19 aprile 2015

"Cattedrali della cultura 3D", arriva in Italia l'archi-film di Wim Wenders

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Fonte articolo, Abitare, clicca qui. Fonte foto, Abitare, clicca qui, nell'immagine il Salk Institute, La Jolla, Stati Uniti. Buona lettura e... visione (del film).

In “Cattedrali della Cultura 3D” il regista tedesco Wim Wenders, insieme ad altri filmmakers, esplora alcune icone dell’architettura usando le nuove tecnologie. La storia  dei palazzi è fatta da coloro che li pensano e costruiscono e da coloro che li occupano, li osservano, li giudicano. Ma può diventare anche lo spunto di una narrazione cinematografica come dimostra “Cattedrali della Cultura 3D”, il nuovo progetto avviato da Wim Wenders, che sarà nelle sale servite da Nexo Digital come film evento il 21 aprile. L’idea parte dall’utilizzo del 3D, con cui il regista tedesco aveva già raccontato il mito di Pina Bausch, come tecnologia perfetta per descrivere i luoghi: in questo caso infatti lo spettatore non si limita a guardarne una rappresentazione, ma riesce quasi ad abitarli, a entrarvi dentro, «a percepirne l’architettura come un’esperienza in uno spazio reale», spiega Wenders. Perciò l’autore di “Paris, Texas” con l’aiuto di altri 5 colleghi ha deciso di creare un tributo a sei edifici, che rappresentano non soltanto un’ideale di bellezza architettonica, ma anche una manifestazione delle migliori doti dell’uomo. Wenders ci porta fuori e dentro la Filarmonica della sua Berlino, per visitare uno dei simboli della Germania che ha saputo abbattere le ideologie e si è saputa rinnovare, mentre gli altri filmmaker si dedicano ad altri luoghi cari: Michael Glawogger racconta la Biblioteca nazionale russa di San Pietroburgo e indaga i segreti del sapere racchiuso in essa, Michael Madsen cerca di descrivere le meraviglie non solo progettuali del carcere di Halden, ritenuta la prigione più rispettosa al mondo delle condizioni dei condannati. E poi ancora Robert Redford esalta gli spazi e la filosofia dietro la costruzione del Salk Institute, costruito da Louis Khan su richiesta del virologo Jonas Salk, mentre Margreth Olin celebra l’Opera House di Oslo, divenuto uno dei simboli della capitale norvegese. Dulcis in fundo Karim Ainouz dedica il suo capitolo al Centre Pompidou, quella strana e utopica costruzione Anni Settanta posta nel centro di Parigi che sembra stridere con i palazzi centenari che lo circondano, ma da quasi 40 anni sorprende chi la vede per la prima volta e torna a visitarla per la sua impagabile offerta culturale.

15 aprile 2015

Debito pubblico, l'Italia ricorrerà a nuove privatizzazioni?

