ogni giorno andavamo in posti diversi: dal punto più vicino al reattore al confine della zona, dove abbiamo vissuto, un villaggio chiamato Strakholesye». La vita a Pripyat doveva essere ancora congelata, no? «La fauna selvatica, in superficie, andava avanti, la stagione era in pieno svolgimento: le lepri correvano, le tartarughe strisciavano, i funghi crescevano (i funghi radioattivi, dovrei dire). Tuttavia, i pini vicino al reattore esploso avevano perso il loro aghi, e le betulle mostravano foglie deformi, enormi, spesso clorotiche. La gente del posto era sta avvertita: “Se volete vivere, spostatevi da qualche altra parte”. Ma invece molti si rifiutarono di farlo. Le persone anziane dissero: “La nostra casa, il nostro orto, i nostri alberi sono qui. Non andremo da nessuna parte che qui”. C’erano anche molti giovani: una volta ci siamo anche imbattuti in un matrimonio». Quale pensa sia stata la causa della catastrofe? «Qualsiasi sito di grandi dimensioni, anche una centrale idroelettrica, dove si concentra una quantità enorme di energia, è sempre potenzialmente pericoloso. La scala degli eventi accidentali può essere ciclopica: la diga Sayano-Shushenskaya ne è un buon esempio. In particolare a Chernobyl, però, l’esplosione è avvenuta a causa di una violazione intenzionale della modalità operativa del reattore, che è stata intrapresa per studiare la possibilità di far funzionare in modo più efficiente una centrale elettrica [nucleare] a bassa capacità». Allora l’esplosione non è stato nemmeno un incidente? «Per lo meno, la procedura avrebbe dovuto essere seguita molto da vicino e da ingegneri di fiducia dei progettisti – bene, forse non alla cieca, ma la stazione prima aveva lavorato per molti anni senza un incidente. Non ci sarebbero dovuto essere alcun esperimento in un sito potenzialmente pericoloso per cercare di migliorarlo. E se era necessario farlo così male, allora non avrebbe dovuto essere fatto nel sito stesso, ma in condizioni di laboratorio e su scala diversa». Oggi, si può andare a fare un giro  Chernobyl, questo è assolutamente sicuro? «E’ abbastanza sicuro, anche se i livelli di radiazione sono parecchio  aumentati. Tali processi sono ancora in corso, anche se non sono molto oggetto di studio. I rivelatori di radiazione sono installati in un certo numero di siti. Non dovrebbe esplodere di nuovo. A proposito, due anni fa, Bellona [ di San Pietroburgo] è andata a Pripyat, guidato dal direttore del centro Nikolai Rybakov». Cosa potrebbe aiutare a prevenire simili tragedie in futuro? «Sarebbe opportuno evitare di costruire centrali nucleari. Credo che l’umanità non richieda così tanta energia. Tre terzi di essa va comunque sprecata, finisce invece col riscaldare il pianeta. Tra l’altro è la stessa cosa che succede con le centrali termoelettriche: il fattore di efficienza è di circa il 30%. Il percorso dello sviluppo del genere umano dovrebbe essere quello di ottimizzare la produzione di energia e l’uso dell’energia, con la transizione verso fonti rinnovabili locali (come ad esempio le centrali eoliche) di capacità relativamente piccola. E per questo abbiamo bisogno di nuove tecnologie, per le quali, a loro volta, abbiamo bisogno di nuove conoscenze. Ecco un ottimo esempio: quando ero uno scolaro, una radio per funzionare necessitava di  200 – 300 watt, oggi, un ricevitore radio della stessa classe consuma solo 0,5 watt,  cioè, il consumo energetico è cambiato 1.000 volte per produrre lo stesso risultato. E’ come se le nuove conoscenze e, per estensione, la nuova tecnologia avessero rimpiazzato quell’energia».

