21 maggio 2015

Oceani di plastica

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Il sito "Sailing seas of plastic" (clicca qui per consultare i dati, le distribuzioni di plastica e le spedizioni di studio fatte) ci dice a chiare lettere come ogni punto bianco corrisponda a venti chilogrammi di plastica presente nei nostri mari. Il dramma delle plastiche negli oceani è ormai endemico e avente proporzioni gigantesche. Ad un primo sguardo la mappa ci ricorda come il problema sia principalmente "confinato" (parola grossa) nell'area equatoriale e a cavallo tra i due tropici, ma, al tempo stesso, la distribuzione riportata fa impallidire quello che per anni abbiamo conosciuto come "Pacific trash vortex" (qui), problema ormai chiaramente superato in chiave peggiorativa, annoverando la contaminazione dei mari per via delle plastiche in quasi ogni angolo del pianeta. Soprattutto, se tenessimo davvero alla specie umana, dovremmo sempre ricordare come l'Homo Sapiens Sapiens sia al vertice della catena alimentare. Oltre a visitare l'interessante sito "Sailing seas of plastic", riporto qui un interessante "approccio" al problema della plastica negli oceani che è possibile leggere più facilmente sotto. Buona visione e lettura.


Nel 2010, 192 nazioni costiere hanno prodotto 275 milioni di tonnellate di plastica: di questi sono finiti in mare da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate, per lo più a causa di una scorretta gestione della raccolta dei rifiuti. La stima è di uno studio che ha preso in considerazione le possibili fonti d’inquinamento da materie plastiche che si trovano sulla terraferma. Il risultato è un primo passo per valutare un problema che tenderà ad acuirsi nei prossimi decenni se non verranno implementate globalmente pratiche di riciclo dei materiali plastici. Milioni di detriti plastici si depositano sul fondo degli oceani e sulle spiagge, oppure galleggiano sulla superficie marina, con gravi conseguenze per l’ambiente e per pesci e mammiferi marini che li inghiottono. Questo tipo d’inquinamento è stato descritto nella letteratura scientifica fin dagli anni settanta, ma finora nessuno è riuscito a chiarirne con precisione l’origine: l'ipotesi più accreditata è che si tratti di rifiuti prodotti sulla terraferma che sfuggono alle corrette procedure di smaltimento. Ora un nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Science" da Jenna Jambeck dell'Università della Georgia e colleghi, ha stimato il contributo di 192 nazioni che si affacciano sul mare, che nel 2010 hanno prodotto circa 275 milioni di tonnellate di plastica; di queste, una quantità variabile tra 4,8 e 12,7 milioni è arrivata al mare. Gli autori hanno ottenuto la stima con un metodo diverso da quello tradizionalmente applicato al problema. “Finora abbiamo stimato la quantità di inquinamento da plastica raccogliendo i detriti in mare aperto con navi che trainano reti molto fitte: è un compito molto lungo e noioso”, ha commentato Jenna Jambeck, coautrice dell’articolo. “Il nostro approccio invece prevede l'elaborazione di un modello per tutte le fonti di possibile inquinamento da materiali plastici dalla terraferma, dal mare e da altre fonti”. Dall'analisi è emerso chiaramente che il maggiore contributo arriva dall'errata gestione dei rifiuti plastici, dispersi nell'ambiente o raccolti in modo improprio, senza misure in grado di prevenire che si disperdano succesivamente. Dei 275 milioni di tonnellate prodotte complessivamente dai paesi considerati, 99,5 milioni provengono dagli insediamenti umani che distano meno di 50 chilometri dal mare. I rifiuti plastici gestiti in modo non corretto ammontano a 31,9 milioni di tonnellate, e 8 milioni di tonnellate finiscono in mare; le tonnellate di detriti che rimangono in superficie, infine, sono stimate tra 6.350 e 245.000. L'articolo riporta anche una classifica dei paesi che producono la maggiore quantità di detriti plastici. A dominarla sono i paesi asiatici: ai primi cinque posti figurano infatti Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Sri Lanka. Ma i ricercatori sottolineano che scoprire quanta plastica prende la via degli oceani è solo un tassello del complesso puzzle dell’inquinamento globale da detriti plastici. “Questo lavoro ci dà la dimensione di quello che ci manca per rendere conto del totale”, ha aggiunto Kara Lavender Law, coautrice dell’articolo. “C'è un'enorme quantità di plastica che giace sul fondo del mare e sulle spiagge in tutto il mondo: stiamo ancora misurando la plastica che galleggia, e solo in una manciata di punti geografici”. A preoccupare sono anche le proiezioni per i prossimi decenni. Le statistiche infatti mostrano che la produzione di plastiche segue di pari passo l’aumento del prodotto interno lordo di un paese. Nel 2013, anno a cui risalgono i dati più recenti, la produzione globale di resine plastiche (la materia prima per produrre sacchetti, bottiglie e altri oggetti) ha raggiunto i 299 milioni di tonnellate, con un incremento del 647 per cento rispetto al 1975. Secondo lo studio, l'accumulo dei detriti plastici nei mari raggiungerà i 155 milioni di tonnellate entro il 2025 e si prevede che il picco sarà raggiunto non prima del 2100. Con questo tasso d’incremento, il semplice smaltimento delle plastiche in poche discariche, senza un processo di riciclaggio, non è più una pratica sostenibile. “Siamo sopraffatti dai nostri stessi rifiuti, ma il nostro modello ci permette anche di esaminare le possibili strategie per mitigare il fenomeno, migliorando la gestione globale dei rifiuti solidi riducendo la plastica nel flusso dei rifiuti", ha concluso Law. "Occorrerà integrare iniziative a livello locale e a livello globale”.