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Siamo il primo mercato europeo del debito pubblico, tornare indietro sarà molto dura. Il governo Renzi sembra volerci provare (o almeno iniziare a provarci), metodi e tempistiche, condivisibili o meno, proviamo a capirne di più.
Al 2015 il sentiero per avviare il rientro dal debito pubblico tricolore sembra davvero stretto e, purtroppo, occorre comunque "passare".
Se con una ruspa o con mezzi meno invasivi o maggiormente oculati (più o meno strategici), ecco, forse è il caso di porsi il problema e parlarne apertamente. Soprattutto con un sistema-paese che ha il fiato corto.
Perchè, magari, al posto dell'escavatore, in questo preciso momento storico-economico si potrebbe utilizzare una semplice autovettura. Non oltrepassando l'orizzonte delle Alpi, il nostro Paese viene da anni di bassa crescita, stagnazione, esercizi culminati poi in marcate spirali recessive.
Il Governo Renzi, per molteplici ragioni, scopre oggi lo stock di debito pubblico ed è intenzionato nel periodo temporale 2015-2018 a porvi parziale rimedio avviando manovre di riduzione dello stesso. Misura lodevole.
In che modo? In questi casi, non so perchè, fiuto come la frase: "E' severamente vietato parlare al conducente".
Per capirne di più basta partire da non troppo lontano. Il debito, in fin dei conti, ha una sua memoria storica.
Prima del nuovo secolo l'Italia annoverava uno stock di debito pubblico (qui) rapportato al suo prodotto interno lordo (qui) pari a circa il 119%-121%, spicciolo più spicciolo meno.
Rapporto molto preoccupante perchè denotava un ricorso strutturale al debito pur di far "camminare" lo stivale.
Prima dell'anno 2000 furono scelti una serie di provvedimenti per iniziare il graduale rientro tra cui anche le cosiddette privatizzazioni. Finì come abbiamo visto e nei fatti fu un metodo sostanzialmente sbagliato. 
Perchè errato? Perchè privatizzare per abbattere il debito pubblico significa a grandi linee sostituire attività reali a debito finanziario nel conto patrimoniale dello stato. Ed è meglio non pensare a quale fu il destino di alcune ex imprese a controllo centrale parzialmente privatizzate o privatizzate nella loro quasi interezza.
Il Trattato di Maastricht (qui) peraltro incombeva con le sue date e Italia e Belgio dato il loro stock furono, se non sbaglio, non a caso "derogate/esentate".
La storia chiaramente insegna, ma in Italia abbiamo la memoria corta e oggi pure il portafogli vuoto. Così sebbene quanto accaduto sia sotto gli occhi di molti, oggi si torna a parlare di misure similari per ridurre lo stock. Manchiamo forse d'ingegno? No. Manchiamo di coraggio.
Alla fine degli anni '90 privatizzata una parte del patrimonio industriale statale con funzione pubblica, il debito non si ridusse granche, anzi, tornò addirittura, neppure un decennio dopo, a segnare nuovi massimi. 
Effetto poi chiaramente amplificato dalla crisi internazionale maturata verso la fine dello scorso decennio.
Oggi il rapporto debito pubblico/Pil supera la quota del 130%, precisamente toccherà nel 2015 il valore del 132,5% secondo il Ministero dell'Economia. Si pongono chiaramente serie preoccupazioni su una possibile solvibilità del sistema Italia in un arco temporale non lungo.
E dato l'allarme, legittimo, andrebbe ben compreso chi oggi detiene il nostro debito pubblico. Se, infatti, sempre negli anni '90, l'origine del nostro stock era principalmente di fonte interna, cioè assimilabile al cittadino italiano, probabilmente si è avuta nei decenni successivi una profonda variazione nella sua struttura con ovvie ripercussioni in più ambiti. 
I titoli del debito sono passati in portafogli diversi da quelli dei decenni precedenti e magari il potere contrattuale di chi attualmente lo detiene è anche diverso. Wikipedia riporta: "Il debito pubblico italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro nel 2010 (superando i 2.000 miliardi all'inizio del 2013), era composto nel 2010 per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni), quasi completamente a tasso fisso. La vita residua media del debito pubblico italiano è di 7,8 anni. Inoltre, il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d'Italia o da istituzioni finanziarie italiane. Il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% è allocato all'estero. Tuttavia la parte di debito allocato all'estero è in costante, anche se lenta, crescita".
Nei fatti siamo a livelli non più sostenibili per un'economia matura avvitata peraltro in spirali di stagnazione, recessione e bassa crescita da anni. Rientrare, ma che strada scegliere? Privatizzare o cedere parzialmente quote industriali è davvero risolutivo?