25 aprile 2014

"Moby Prince", la strage delle menzogne

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Articolo tratto da: "L'Espresso". Cliccare qui per la fonte originale. Una partita di calcio, la nebbia, i depistaggi. Tante menzogne, poche verità. E  una certezza: 140 morti. E' quanto resta a 23 anni dalla tragedia del Moby Prince, scontratosi con la petroliera Agip Abruzzo al largo di Livorno, la notte del 10 aprile 1991. Non sono bastate due inchieste, l'ultima chiusa nel 2010, a fare chiarezza. La verità giudiziaria parla di un “tragico incidente”, determinato in parte da “errore umano” e in parte da “fattori casuali concomitanti”, a cominciare dall'insorgenza di un “particolare tipo di nebbia”. Tutti assolti. Non ci sono colpevoli per quei 140 morti, in viaggio da Livorno a Olbia, inghiottiti da un rogo che i soccorsi non sono riusciti a domare: la più grande tragedia della Marina mercantile italiana dal dopoguerra. Tutto rimane avvolto nella nebbia, sulla cui effettiva presenza si sono divise le testimonianze, ma che è stata l'ipotesi investigativa su cui è incardinata la “verità giudiziaria”. A diradare le nebbie che ancora avvolgono la storia del Moby Prince ha provato un giovane regista fiorentino, Manfredi Lucibello, che all'epoca della strage aveva solo 7 anni. “Avevo un vago ricordo di quei fatti”, racconta oggi. “Poi, nel 2009, vidi un servizio che mi colpì. Tutto era molto più grave di quanto pensassi e ancora molto confuso, con tante menzogne e poche verità. Mi appassionai alla storia”. Cominciano le ricerche negli archivi Rai, tra le tante televisioni private che all'epoca arrivarono per prime sul posto, tra video amatoriali e i documenti desecretati dalla procura a conclusione delle indagini. Nasce così “Centoquaranta - La strage dimenticata”, il documentario di Manfredi Lucibello, prodotto da Pulse Media di Roberto Ruini e presentato in anteprima mondiale alla 54esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze. Una ricostruzione fredda, chirurgica, mai retorica, documentale. Un'inchiesta giornalistica, condotta con linguaggio cinematografico, che l'Espresso presenta in esclusiva per ricordare quei morti, aiutare a capire e non rinunciare a cercare quella verità che potrebbe non coincidere con la “verità giudiziaria”, ma che da qualche parte esiste e potrebbe essere ricostruita. Ore 20,45, Camp Nou. Barcellona e Juventus si giocano l'andata di semifinale della Coppa delle coppe. Al fischio di inizio il Moby Prince è ancora nel porto di Livorno per le operazioni di imbarco. Finirà 3-1. Per i bianconeri segna Casiraghi (13'). A difendere i pali c'è Stefano Tacconi. Davanti la coppia Baggio-Schillaci. All'indomani della tragedia i media formulano la prima ipotesi: errore umano. In plancia di comando erano distratti, guardavano la partita e non si sono accorti della petroliera. Ipotesi che poi sarà smentita dall'unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand: comandante e ufficiali erano al loro posto, dove si sono fatti portare alcuni panini per la cena. L'ipotesi della distrazione per la partita, battuta dai media, resterà tuttavia incardinata nell'immaginario collettivo, senza peraltro trovare alcuna conferma ufficiale. E' il vero manto che tutto avvolge e tutto nasconde in questa storia ancora puntellata sulle incertezze. Anche nei processi emergono testimonianze a favore e contro questa ipotesi. La nave è salpata dal porto di Livorno alle 22,03. Il primo “Mayday” partito dalla Agip Abruzzo è delle 22,25. Si parla di collisione, di una “bettolina” che si è schiantata con la petroliera, di un incendio furioso a bordo. L'avvisatore marittimo portuale di quella notte parla di mare calmo e visibilità discreta. Poi c'è il video D'Alesio, ripreso da una terrazza da un cittadino, che dimostra che la nebbia, se c'era, non era evidente. Un mistero che non è mai giunto a una conclusione certa. “La nebbia è la grande giustificazione di questo caso”, dice il regista. “Le indagini e i processi sono state incardinate sul presupposto che c'era. Ma se proviamo a togliere la nebbia cambia tutto. Un mantello che ha protetto tante persone, tante cause diverse ma accomunate dall'obiettivo di coprire o minimizzare le responsabilità”. Inoltre, anche ammettendo la presenza di un banco di nebbia, quali giustificazioni si potrebbero imputargli? Non occorre essere marinai esperti per sapere che la nebbia in mare non è un vero ostacolo, non almeno da quando la navigazione è strumentale. Ci sono radar, segnalatori visivi e acustici. Attrezzature sofisticate in dotazione sia alle petroliere sia ai traghetti di linea. E' uno degli aspetti più clamorosi e inquietanti della vicenda. Secondo la ricostruzione ufficiale, quella notte, la Moby Prince, complice un improvviso banco di nebbia, affonda la prua nella Agip Abruzzo, alla fonda 2,7 miglia a largo del porto di Livorno. Il petrolio fuoriuscito dalla nave investe la prua del traghetto e si incendia trasformando il Moby in una tomba galleggiante. Ma in una delle tante ispezioni successive alla tragedia, i periti trovano tracce di Semtex, sotto la linea di galleggiamento, nell'area sottostante la plancia di comando. Il Semtex è l'esplosivo delle stragi di Stato. Utilizzato per l'attentato al treno Italicus nel 1972 e in via D'Amelio a Palermo, è il simbolo della strategia della tensione che ha segnato la storia della Prima Repubblica. Ma, nonostante le tracce, i periti non sono riusciti a stabilire se ci fosse esplosivo a bordo della nave. Così le ipotesi si riducono a due: 1) C'era il Semtex all'interno del traghetto; 2) Se così non era, bisogna capire chi lo ha messo in un secondo momento e perché. Uno dei tanti depistaggi che, come vedremo, hanno inquinato i venti anni di indagini sul Moby. Un tentativo di spostare la responsabilità dei risarcimenti sullo Stato? Domande che ancora non hanno trovato una risposta né responsabili. Il “Mayday” parte alle 22,25 dalla petroliera Agip Abruzzo. Ed è un Mayday forviante per tre motivi: 1) Indica in una “bettolina” l'imbarcazione entrata in collisione con la nave; “E' stato come scambiare un insetto con un elefante”, dichiarerà poi Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby. 2) Il comandante dell'Agip concentra quindi le richieste di aiuto sulla petroliera, “siamo in fiamme”, contribuendo ai ritardi nei soccorsi alla nave passeggeri, individuata solo un'ora e venti dopo la collisione. 