12 maggio 2015

Dove si farà il deposito per le scorie nucleari italiano?

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Grande come un campo di calcio con altezza pari ad una palazzina di cinque piani. Entro giugno il piano con le aree idonee pubblicato dalla Sogin (qui). Fonte articolo Nextquotidiano, clicca qui per leggere l'articolo nella sua versione originale. In foto il cronoprogramma riguardante il completo decommissioning (qui) delle centrali elettronucleari italiane con, ovviamente, il relativo ritardo. Buona lettura.

«Non solo la Sardegna ma anche molte altre regioni si stanno dichiarando non interessate al deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti»: questo dice Fabio Chiaravalli, direttore Deposito nazionale e parco tecnologico della Sogin, a margine del convegno “Il deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi: aspetti geologici e ambientali” che si sta tenendo al Dipartimento di Scienze della terra all’Università La Sapienza. «Entro giugno- continua Chiaravalli- sarà pubblicata la carta delle aree potenzialmente idonee, queste aree non sono i siti di deposito ma quelle aree del territorio nazionale che dopo una lunga analisi applicando i criteri di esclusione sono state identificate come quelle che potrebbero ospitare il deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti». Analisi, conclude Chiaravalli «che sono state fatte in tutto il territorio nazionale». A giugno quindi la Sogin concluderà il suo annoso lavoro di ricerca di un luogo per il deposito delle scorie nucleari della breve stagione dell’atomo all’italiana, e si passerà alla fase della decisione. Quella che storicamente è sempre stata la più difficile e ha portato la politica a vari ripensamenti. Dodici anni fa la protesta di Scanzano in Basilicata bloccò il governo Berlusconi che voleva edificare il deposito nel sito di Terzo Cavone. Poi il tentativo di tornare ad aprire nuove centrali abortito e caduto insieme al governo Berlusconi qualche anno fa. E da allora il tema è scomparso dall’agenda politica. Mentre gran parte dei nostri rifiuti nucleari si trovava in Francia e nel Regno Unito, riprocessato per essere utilizzato nelle centrali nucleari d’Oltralpe per uno spreco che è stato a caro prezzo per gli italiani. Nel frattempo la Sogin continuava la sua opera di decommissioning dei siti nucleari italiani, da Caorso a Bosco Marengo, da Saluggia a Latina dove la centrale nucleare finita di costruire e mai accesa perché nel frattempo il referendum degli anni Ottanta aveva decretato lo spegnimento dell’atomo all’italiana deve essere ancora “smontata” e rimane lì, a monumento imperituro dello spreco degli investimenti pubblici italiani. Nell’infografica che vedete qui sotto c’è il cronoprogramma approvato negli anni precedenti per la chiusura di centrali e siti e il suo differimento a data più o meno da destinarsi: nove anni di ritardo per Bosco Marengo, sedici per Saluggia, diciotto per Trino e così via. Un ritardo che si traduce in maggiori oneri in bolletta per i consumatori pari a 5 miliardi di euro. E parte dall’impossibilità di trovare un sito adatto per il deposito delle scorie e dei rifiuti del nucleare. Nell’eterna attesa, le quattro ex centrali nucleari di Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Latina, Garigliano (Caserta), l’impianto di Bosco Marengo (Alessandria), e le strutture di Saluggia (Vercelli), Casaccia (Roma) e Rotondella (Matera) da 27 anni sono state «congelate», disattivate certo, ma aperte. Con tanto di personale, direttori di sede, servizi di pulizia e perfino la costante manutenzione delle aree verdi intorno agli impianti. «Sarà grande come un campo di calcio e alto come una palazzina di cinque piani»: così alla Sogin descrivevano in un articolo dell’Espresso il deposito che dovrà resistere intatto per almeno tre secoli e nel quale saranno rinchiusi novantamila metri cubi di rifiuti delle vecchie centrali e quelli che si producono ogni anno con la medicina nucleare, l’industria e la ricerca. Migliaia di fusti metallici verranno riempiti di materiale radioattivo, inseriti in una gigantesca cassa di cemento armato e ricoperti di terra argillosa. "La creazione di un’unica discarica per i rifiuti nucleari è richiesta da una direttiva europea e consigliata da un po’ tutti gli esperti, pro e anti nucleare. «L’alternativa è di dover costruire tanti piccoli depositi, un’ipotesi sconveniente anche dal punto di vista economico», fa notare Antonio Sileo, ricercatore di politiche energetiche allo Iefe Bocconi. Che l’opera sia necessaria è chiaro da decenni. Il primo atto istitutivo risale agli anni Novanta, quando i calcoli si facevano con le lire. Ora dovremmo essere vicini al traguardo: entro sette mesi si saprà quali saranno i luoghi idonei ad ospitare la discarica. A costruire e gestire questo megadeposito sarà Sogin, l’azienda pubblica incaricata di smontare le vecchie centrali. Con scarsi risultati, per la verità. Quando fu creata, nel 1999, si prevedeva di smantellare gli impianti entro il 2020, spendendo 3 miliardi e mezzo di euro. L’ultima stima ipotizza la fine dei lavori nel 2029. Con una spesa praticamente raddoppiata: 6,7 miliardi". Soldi a cui si aggiungeranno i circa 2,5 miliardi necessari per costruire il deposito unico. Ma il tema è di quelli scarsamente digeribili per la politica. Perché ogni decisione di questo genere si porta dietro un tasso d’impopolarità importante. Ed è di solito dal coraggio con cui prende decisioni impopolari che si giudica un politico.