Pier Carlo Padoan, attuale inquilino di Via XX settembre (qui), pochi giorni fa durante la presentazione del "Def" (qui) ha riaperto il tema della riduzione del debito per mezzo delle privatizzazioni.
Occorre "arginare" la montagna del debito, far fronte alla spesa corrente inerente lo stesso e quindi bisogna agire anche su "suggerimento" di Bruxelles.
Ma così, forse, la montagna dei rimedi rischia di partorire nuovamente il topolino. Il sentiero si restringe e il vicolo diventa sempre più cieco.
Cosa privatizzerebbe esattamente l'Italia? Si parla di Poste Italiane (progetto giudicato ambizioso), un'ulteriore quota di Enel, Ferrovie dello Stato, Enav ecc ecc.
Soprattutto, qui una discriminante di non poco conto: si tratterebbe di vere privatizzazioni o di cessioni parziali?
E se questa dovesse risultare davvero la via intrapresa, oltre al metodo si pone un problema di tempistica: è davvero il momento (conveniente) di cedere ulteriori quote di controllo di imprese statali aventi funzione pubblica?
La tematica si sa è scivolosa come il debito che va coperto, perchè va coperto, e abbiamo di fronte a noi un tavolo con la tovaglia più corta dello stesso. Dove si copre si scopre. Abbiamo banchettato per troppi anni senza volgere lo sguardo verso le generazioni future, perchè il debito grava economicamente su di esse, è una traslazione. Dal tacco, quindi, arrivando all'imboccatura dello stivale, non possiamo permetterci ulteriori passi falsi.
La realtà storico economica dice che privatizzare per ridurre lo stock non "paga" molto, non è una misura lungimirante. Però il Ministero dell'Economia sembra fare sul serio e parla di un rapporto debito/Pil al 2015 del 132,5% (appunto) per toccare poi il 123,4% nel 2018. 
Mettiamo un po' di spicci sulla tovaglia: in soldoni si parlerebbe di 26 miliardi di Euro derivanti da privatizzazioni e a copertura del cosiddetto debito, stando a "Il Fatto Quotidiano", qui l'articolo. 
Pensiamo ora allo stock di debito e alla sua spesa annuale per interessi: si può serenamente dire che le privatizzazioni porterebbero davvero centesimi.
Wikipedia riporta: "La spesa per gli interessi corrisposti ai detentori delle obbligazioni statali è detta servizio del debito e costa all'Italia circa 80 miliardi di euro annui. La spesa per interessi per il 2012 è pari a circa 86 miliardi di euro". Meglio non aggiornare il dato.
I numeri generalmente non mi piacciono perchè sono cinici, così asettici sono significativi al tempo stesso perchè danno misura, una maledetta misura. 
Ma se di numeri bisogna parlare perchè non intervenire su ciò che genera davvero il nostro debito? E cioè i flussi di spesa pubblica che non vengono davvero ridotti e che non generano vera crescita,  spesa spesso improduttiva, clientelare. 
Intervenire si può ed efficacemente. Lì occorre agire. Lì occorre coraggio. E in questo ambito si può fare moltissimo, ancora di più.
"Vendere" per arginare un debito quando si può intervenire su altre leve è una misura sbagliata e un po' disperata. Si rischia di dare respiro oggi per avere nuovamente poco ossigeno domani e le scelte macroeconomiche richiedono lungimiranza non soluzioni tampone.
Siamo il primo mercato europeo del debito pubblico, su questo abbiamo costruito la nostra forza e il nostro parziale disastro, lo abbiamo fatto per decenni permettendo che ogni nuovo nato avesse sulle spalle, fin dal primo respiro, un fardello immateriale, ideale, troppo grande.
La stabilità della politica italiana alla quale il cittadino è ormai abituato può portare a pensare che Padoan nel 2018 potrebbe non essere neanche più in via XX settembre e comunque per quella data si vedranno i numeri. Secchi. Il ministro durante la presentazione del "Def" ha detto:
“Nel 2018 questo incubo di questa montagna di debito che può attivare terribili regole di taglio della ghigliottina andrà finalmente via e credo che per la prospettiva dell’Italia questo sarà un risultato importante”. 
Privatizzazioni o meno, più o meno marginali, numeri spiccioli o strade diverse, si vedrà, intanto pensando al debito mi viene sempre in mente una frase di Herbert Hoover (qui), alla quale attribuisco significati molteplici e che desidero condividere: "Beati i giovani perchè erediteranno il debito pubblico".
Sotto due interessanti articoli ripresi da Italia Oggi a firma di Sergio Luciano e uno stralcio indicativo sul debito ripreso da Reuters Italia. Fonte foto post, clicca qui. Buona lettura.