3) Indica la posizione della petroliera con “la prua a sud”. Una circostanza che, secondo la ricostruzione dei periti, in base alle coordinate, posizionerebbe la nave alla fonda in un cono d'acqua protetto dal divieto di ancoraggio e pesca per non intralciare il canale di uscita dal porto. In un secondo momento, la nave viene posizionata con la prua a nord. Dove sta la verità? Impossibile accertarlo. Anche perché, in seguito, il comandante Renato Superina, si avvale della facoltà di non rispondere. Inoltre, la petroliera non aveva le luci accese, circostanza che, di nuovo, pone più di un dubbio sull'effettiva presenza della nebbia quella notte. Siamo così giunti ai depistaggi. Le manomissioni, che saranno costanti, cominciano fin dalle ore successive il ricovero in porto del Moby. Il giorno dopo la strage, il comando del pilota automatico della Moby viene modificato da manuale a automatico. Il colpevole di questa manovra, poi individuato, si dichiarerà reo confesso. Dal traghetto spariscono l'orologio, la scatola nera, vengono sostituiti vari pezzi, comprese alcune valvole in plastica (una vera e propria offesa all'intelligenza trattandosi di una nave completamente bruciata). Dopo sette anni, la nave, semiaffondata nel porto di Livorno, viene recuperata e portata in Turchia per la demolizione. Un ultimo viaggio su un mare di misteri. Tra le ipotesi emerse per spiegare il caos ingiustificabile di quella notte, c'è anche il traffico d'armi. Una tesi emersa nel 2006. Mentre il Moby usciva dal porto, l'attività in quello specchio di mare era talmente intensa da far perdere il controllo dei radar. Si era parlato di tre navi americane di rientro dalla Guerra del Golfo. Ma, come poi è stato accertato, le navi americane in navigazione in realtà sarebbero state sette. E c'era la October 2, nave italo-somala che doveva fare la spola per il pesce, e sulla quale avrebbe poi indagato la giornalista Ilaria Alpi per presunti commerci di rifiuti tossici e armi. E c'era la nave “fantasma” Theresa, mai rintracciata, salvo poi accertare che si trattava della Gallant 2, nave militare Usa che dopo l'allarme si allontanò dalla zona. E' l'ultimo aspetto, il più drammatico, di questa intricata vicenda. Un'ora e venti per rendersi conto che c'era una nave alla deriva, in fiamme e carica di persone (66 membri dell'equipaggio e 75 passeggeri). Una “colpa” che si è cercato di cancellare  sostenendo che dopo 30 minuti a bordo erano tutti morti. Circostanza smentita  dalle analisi dei periti. Nonostante l'incendio, la vita a bordo sarebbe durata per ore, come dimostrerebbe anche un video ripreso da un elicottero dei Carabinieri con l'immagine di un passeggero. Il suo corpo, sdraiato sulle lamiere, nel filmato è ancora integro. La mattina sarà ritrovato nella stessa posizione, ma carbonizzato.  Il documentario di Lucibello, “Centoquaranta – La strage dimenticata”, mette in fila con distacco tutte le ipotesi: le poche certezze e le tante menzogne, certe, di questa storia. Un racconto filmico, senza pregiudizi, senza sposare alcuna tesi, dal quale emerge con forza un quadro di responsabilità molteplici. In tutti i pezzi rimessi insieme da Lucibello c'è un po' di verità. Verità che chi doveva giudicare non ha saputo cogliere, forse, con tutta l'evidenza dei fatti. Adesso due richieste pendono in parlamento per la riapertura del caso. Una commissione di inchiesta è chiesta dai deputati di Sel alla Camera e una dal Movimento 5 Stelle al Senato. Sono forse l'ultima speranza di fare luce sulla strage e dare un minimo di giustizia ai familiari delle vittime. “La verità è che chi doveva cercare giustizia aveva gli elementi per farlo, ma non l'ha fatto”, racconta all'Espresso Manfredi Lucibello. “Arando gli archivi ci si rende conto che ci sono piccoli sprazzi di verità, ma sono stati affrontati con troppa sufficienza”. Esempio eclatante di come sono state condotte le indagini è il caso della nave Theresa che, dopo essere apparsa nei canali di soccorso, “This is Theresa moving out”, è sparita nel nulla. Per anni si è cercato di rintracciarla inutilmente. Bastava confrontare la registrazione della Theresa con la voce che proveniva dalla Gallant 2, nave americana che operava nella zona, per rendersi conto che si trattava della stessa unità. Adesso restano il dolore dei familiari delle vittime, che hanno dato vita a due associazioni: “140”, presieduta da Loris Rispoli, e “10 Aprile” di Angelo Chessa, figlio di Ugo Chessa, comandante del Moby Prince. Restano i 74 minuti del documentario di Manfredi Lucibello, frutto di due anni di lavoro, e un video molto più breve. E' il “video Canu”, sopravvissuto al rogo: vi si vede la piccola Ilenia Canu, un anno, sgambettare nel salone del Moby Prince poco prima della collisione. Il video amatoriale, girato dal papà, doveva testimoniare il viaggio verso la Sardegna dove il nonno, che non l'aveva mai incontrata, aspettava di fare la conoscenza della nipotina.