04 maggio 2015

Fmi, non c'è più la crescita di una volta, l'economia sta rallentando

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Articolo non proprio fresco (aprile 2015) ma stuzzicante e che credo vada interpretato sotto più profili, chiari e meno. Ricordo, ad esempio, che anni fa pubblicai un post riguardante uno "studio" probabilmente redatto dalla Bank of America circa lo stato dei conti pubblici del "Belpaese" in relazione alle oscillazioni del suo Prodotto Interno Lordo. Nella poca conoscenza personale ritenevo che quell'articolo fosse sostanzialmente poco probabile, invece, pochi anni dopo, vidi passaggi di quello stesso "studio" nei titoli dei nostri giornali. Che si parli, ora, di una possibile stagnazione secolare è interessante, di sicuro, le basi per capire dove intervenire sono nel nostro passato e, prima di tutto, nel nostro giardino, cioè nei confini che racchiudono lo stivale e, questo, anche in un'economia estremamente interrelata e finanziarizzata come quella odierna. Personalmente trovo, ad esempio, come sia fisiologico che le economie mature rallentino la propria crescita anche a fronte di un "non sapersi reinventare", mentre sono tutte da considerare le dinamiche attinenti le economie emergenti o assunte ben presto a posizioni di valore. Unisco a questo articolo (sotto), tratto da Greenreport, clicca qui per l'articolo nella sua versione originale, un altro stralcio con fonte Ansa (a fondo post) che fa riferimento agli ultimi dati riguardanti la disoccupazione italiana, mentre qui, la pagina Istat con tutti i dati più recenti circa occupazione, disoccupazione, occupazione femminile e molto altro. Buona lettura.

Anche se in punta di piedi, la crescita economica si sta riaffacciando nella vecchia Europa. Stando ai dati contenuti diffusi oggi nell’Eurozone economic outlook – una pubblicazione elaborata congiuntamente dall’Istituto di studi e previsione economica tedesco (Ifo), dall’Istituto francese (Insee) e dall’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat) – il Pil dell’area euro «ha lievemente accelerato nel quarto trimestre del 2014 (+0,3%)» e, secondo le indicazioni disponibili, anche nel primo trimestre del 2015 «l’attività economica è attesa accelerare (+0,4%), sostenuta dal calo dei prezzi del petrolio e dal deprezzamento dell’euro». I tre istituti prevedono che il Pil «continui a crescere a un ritmo costante nei primi tre trimestri di quest’anno (+0,4%)», e soprattutto che grazie alla «moderata ripresa economica, le condizioni del mercato del lavoro sono attese migliorare nell’orizzonte di previsione e l’occupazione è attesa crescere ad un ritmo contenuto». Come sempre le previsioni sulla crescita, nonostante l’autorevolezza della fonte, hanno un’affidabilità statistica alquanto scarsa (clicca qui). E purtroppo sono proprio le prospettive più importanti, quelle legate al mercato del lavoro, ad alimentare i dubbi più grandi. Nell’ultima rilevazione mensile, proprio l’Istat ha segnato a 12,7 il tasso di disoccupazione in Italia (e solo al 55,7% quello di occupazione), e tutte le stime disponibili non inducono a grandi ottimismi per il prossimo futuro. Anche nella composizione del pool di disoccupati non sembrano affacciarsi rilevanti novità: giovani, donne e Mezzogiorno sono le parole dove più si concentra la sofferenza. Dietro gli slogan e la propaganda politica, quello che piuttosto sembra mutare sono le prospettive per il medio-lungo periodo.