Reuters Italia. Debito, Padoan: "Da privatizzazioni 1,7/1,8 punti di Pil al 2018. Clicca qui per l'articolo. 
Il governo prevede di incassare dalle privatizzazioni 1,7-1,8 punti di Pil tra 2015 e 2018. Lo rende noto il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, illustrando il quadro di finanza pubblica contenuto nel Def, il Documento di finanza pubblica (Def). "Stiamo lavorando all'operazione Poste che è molto ambiziosa. Ce ne sono ovviamente altre in cantiere", dice il ministro citando il collocamento di quote di Ferrovie dello Stato ed Enav. Il governo vede l'indebitamento netto scendere dal 2,6% in rapporto al Pil previsto nel 2015 all'1,8% del 2016 e allo 0,8% del 2017. Il rapporto debito/Pil salirà al 132,5% quest'anno per scendere gradualmente negli anni successivi fino al 123,4% del 2018, anno nel quale "la regola di riduzione del debito è pienamente soddisfatta con il contributo marginale delle privatizzazioni". Padoan conferma, infine, che l'Italia intende invocare "la regola [europea] sulle riforme strutturali" nel 2016.

Italia Oggi. Debito pubblico puntellato da Poste e banche popolari. Clicca qui per l'articolo. 
Anche se la passione tutta italiana per la dietrologia è spesso cattiva consigliera, è pur vero che a pensar male si fa peccato ma spesso s'indovina. Ripassando le macro-cifre della finanza pubblica, è evidente che, a dispetto di qualche passo avanti sulle partite correnti, resta pesantissimo e crescente il macigno del debito pubblico, quasi 2.200 miliardi, pari a oltre il 133% del prodotto interno lordo. Va bene che lo spread tra i Btp e i Bund è calato; va bene che anche l'Italia verrà beneficiata da un po' di ripresa economica. Ma quando potremo mai riequilibrare un simile problema, riconducendo il rapporto debito/pil verso quel 60% dettato dall'Europa, senza una privatizzazione massiva del patrimonio pubblico di cui non c'è alcuna avvisaglia? Una domanda senza risposta.
Invece no: volendo permettersi di pensar male, una risposta transitoria questa domanda la trova. E circola con insistenza negli ambienti finanziari più attenti alle logiche e alle relazioni dei grandi gruppi finanziari americani in Italia. La risposta è questa: se i mercati finanziari «fingono di credere» alle possibilità di un riequilibrio patrimoniale dello stato italiano, è perché puntano, in realtà, con ottime chance, a un altro tipo di compensazione, cioè a convogliare a proprio vantaggio ingentissimi quote degli investimenti privati delle famiglie italiane.
Come fanno a contarci? Possono, perché il governo, privatizzando le Poste e soprattutto lasciando in pasto ai grandi gruppi finanziari internazionali il controllo delle dieci principali banche popolari italiane (chi altrimenti potrebbe comprarsele, quando saranno spa?), renderà possibile una modifica in senso privatistico e internazionale dell'«asset allocation» (cioè della politica d'investimento) di una buona fetta di quei 4-5 mila miliardi di ricchezza mobiliare delle famiglie italiane custodite appunto in quegli istituti. Soldi che oggi finiscono prevalentemente investiti in titoli di stato nazionali e domani andranno dove decideranno i grandi gestori stranieri. Non c'entra la Spectre, né il misterioso Club Bilderberg: è puro buon senso, ed esperienza di mercato. Se lo stato italiano è indebitato, i cittadini sono molto benestanti. In un modo o nell'altro queste partite dovranno bilanciarsi.

12 aprile 2015

Umberto Galimberti: "La nostra società ad alto tasso di psicopatia non è adatta a fare figli"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Articolo (sotto) ripreso dal sito Wise Society, clicca qui per leggere l'articolo nella sua versione "originale". Fonte foto di questo post, clicca qui. Intanto, Umberto Galimberti, sito ufficiale, qui, Wikipedia, qui. Buona lettura.  