22 gennaio 2014

"E' lieve il tuo bacio sulla fronte", Caterina ricorda Rocco Chinnici

"Gesti e parole per la legalità", premio a Caterina Chinnici al "Kaos"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Articolo tratto da "Agrigento Notizie". Cliccare qui per l'articolo originale. Va al magistrato Caterina Chinnici, per il libro che racconta la storia e gli insegnamenti del padre ucciso dalla mafia, il premio “Gesti e parole di legalità” assegnato nell’ambito della prima edizione del  “Kaos - festival dell'editoria, della legalità e dell'identità siciliana” che si svolgerà il 25 e 26 gennaio prossimi a Montallegro (Agrigento). Il libro di Caterina Chinnici, dal titolo “E’ lieve il tuo bacio sulla fronte” e pubblicato da Feltrinelli, racconta di quel tragico 29 luglio 1983 in cui la mafia fece esplodere, in via Federico Pipitone a Palermo, l’autobomba che uccise il giudice Rocco Chinnici, gli uomini della sua scorta e il portiere del palazzo dove il magistrato viveva insieme alla moglie e ai figli. Il giudice Chinnici viene ricordato come “l’innovatore e precursore dei tempi, che aveva intuito che, per contrastare efficacemente il fenomeno mafioso, era necessario riunire differenti filoni di indagine, comporre tutte le informazioni e le conoscenze che ne derivavano. Per farlo, riunì sotto la sua guida un gruppo di giudici istruttori: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello. L'anno dopo la sua morte il gruppo prenderà il nome di pool antimafia”. Dopo tanti anni di silenzio, Caterina Chinnici, la figlia primogenita - a sua volta magistrato impegnato nella lotta alla mafia – ha scelto di ricordare il sacrificio del padre raccontando anche i momenti di vita familiare e spiegando come lei, i suoi fratelli e la madre abbiano imparato nuovamente a vivere dopo la strage e siano riusciti a decidere di perdonare, “l'unico modo per sentirsi degni del messaggio altissimo di un padre e un marito molto amato”. "Gesti e parole per la legalità", premio a Caterina Chinnici al "Kaos" “Ci siamo protetti per trent'anni - ha detto Caterina Chinnici - dietro uno scudo di riservatezza, ma mi sono detta che forse era il momento di raccontarlo, questo giudice, dandogli sulla carta la forma che ha per me e che riconosco come sua: con tanto di manone e voce tonante, con la delicatezza struggente che usava con tutti noi e la forza incrollabile che ci ha tenuto in piedi anche dopo la sua morte”. “Abbiamo scelto di premiare Caterina Chinnici - dichiara il direttore artistico della manifestazione Peppe Zambito – per l’importanza del messaggio di legalità che manda con il suo libro ma anche con il suo impegno per la giustizia, così come fece il padre. Il premio ‘Gesti e parole di legalità’ è un modo simbolico per onorare la memoria di quanti hanno pagato con la vita il loro impegno contro la mafia ma anche per incoraggiare quanti quotidianamente combattono soprusi e sopraffazioni”. Il “Kaos” sarà il primo weekend letterario organizzato a Montallegro, il piccolo centro agrigentino a due passi della riserva naturale di Torre Salsa che diventerà meta per gli amanti della cultura, dell'arte e del patrimonio enogastronomico della Sicilia. Uno spazio fiera, mostre e convegni - oltre a scrittori, editori, librai, editori, artisti, operatori economici dell'artigianato e dei prodotti tipici siciliani - accoglierà i visitatori nell’auditorium comunale al Viale della vittoria.


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26 dicembre 2013

"Ant" premia "Hera" per la lotta contro i tumori (nonostante gli inceneritori)