Stiamo silenziosamente scivolando da prospettive che disegnano una crescita del Pil seguita successivamente da una ripresa dell’occupazione a altre che non solo non vedono un rilancio del lavoro, ma concedono poco spazio anche a quello del Prodotto interno lordo. Recentemente a sollevare lo spettro di una stagnazione secolare è stato Larry Summers, ex Segretario al Tesoro Usa e già rettore dell’università di Harvard. Ieri, anche il Fondo monetario internazionale si è buttato a capofitto nel dibattito con lo studio Where are we headed? Perspectives on potential output (clicca qui per lo studio), di cui il ricercatore italiano Davide Furceri è coautore. La crisi finanziaria globale, sostengono gli autori del Fmi, ha indebolito la crescita potenziale dell’economia nel medio periodo a livello globale – sia nei paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo. Il progressivo invecchiamento della popolazione sta facendo il resto (la spesa per pensioni della sola Italia è aumentata di 20 miliardi di euro negli ultimi 3 anni), e a subire i contraccolpi peggiori è proprio il mondo del lavoro. L’economia mondiale ha abbassato i propri «limiti di velocità», una tendenza che senza azioni politiche mirate potrebbe «rallentare l’aumento del tenore di vita in futuro». Il dibattito accademico è in realtà ancora diviso su possibilità e implicazioni di scenari simili, ma dietro le quinte il dogma della crescita inizia a vacillare. Nella situazione attuale, questo cosa significa per l’Europa e l’Italia?
 Interessanti indicazioni vengono dalle previsioni pubblicate pochi giorni fa dalla Bce, e recentemente riassunte sul Corriere della Sera dall’economista Lucrezia Reichlin. Ottimisticamente, la Banca centrale europea suggerisce che nel 2017 l’eurozona tornerà alla sua crescita potenziale del Pil del 2%. Ma anche in questo roseo caso, lo stesso anno «il tasso di disoccupazione sarà del 9,9%, neanche due punti più basso di quello di oggi. Poiché questo corrisponde alla crescita potenziale, la previsione implica che, nell’eurozona, il cosiddetto tasso «naturale» di disoccupazione, cioè quello che si realizzerà quando tutti gli occupabili avranno trovato lavoro, è quasi del 10%. Questo 10% non scomparirà con la ripresa e per quanto definito naturale nel linguaggio tecnico, di naturale ha ben poco. Se a questo 10% si aggiungono le persone che non cercano un impiego attivamente in quanto scoraggiate, e si considera che questo numero è composto in gran parte di disoccupati da lungo tempo, stiamo quindi dicendo che la zona euro — una delle più ricche economie del pianeta — dovrà imparare a convivere con un esercito di esclusi dal mercato del lavoro. Questi sono i numeri di tutta l’eurozona: Nord e Sud. L’Italia è messa ben peggio». In questo mare magnum di montante incertezza, le uniche a cavarsela bene sembrano essere le Borse, con i mercati finanziari abbondantemente innaffiati di liquidità in questi lunghi anni di crisi, a spese dei bilanci pubblici. Piazza Affari ieri ha toccato valori che non si vedevano dal lontano crack di Lehman Brothers, mentre dal 2007 a oggi il numero di disoccupati italiani è raddoppiato fino a raggruppare 3,4 milioni di persone. Parlare di ripresa diventa difficile, e continuare a confinare il dibattito sul futuro della (non) crescita fuori dalla dialettica politica non contribuirà a risolvere il dramma dei nostri giorni. 