Umberto Galimberti, lombardo classe 1942, è uno dei più noti filosofi italiani. Professore ordinario all’università Ca’ Foscari di Venezia, dove è titolare della cattedra di Filosofia della Storia, è un profondo e acuto osservatore della nostra società: mette al centro della sua indagine il rapporto tra l’uomo occidentale e la tecnica, luogo della razionalità assoluta che non lascia spazio alle pulsioni e passioni. Sull’educazione dei giovani in particolare, sull’empatia e le emozioni che li attraversano è diretto e schietto. I giovani soffrono di una sorta di analfabetismo emotivo.  I sentimenti, infatti,  non sono una dote naturale e non si trasmettono geneticamente. I sentimenti si apprendono: e soltanto attraverso la costruzione di mappe emotive si possono costruire relazioni e legami. Le mappe emotive si formano attraverso la cura che i bambini ricevono nei primi tre anni di vita e servono a sentire il mondo e a reagire agli eventi in modo proporzionato. Cosa intende per “mappe emotive”?
Mi riferisco alla dimensione emotivo, sentimentale di un individuo. Se nei primi tre anni di vita i bambini non sono seguiti, accuditi, ascoltati allora ci si trova di fronte ad un misconoscimento che crea in loro la sensazione di non essere interessanti, di non valere niente.  Crescono così senza una formazione delle mappe cognitive, rimanendo a un livello d’impulso. Gli impulsi sono fisiologici, biologici, naturali. Il passo successivo dovrebbe essere di passare dagli impulsi alle emozioni ovvero a una forma più emancipata rispetto all’impulso. L’impulso conosce il gesto, l’emozione conosce la risonanza emotiva di quello che si compie e di quello che si vede. Poi si arriva al sentimento che è una forma evoluta, perché non solo è una faccenda emotiva, ma anche cognitiva. Il sentimento si apprende. Le mamme comprendono i bambini che non parlano perché li amano. Gli amanti, proprio perché si amano, si capiscano tra loro molto più di quanto i loro discorsi non dicano e siano comprensibili agli altri. Il sentimento è cognitivo e consente di percepire il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata, con capacità di accoglienza e di risposta adeguate alle circostanze.
Dove e quando si apprendono i sentimenti? Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione. Per questo sono convinto che non tutte le società sono idonee a far figli.
La nostra non è idonea perché i genitori, per sopravvivere, devono lavorare in due e quindi il tempo per la cura dei figli non c’è. I figli sono affidati a un esercito di baby sitter, o peggio alla baby sitter di tutte le baby sitter  che è la televisione. I genitori non hanno tempo di stare con i bambini e si difendono cercando di dare loro un tempo-”qualità”, ma i bambini hanno bisogno di tempo-quantità. Hanno bisogno di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. Non basta fare quattro week end giocosi per avere una relazione con i figli.  E se non si ha questo tempo, dobbiamo rassegnarci  a avere dei figli  in cui  le mappe emotive e cognitive non si formano. Queste mappe però sono fondamentali perché diventano la modalità con cui si fa esperienza, se le mappe non sono formate questa esperienza avviene a caso e non viene mai del tutto elaborata. 
La scuola potrebbe rimediare a questa mancanza? Per quanto riguarda la scuola, bisognerebbe che i professori, oltre a sapere la loro materia, fossero anche in grado di comunicarla e di affascinare.  Perché l’apprendimento, lo dice Platone, avviene per via erotica. Noi stessi abbiamo studiato volentieri le materie dei professori di cui eravamo innamorati e abbiamo tralasciato quelli di cui non avevamo alcun interesse. A scuola è importante saper appassionare perché gli adolescenti vivono l’età per cui l’unica cosa che conta è l’amore,  e se gli adolescenti si occupano dell’amore bisogna andare là a cercarli. Attirarli a livello emotivo significa trovare la breccia per passare poi al livello intellettuale. Se invece si scarta la dimensione emotiva, sentimentale, affettiva allora non si arriva neppure alle loro teste.  Se le mappe non sono si sono costituite, cosa può succedere? Se le mappe emotive non si formano abbiamo un rapporto squilibrato, una risonanza emotiva inadeguata  rispetto agli eventi da affrontare. Prendiamo un esempio tra i casi patologici degli ultimi anni. Il giorno in cui Erika e Omar uccisero la madre e il fratellino, si recarono, come ogni giorno, a bere la birra al bar del quartiere. Questa reazione è la conseguenza della mancata presenza di mappe emotive e di risonanza di quanto accaduto. Mancanza che non ha consentito loro di riconoscere la differenza tra bene e male. Il filosofo Immanuel Kant diceva che la definizione di bene e male possiamo anche non definirla perché ognuno la comprende e la sente da sé. Usa proprio la parola sentire, e se la differenza tra bene e male non si sente e non si percepisce rischiamo che un ragazzo non capisca la differenza che c’è tra corteggiare una ragazza o stuprarla, o tra discutere con il professore e prenderlo a calci. Non sentire più la differenza tra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto, tra ciò che grave e ciò che non lo è, denota una mappa emotiva non costituita.
Che soluzione bisognerebbe adottare?
Non penso che tutto sia riparabile. Se i figli non sono stati curati e seguiti nel modo giusto diventaranno degli handicappati psichici, soffriranno di psicopatia, la psiche non registra, non ha una risonanza emotiva rispetto alle azioni che si compiono agli eventi a cui assiste. Quante volte di fronte ad una persona per terra si è indifferenti? Questa è una psicopatia ovvero  un’apatia della psiche che non  registra il caso, la situazione.  Si possono picchiare i neri, i  Rom perché tanto non c’è la percezione che l’altro è simile, è una persona come te, anche questa è una forma di psicopatia. Viviamo in una società ricca e non più povera e semplice come una volta, dove il confine tra bene e male, il permesso e il proibito era ben segnalato. Oggi tutto è permesso, la società è opulenta e abbondante, i bambini ricevono una quantità di regali, anche quelli che non desiderano. Si estingue addirittura il desiderio perché i bambini vengono gratificati prima ancora di desiderare. E questi, purtroppo, sono processi che allenano l’apatia della psiche.