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Articolo tratto da: Il Fatto Quotidiano, Marco Zavagli, clicca qui.
In un mondo dove Vladimir Putin viene candidato al Nobel per la pace e dove la Monsanto rischia di vedersi affibbiato quello all’agricoltura, non deve stupire più di tanto se – con le dovute proporzioni – l’Ant premia il Gruppo Hera. Già. La società che vede come soci numerosi comuni dell’Emilia-Romagna e che gestisce lo smaltimento dei rifiuti in mezza regione è tornata a casa da Milano con il riconoscimento speciale ‘Coscienza civile e solidarietà’. A selezionarla e consegnarle il premio è stata la Fondazione che fa capo all’associazione per lo studio e la cura dei tumori.
Il premio, spiega una nota di Hera, “sottolinea la sensibilità dell’azienda che nel 2013 ha deciso di offrire ai dipendenti di tutte le società del Gruppo un pacchetto di visite preventive gratuite per melanoma, tumori mammari e della tiroide”. Più che encomiabile. Non va dimenticato però che una buona fetta del profitto della multiservizi si basa sullo smaltimento dei rifiuti tramite combustione. E di inceneritori (“termovalorizzatori” per usare la parola edulcorata che esce a ogni presentazione pubblica) Hera ne ha costruiti otto. Sette in Emilia- Romagna (Ferrara, Ravenna, Modena, Bologna, Forlì-Cesena, Rimini) e uno a Isernia. E, per quanto l’inceneritore di Hera sia preferibile alla discarica e per quanto possa essere all’avanguardia in tema di abbattimento delle emissioni, non si può dire che respirare dai suoi camini sia come fare l’aerosol. Anzi. Che ci sia una correlazione tra insorgenza di tumori e l’esposizione a diossine e micropolveri derivanti da inceneritori e attività industriali è ormai pacifico.
Nemmeno Bersani potrebbe negarlo. Perché Bersani? Serve un breve excursus. Il Pierluigi nazionale nell’ottobre 2007 da Ministro dello sviluppo economico scrisse ai colleghi Turco (Salute) e Mastella (Giustizia? … sì Giustizia…) per chiedere provvedimenti contro i medici che si erano schierati contro l’inceneritore ferrarese. Il buon Pierluigi in realtà si era scagliato contro l’intera federazione regionale dei medici, che pregava gli amministratori locali di non concedere nullaosta alla costruzione di nuovi impianti. “Una richiesta suscettibile di procurare un grave allarme nella popolazione interessata” tuonava Bersani, chiedendo “l’adozione di tutte le misure ritenute necessarie, anche non solo disciplinari, nei confronti dei responsabili”. Perché spendere tante righe su Bersani quando nemmeno il suo partito le spenderebbe? Perché – e qui mi collego con il tema di questo post -, l’allarme nella popolazione interessata (quantomeno la preoccupazione) era già sorto.
Ferrara ad esempio, città che oltre all’inceneritore conta anche la presenza di una turbogas da far invidia a Tokyo e un petrolchimico appena fuori mura, vanta una percentuale di tumori da… nobel della statistica. “In tutto il nord-est italiano – faceva sapere Medicina democratica nel 2009 -, da Firenze a Trieste, Ferrara risulta essere al 1º posto per l’incidenza di cancro nelle femmine e al 2º per i maschi. Il primato è in particolare per i tumori ai polmoni e alle vie respiratorie, al colon-retto e alla cervice dell’utero; ma siamo ben ‘piazzati’ per molte altre patologie neoplastiche”. Un “allarme”, per rimanere nel gergo dello smacchiatore, che derivava dall’analisi dei rilevamenti dell’Airtum (dal 1998 al 2003: www.registri-tumori.it) e confermati dalla reportistica regionale della sanità dell’Emilia-Romagna, aggiornati al 2007 (quando Bersani attaccava i medici apostati). Va concesso che i dati dell’Associazione italiana registri tumori erano basati sui registri tumori attivi allora in Italia e che coprivano solo il 32% della popolazione. Chissà se la Fondazione Ant leggerà questi dati. Nell’attesa, ci aspettiamo a breve la candidatura di Bersani al Nobel per la Salute.