06 aprile 2015

Inquinamento, quanto ci costa?

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Fonte articolo a cura della Dottoressa Patrizia Gentilini, post pubblicato su "Il Fatto Quotidiano", clicca qui per l'articolo originale. Buona lettura. 
Un recentissimo articolo “Estimating Burden and Disease Costs of Exposure to Endocrine-Disrupting Chemicals in the European Union“, pubblicato su J Clin Endocrinol Metab 2015, ha quantificato i costi monetari per i danni alla salute provenienti dall’esposizione a sostanze chimiche con azione di “interferenti endocrini” nell’Unione Europea. Il  termine “interferenti endocrini” (Ie), introdotto per la prima volta nel 1991, contempla tutte le sostanze che interferiscono con sintesi, secrezione, trasporto, azione, metabolismo o eliminazione degli ormoni. Il meccanismo d’azione presuppone quindi la possibilità di  interferire con la capacità delle cellule di comunicare tra loro attraverso gli ormoni e vastissima è la gamma di effetti negativi per la salute che ne possono conseguire.
L’Istituto Superiore di Sanità definisce Interferente Endocrino come una “sostanza esogena, o una miscela, che altera la funzionalità del sistema endocrino, causando effetti avversi sulla salute di un organismo, oppure della sua progenie o di una (sotto)popolazione”. Queste sostanze quindi possono non solo esplicare effetti negativi sull’individuo esposto, ma anche sulle cellule germinali con effetti trans-generazionali, eventualità che desta ovviamente non poche preoccupazioni, e sempre sul sito dell’Iss è disponibile un manualetto: “Conosci, riduci, previeni“ (link qui) ricco di utili consigli su come ridurre i rischi. Da circa venti anni infatti si sono accumulate conoscenze sui rischi per la salute umana dovuti a tali sostanze, sia da esperimenti su linee cellulari e animali da laboratorio, che da studi epidemiologici. Gli Ie comprendono una gran varietà di sostanze chimiche presenti in un largo spettro di formulati come farmaci, prodotti di igiene personale, plastiche di uso comune, pesticidi e altro, o sotto forma di contaminanti chimici ambientali. 
Nello studio vengono citati in particolare i Policlorobifenili (Pcb), le diossine, i composti perfluoroalchilici, solventi, ftalati, Bisfenolo A, diclorodifenildicloroetilene, pesticidi quali organofosfati e organoclorurati, ritardanti di fiamma, dietilstilbestrolo. Gli Ie entrano in contatto con l’organismo sia attraverso la via alimentare, sia per inalazione, sia per contatto attraverso la pelle. Le potenziali ricadute per la salute sono: disfunzioni riproduttive, in particolare infertilità maschile, malformazioni, cancro a prostata e mammella, obesità, diabete, patologie cardiopolmonari, disfunzioni dell’apprendimento e del comportamento, alterazioni del sistema immunitario. I ricercatori, con un approccio largamente condiviso, hanno stimato il costo medio per anno nell’Unione Europea per le seguenti patologie, ascrivibili con maggior certezza all’esposizione a queste sostanze: disabilità conseguente a perdita di Quoziente Intellettivo (Qi), autismo, deficit di attenzione e iperattività, obesità infantile e dell’età adulta, diabete, criptorchidismo, infertilità maschile. Tale costo ammonta ogni anno a 157 miliardi di euro, pari all’1,23% del Pil dell’intera Ue. Utilizzando la stima più bassa il costo potrebbe essere di 119 miliardi di euro: dato certo non trascurabile e che non si discosta in modo significativo dal precedente.
Queste sostanze sono ormai presenti nei posti più impensati: è di questi giorni la notizia che in una fontanella di un parco pubblico ad Agliana (Pt),  grazie ad analisi eseguite da parte di genitori, sono stati rilevati ben 36.8 microgrammi/litro di Pcb totali (link qui). Segnalo che per acque ad uso umano non ci sono limiti perché i Pcb in teoria non dovrebbero esserci. Per le acque sotterranee  il limite  fissato dal Dlgs 152/06 è 0.01 microgrammi/litro. Nella fontanella i livelli sono quindi 3.680 volte più alti di quelli indicati  per le acque sotterranee. Ricordo che i Pcb oltre che Ie sono tutti classificati cancerogeni certi per l’uomo. C’è da essere sconvolti perché questi livelli, se confermati, sono indice di una gravissima contaminazione della falda che alimenta la fontanella e comportano indubbiamente rischi importanti per la salute pubblica. Ma in una società così attenta all’economia, come si spiega tanta disattenzione nei confronti dei costi che l’inquinamento produce? Forse perché, contrariamente al detto “prevenire è meglio che curare”, di fatto “curare vale più che prevenire”?

02 aprile 2015

Parco Castelli Romani, torna "Cose mai viste"

@ Luca Tittoni | Futuribilepassato. Nuovo appuntamento con "Cose mai viste 2.0" di primavera, evento ormai storico per tutto il comprensorio e organizzato dal Parco Castelli Romani. Anche questa primavera iniziative di vario genere messe in piedi da associazioni ad hoc insieme allo stesso ente parco. Si può spaziare dalle visite guidate fino ai corsi cinofili passando per l'astronomia. Eventi per ogni età e passione dal 21 marzo fino al 5 luglio 2015. Qui il link dell'articolo riportato sotto, qui invece è scaricabile l'intero programma di "Cose mai viste 2.0" con date, orari e riferimenti telefonici per tutti gli appuntamenti. La foto riportata in questo post è tratta dalla sezione foto del sito Parco Castelli Romani, questo il link, l'immagine ritrae "foschia" molto densa all'interno dell'imbrifero del Lago Albano di Castel Gandolfo. Buona lettura. 

La nuova edizione di “Cose mai Viste”, il programma di visite guidate, corsi ed eventi speciali del Parco regionale dei Castelli Romani inizia sabato 21 marzo 2015.
Fino ad inizio Estate si potrà scegliere fra centinaia di attività condotte per la gran parte dalle Associazioni del territorio, con alcune iniziative organizzate direttamente dai Guardiaparco dell’Ente. Fra le novità di questa edizione nuovi percorsi nei centri urbani dei Comuni del Parco, itinerari naturalistici poco noti all’interno dei boschi dell’area protetta, viaggi nel tempo e nelle tradizioni del territorio, con la riscoperta di antichi mestieri. “Cose Mai Viste” conferma due appuntamenti fissi: a Castel Gandolfo si potrà navigare sul “Sentiero dell'acqua”, alla scoperta di scorci poco conosciuti del lago Albano, nel magnifico scenario del cratere che lo contiene. (Per informazioni e prenotazioni 347 6104110, il numero telefonico dell'operatore cui l'Ente ha affidato la gestione del Servizio).
A Monte Compatri la “Collina degli asinelli” accoglie bambini e adulti per divertenti ed educative passeggiate con gli asinelli, all'interno di un bosco di castagno. (Per informazioni e prenotazioni 333 8126522, risponde l’associazione Appha onlus, cui l'Ente ha affidato la gestione della struttura). Visite guidate ma non solo: il Parco promuove 13 diversi corsi dedicati alla storia, alla geologia, alla cucina, alla scoperta della biodiversità. Il calendario propone oltre 100 escursioni e decine di eventi speciali; la versione cartacea è in corso di distribuzione sul territorio dell’area protetta. E’ già possibile telefonare per informazioni e prenotazioni ai numeri di volta in volta specificati sotto la visita/corso di interesse. Questa edizione di “Cose Mai Viste” è realizzata in collaborazione con Giorniverdi, programma dell'Agenzia Regionale Parchi, e fa parte delle attività finanziate dal progetto europeo “Life go park”.