22 dicembre 2013

Come la micro-plastica contamina il pesce che mangiamo

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Sappiamo ormai da tempo che il pesce che mangiamo è esposto a sostanze chimiche tossiche nei fiumi, aree costiere ed oceani dove vive. Negli anni passati la sostanza alla quale si è data maggiore attenzione è stato il mercurio, che ha dimostrato di essere molto pericoloso per la salute umana, ma  è solo uno di una serie di inquinanti sintetici e biologici che i pesci possono ingerire e assorbire nel loro tessuti. Ad attrarre l’attenzione negli ultimi anni sono state soprattutto le plastiche che finiscono in mare a causa di una pessima gestione del loro smaltimento, e (peggio) dell’occasione sprecata del loro riciclo, che finisce per tradursi nello scarico negli oceani di sostanze chimiche. Uno spreco di materie prime preziose che lo studio “Ingested plastic transfers hazardous chemicals to fish and induces hepatic stress” pubblicato su Nature, Scientific Reports  traduce nell’impatto sull’ambiente e la salute umana delle particelle di plastica ingerite dai pesci.
Un team di ricercatori statunitensi sottolinea che «Negli  habitat acquatici, a livello mondiale, si accumulano  detriti dei rifiuti di plastica, la maggioranza dei quali è microscopica e viene ingerita da una vasta gamma di specie. I rischi associati a questi piccoli frammenti provengono dal materiale stesso e dagli inquinanti chimici che le acque circostanti assorbono da loro. I rischi connessi al complesso mix di plastica e sostanze inquinanti accumulate sono in gran parte sconosciuti». Lo studio dimostra che  i pesci esposti ad una miscela di polietilene con inquinanti chimici bioaccumulano questi inquinanti chimici e sviluppano tossicità e patologie epatiche. Inoltre i ricercatori evidenziano che «Anche i pesci alimentati con frammenti di polietilene vergine mostrano segni di stress, anche se meno gravi dei pesci nutriti con frammenti di polietilene marino».
Lo studio è importante perché fornisce informazioni di base per quanto riguarda il bioaccumulo di sostanze chimiche e sugli effetti sulla salute associati all’ingestione di plastica nei pesci e dimostra  che  che le valutazioni future dovrebbero prendere in considerazione il complesso mix di materiali plastici e delle sostanze chimiche inquinanti.
Come spiega Chelsea Rochman , una ricercatrice dell’Aquatic Health Program, della School of Veterinary Medicine dell’Università di California –  Davis, «L’oceano è fondamentalmente un water per tutti i nostri inquinanti chimici e per  rifiuti in generale, Alla fine abbiamo cominciato a vedere un alto livello di questi contaminanti nella catena alimentare, nel pesce e nella fauna selvatica».
Si sapeva da tempo che le sostanze chimiche risalgono lungo la catena alimentare, accumulandosi via via nei predatori ed arrivando fino all’uomo. E’ per questo che specie come il tonno e il pesce spada, tendono ad avere più alti livelli di mercurio, bifenili policlorurati (Pcb) e diossine. Quello che gli scienziati non sapevano era esattamente quale ruolo giocano le materie plastiche nel trasferimento di queste sostanze chimiche nella catena alimentare. Per scoprirlo, la Rochman ed il suo team hanno nutrito in tre modi differenti i medaka giapponesi (Oryzias latipes),  pesci che vengono spesso utilizzati negli esperimenti scientifici.
Ad un gruppo di Medaka è stato dato normale cibo per pesci, un altro ha fatto una dieta “ripulita” dalla plastica (senza inquinanti), il terzo gruppo è stato cibato per un 10% per cento di plastica che era stata immersa nella baia di San Diego per diversi mesi . Quando, due mesi dopo, i pesci sono stati testati, i ricercatori hanno scoperto che quelli che avevano fatto una dieta con presenza di plastica “marina”, avevano livelli molto più alti di inquinanti organici persistenti.
La Rochman ha detto alla radio nazionale Usa Npr che «Le materie plastiche, quando finiscono in mare, sono una spugna per le sostanze chimiche che sono già là fuori. Abbiamo scoperto che quando la plastica interagisce con i succhi nello stomaco, i prodotti chimici fuoriescono dalla plastica e vengono rasferiti nel sangue o nei tessuti».  I pesci con la dieta contenente plastica marina avevano anche più probabilità di avere tumori e problemi al fegato.
Il problema è che è impossibile sapere se un dato pesce che acquistiamo al mercato abbia consumato così tanta plastica, ma le scoperte hanno comunque implicazioni per la salute umana e la Rochman fa notare che «Un sacco di persone mangiano continuamente prodotti del mare ed i pesci stanno mangiando plastica per tutto il tempo, quindi penso che sia un problema».
Secondo l’autore di Garbology  Edward Humes, il peso della plastica non raccolta, smaltita, ruiciclata e riutilizzata che finisce in mare ogni anno equivale al peso di 40 portaerei e ci sono 5 grandi vortici di particelle spazzatura che si addensano negli oceani Indiano, Atlantico e Pacifico solo. Il più famigerato di questi vortici è il Great Pacific Garbage Patch.  Questi “gyres”  contengono «Plastica che è stata esposta alle intemperie e frammentata, a secondo degli elementi, in questi piccoli pezzi e sta entrando sempre più nella catena alimentare. I pesci potrebbero incontrare la plastica in questi gyres oceanici, ma anche molto più vicino alla costa».
Ma le contaminazione di alcuni pesci non sembra così elevata da annullare i benefici del loro consumo alimentare e dei loro acidi grassi omega-3 e molti ricercatori sostengono gli statunitensi dovrebbero aumentare il loro consumo di pesce e che comunque i livelli di diossine, Pcb ed altre sostanze chimiche tossiche nei pesci sono generalmente troppo bassi per costituire una preoccupazione.
L’Environmental Protection Agency Usa e le agenzie alimentari europee emettono allarmi  per avvertire i consumatori quando i pesci vengono contaminati da sostanze chimiche, ma molto del pesce consumato negli Usa e nell’Ue viene da mari di Paesi stranieri non monitorati e solo una piccola parte del pesce importato viene sottoposta a test sui contaminanti.
La Rochman dice che dopo la sua ricerca sulla tossicologia marina l’ha convinto a mangia il pesce non più di due volte alla settimana e consiglia di eliminare del tutto dalla dieta specie predatrici al culmine della catena alimentare, come il pesce spada. (Fonte post, Greenreport, articolo di Umberto Mazzantini, clicca qui)

08 giugno 2013

La mancata cattura di Bernardo Provenzano

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni
Bernardo Provenzano viene catturato l'11 aprile del 2006, in una masseria di Montagna dei Cavalli, a due chilometri da Corleone. Finisce così una latitanza iniziata 43 anni prima, nel 1963. 'Binnu' non oppone resistenza, circondato da pizzini, cicoria e letture sacre: una 'cartolina' che alimenterà per alcuni il mito della mafia "coppola e lupara".
Oggi Provenzano sarebbe dovuto essere fra gli imputati del processo sulla trattativa Stato-mafia, ma la sua posizione è stata stralciata per "motivi di salute". Avrebbe tentato di uccidersi soffocandosi con una busta di plastica (il Dap ha sollevato dubbi sulla dinamica) , è caduto più di una volta, l'ultima è addirittura entrato in coma. Il tutto mentre alcune 'voci' (mai ufficiali) lo descrivono vicino ad una collaborazione. Un video mandato in onda da Servizio Pubblico lo riprende con il figlio minore durante un colloquio nel carcere di Parma: a precisa domanda risponde di essere stato picchiato.

Se Provenzano collaborasse sarebbe riduttivo parlare di terremoto. Lui sa tutto di quello che accadde tra il 1992 e il 1994, è stato uno dei massimi beneficiari della trattativa. Quando la strategia stragista si conclude e viene dato ufficialmente il via alla Seconda Repubblica, il sommergibile Cosa Nostra si inabissa, va talmente in profondità da rendersi invisibile ai radar.
Cosa Nostra 'viene sconfitta', decimata dagli arresti. Lo Stato ha reagito, lo scontro finale con la Cupola ha visto uscire le istituzioni vincenti, il sacrificio di Falcone-Borsellino, degli uomini della scorte e delle 'vittime collaterali' di Firenze e Milano, non è stato vano. Manca solo l'ultimo tassello: catturare Provenzano. Ma è talmente furbo da sfuggire alla cattura, da rendersi invisibile.  E' quello che ci hanno raccontato.
Gli anni passano, la politica può andare in televisione, mostrare una presunta faccia antimafia e commuoversi il 23 maggio e il 19 luglio. Ma i collaboratori di giustizia parlano, magistrati isolati indagano, alcune vicende escono fuori: diventano frammenti di quello che assomiglia ad un puzzle ancora confuso. Il quadro che verrà fuori è quello della trattativa Stato-mafia, dove le 'coincidenze' si susseguono.
1) La nota inviata a tutte le prefetture d'Itaia dal capo della Polizia Vincenzo Parisi, in cui si delinea la strategia stragista di Cosa Nostra: è il 16 marzo 1992, appena quattro giorni dopo l'omicidio Lima (leggi).
2) La frenetica attività di Paolo Borsellino prima di essere ucciso: la "mafia in diretta" che racconta alla moglie Agnese, l'incontro con il Ros e quello con Nicola Mancino (il presunto referente istituzionale della prima trattiva), l'intervista in cui, primo fra tutti, descrive una Cupola divisa in due tra Riina e Provenzano, la scomparsa dell'Agenda Rossa da via d'Amelio (leggi)
3) La mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993 (leggi).
4) Le bombe del 1993, le note del Dap sul 41bis e il ritiro del carcere duro a 474 detenuti, una delle richieste principali contenute nel Papello (leggi).
5) Il depistaggio sulla strage di via d'Amelio (leggi).
6) L'operazione Botticelli ("iniziata nel maggio-giugno 1992" secondo il consulente Cartotto) portata avanti da Marcello Dell'Utri, co-fondatore di Forza Italia, indicato da tre diverse sentenze come colluso con Cosa Nostra fin dagli anni Settanta. I due incontri con il boss Vittorio Mangano nel novembre 1993 mentre Cosa Nostra progetta l'attentato all'Olimpico di Roma (leggi).
7) La fine della strategia stragista e l'inabissamento di Cosa Nostra, senza alcun apparente motivo.
8) Le leggi che verranno approvate e/o proposte nel corso degli anni successivi, curiosamente contenute nel Papello o che strizzano l'occhio alle mafie: chiusura supercarceri, riforma 41bis, riforma legge pentiti, dissociazione dei mafiosi in carcere, gli scudi fiscali, l'abolizione dell'ergastolo, la vendita dei beni confiscati (leggi).
Nella lunga lista delle coincidenze ne esiste una nona, tra le meno raccontate: la lunga latitanza di Bernardo Provenzano. Massimo Ciancimino racconta che 'Binnu' incontrava spesso don Vito nell'estate del 1992. Curioso che il Ros 'agganci' l'ex sindaco mafioso di Palermo senza tenerlo costantemente sotto controllo. Nulla in confronto a quanto accade tra il 1994 e il 1996, quando le stragi di mafia sono già state archiviate. "Provenzano era in missione per conto di Cosa Nostra" dichiarerà il pentito Nino Giuffrè, uno dei luogotenenti del boss durante la latitanza.
Settembre 1993. Il tenente colonnello del Ros Michele Riccio, al tempo numero 1 della Dia di Genova, si imbatte nel mafioso Luigi Ilardo. Chi è Riccio? Ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa negli anni della lotta al terrorismo, e con il futuro capo della Polizia Gianni De Gennaro, che a metà degli anni Ottanta collaborò con Giovanni Falcone durante l'estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta.
Riccio non è uno sprovveduto, e quando Ilardo (detenuto nel carcere di Lecce) chiede di parlare con lui, sa con chi ha a che fare. Ilardo non è come Vincenzo Scarantino, un criminale di bassa lega che in quelle stesse settimane la Procura di Caltanissetta indica come uno degli esecutori materiali della strage di via d'Amelio.
Quello che diventerà un confidente del Ros è un mafioso di livello, legato alla famiglia Madonia (nipote del boss Ciccio Madonia) di Caltanissetta. Ilardo vuole lasciare la Cupola: come molti altri collaboratori o testimoni giustizia non riesce a spiegarsi il perchè delle bombe a Firenze, Roma e Milano, che non hanno fatto ucciso 'sbirri' o 'nemici di Cosa Nostra', ma gente comune. Neanche Ilardo è uno sprovveduto, conosce i legami tra la mafia e 'pezzi dello Stato'. Riccio lo incontra più volte e capisce che può fidarsi. Ilardo viene trasferito nel carcere di La Spezia e nel gennaio 1994, ufficialmente per 'motivi di salute', il nuovo confidente del Ros è libero. 