27 marzo 2015

Riciclo pannolini e assorbenti, a Treviso il primo impianto italiano


@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Impianto sperimentale e su scala industriale in provincia di Treviso presso la sede di Contarina Spa (qui), il primo in Italia e tra i pochi esemplari al mondo. Facciamo il tifo, potrebbe risultare utile a tutti noi sotto più profili. Obiettivo dichiarato: riciclare il non riciclabile, in questo caso pannolini e prodotti assorbenti per la persona ricavandone plastiche e cellulosa. Nel 2015 la soglia di ottenimento di nuova "materia prima seconda" dai cosiddetti rifiuti si eleva sempre più e sembra ormai che l'unica cosa da gettare davvero nel cassonetto sia il termine "rifiuto". Ricerca, senso civico e le valide scelte politiche permettono di guardare, oggi più che mai, al concetto di risorsa derivato da quello di rifiuto, quindi qualcosa da recuperare e non da smaltire. Sotto l'articolo tratto dal sito "Greenbiz" che può anche essere letto qui nella sua versione originale; qui, invece, il video con l'illustrazione del "Progetto riciclo pannolini" a cura del sustainability manager di Fater Spa e qui, infine, il video animato del processo di riciclo dei prodotti assorbenti. Buona lettura e visione.

Usati per poche ore e poi gettati, facendo finire in discarica materie prime plastiche e cellulosiche di alta qualità. Sono i pannolini, che ora verranno recuperati grazie al nuovo impianto di riciclo di Contarina. Realizzato nell'ambito del progetto Recall co-finanziato dall'Ue e in collaborazione con Fater, ha visto anche il coinvolgimento del Comune di Ponte nelle Alpi, che per primo ha aderito all'iniziativa e a quello dell'Istituto di Ricerca Ambiente Italia.L'impianto permette di riciclare pannolini, pannoloni e altri prodotti assorbenti per la persona, ricavandone plastica e cellulosa di qualità. In questo modo è possibile avere a disposizione materie prime seconde da riutilizzare, evitando grandi quantità di rifiuti. Ieri è partita la sperimentazione su scala industriale, che prevede il trattamento di 1.500 tonnellate annue di rifiuto nella sede aziendale di Spresiano. Il primo risultato sarà un risparmio di 1.950 metri cubi di materiale in discarica, seguito dalla conseguente riduzione delle emissioni di anidride carbonica immesse nell'atmosfera, pari a 618.000 Kg all'anno. “Questa sperimentazione rappresenta una grande opportunità per ridurre ancora di più la quantità di secco non riciclabile. Da 1 tonnellata di rifiuto si possono ottenere 350 kg di cellulosa e 150 kg di plastica” ha detto il presidente di Contarina Franco Zanata. “Questo nuovo impianto costituisce per Contarina e per i propri utenti un’ulteriore ed importante tappa nel raggiungimento dell'obiettivo sfidante di riciclare anche il non-riciclabile, che rappresenta la bussola delle nostre politiche di gestione dei rifiuti ispirate all'ecosostenibilità e alla massima efficienza”. Il sistema, basato su una tecnologia innovativa sviluppata e brevettata da Fater, ricicla i prodotti assorbenti per la persona usati di tutte le marche, traendone plastica e cellulosa sterilizzate da riutilizzare per imballaggi, prati da golg, arredi urbani, in totale sicurezza grazie alla totale sterilizzazione. "Si tratta di un’innovazione tecnologica e di sistema “made in Italy”, riconosciuta dalla Commissione Europea come Eco-Innovation nel 2011 (RECALL - ECO/11/304440), che rende riciclabile con provati vantaggi ambientali una categoria di prodotti tradizionalmente considerati irriciclabili". Di che sfida si tratta? L'obiettivo finale è l'eliminazione dello smaltimento dei prodotti assorbenti. Un settore da non sottovalutare, anche se poco conosciuto. Basti pensare che a livello nazionale i prodotti assorbenti sono pari a circa 900 mila tonnellate di rifiuto indifferenziato. Oggi gran parte finisce in discarica (70%). Solo nella provincia di Treviso i prodotti assorbenti rappresentano circa il 27% del rifiuto non riciclabile. Dopo la conferma dei test pilota, la sperimentazione avviata ieri dovrà definitivamente attestare la validità del processo di riciclo anche su scala industriale. A regime il sistema potrà trattare fino a 8mila tonnellate di rifiuto all'anno, servendo una popolazione di 800mila persone.