Da quel momento Ilardo torna a Catania e fa il doppiogioco, passando una serie di informazioni a Riccio. Informazioni che consentiranno alle forze dell'ordine di colpire i clan, sotto forma di arresti. Ma la posta in gioco è molto più alta: obiettivo Bernardo Provenzano. 'Binnu' ha fatto voltare pagina a Cosa Nostra: solo affari, basta sangue, a meno che non sia strettamente necessario. Ilardo si accredita come uomo di fiducia, uno che può piacere al numero 1 di Cosa Nostra perchè gli è 'simile': cerca la mediazione fra le varie anime della Cupola, il suo scopo principale è condurre in porto gli affari. Il 'picciotto' piace così tanto a Provenzano che quest'ultimo lo convoca per un incontro: è la svolta attesa da Riccio per oltre un anno e mezzo. Il tenente colonnello del Ros scende in Sicilia per seguire da vicino l'evolversi della situazione: a gestire l'operazione non sarà lui ma Mario Mori. Il colonnello che fece agganciare Vito Ciancimino e che gestì in maniera disastrosa (critiche contenute anche nella sentenza che lo ha assolto) la sorveglianza del covo di Riina, perquisito da Cosa Nostra anzichè dallo Stato.
Il 31 ottobre 1995 Luigi Ilardo incontra Bernardo Provenzano in un casolare nella campagna di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Sembra fatta, ma il blitz non scatta. Perchè? Secondo la testimonianza di Riccio, raccolta dalla Procura di Palermo,  Mori voleva che Ilardo raccogliesse "informazioni" per poi fissare un secondo incontro con il boss. Una ricostruzione smentita da Mori, che però non darà mai spiegazione del perchè: "Non ricordo...ero responsabile di una struttura... avevo una serie di problematiche..."
Rientrato alla base Ilardo fa rapporto: descrive tutto minuziosamente, spiega Riccio, ricorda i numeri delle targhe delle auto utilizzate per giungere dal bivio di Mezzojuso fino al casolare, e indica al Ros come arrivarci. Passa una settimana ma i Carabinieri non trovano il casolare. Secondo la ricostruzione fornita da Riccio, il tenente va a prendere Ilardo con la macchina e una notte ripercorrono la strada per arrivare in prossimità del casolare, come scritto nel rapporto. Ma, nonostante tutto, il Ros continua a rispondere di non trovare la strada.
Passano le settimane e i mesi: Ilardo continua a recitare la sua parte con Cosa Nostra, mentre si stanno per concludere le pratiche per farlo entrare ufficialmente nel programma di protezione, passando così dal ruolo di confidente a quello di collaboratore di giustizia. Il 'passaggio ufficiale' è fissato per metà maggio 1996. Ma una settimana prima (il 10 maggio) Ilardo viene assassinato mentre sta rientrando nella sua abitazione di Catania.
Per questa vicenda Mario Mori è imputato per favoreggiamento a Cosa Nostra assieme al colonnello del Ros Mauro Obinu. Il 24 maggio 2013 la Procura di Palermo ha chiesto per il generale una condanna a nove anni di reclusione. 6 anni e sei mesi per Obinu.
A denunciare una possibile copertura della latitanza di Provenzano c'è anche Saverio Masi, maresciallo dell'Arma dei Carabinieri ed oggi caposcorta del pm Nino Di Matteo, uno dei titolari dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Masi ha presentato un esposto presso la Procura di Palermo in cui lancia accuse pesanti e precise: già nel 2001 avrebbe individuato i mafiosi che gestivano la latitanza di 'Binnu', ma i suoi superiori avrebbero imposto lo stop alle indagini. "Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano. Non hai capito niente allora?" le parole che gli avrebbe "urlato" un superiore. Nell'esposto si parla anche di un'altra presunta copertura, quella offerta alla latitanza di Matteo Messina Denaro, successore di Bernardo Provenzano alla guida della Cupola.  
Un esposto 'simile' è stato presentato alla Guardia di Finanza da un altro maresciallo dei Carabinieri, Salvatore Fiducia. Lo scrivono Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sul Fatto Quotidiano del 16 maggio scorso: "Cinque anni prima della cattura di Bernardo Provenzano, i carabinieri di Palermo avevano localizzato un covo del boss in un cascinale della Rocca di Corleone, munito di botola e nascondiglio sotterraneo, a pochi metri da Montagna dei Cavalli: il luogo, cioè, dove il capo di Cosa Nostra venne effettivamente ammanettato l'11 aprile del 2006. A indicare il rifugio segreto, nell'autunno del 2001, era stata la fonte Mata Hari, nome in codice che nascondeva la vedova all'epoca settantenne dello storico padrino di Corleone Michele Navarra, ucciso il 2 agosto 1958... Il racconto della fonte e l'esito dei sopralluoghi vengono condensati in quattro relazioni di servizio che Fiducia sostiene di aver consegnato nell'immediatezza dei fatti ai suoi superiori, in particolare all'allora capitano Vincenzo Nicoletti, comandante del Nucleo operativo di Palermo. Da quel momento, però, il maresciallo non riceve più alcuna notizia, né ulteriori input investigativi: l'indagine su Provenzano pare non aver alcun seguito".
Interrogato sulla vicenda anche Nicoletti dichiarerà ai magistrati di "non ricordare". E' in buona compagnia. (Fonte articolo, International Business Time, clicca qui)