La disoccupazione torna a salire, per l'Istat è al 13%, male i giovani. Clicca qui. Il tasso di disoccupazione torna a salire a marzo: cresce di 0,2 punti percentuali (da febbraio) al 13%. Lo comunica l'Istat nei dati provvisori, precisando che la risalita arriva dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio. Si tratta del livello più alto dal novembre scorso (13,2%). La disoccupazione giovanile a marzo risale oltre il 43%: il tasso segna un aumento di 0,3 punti percentuali a quota 43,1%, dal 42,8% di febbraio. Lo rileva l'Istat nei dati provvisori. Si tratta del livello più alto da agosto scorso. Ancora in calo gli occupati a marzo: dopo la diminuzione di febbraio, a marzo 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,3%, con 59 mila unità in meno rispetto a febbraio, tornando sul livello dello scorso aprile. Lo comunica l'Istat. Rispetto a marzo 2014, l'occupazione è in calo dello 0,3% con 70 mila unità in meno. Il tasso di occupazione scende al 55,5%. A marzo le persone in cerca di occupazione sono 3,302 milioni, in aumento dell'1,6% da febbraio. Nello stesso mese gli occupati sono 22,195 milioni, in calo dello 0,3% su base mensile. E' quanto risulta dai dati dell'Istat. Stabile la forza lavoro a 25,497 milioni di unità.

01 maggio 2015

Occupazione femminile: lezioni americane

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Primo maggio, articolo attinente con la data. Numeri e considerazioni da condividere o meno ma sicuramente interessanti a firma di Stefania Albanesi. Buona lettura. Fonte articolo, La Voce.info, clicca qui. Fonte foto, Diritto di critica, clicca qui

Negli Stati Uniti il divario tra uomini e donne nella partecipazione al mercato del lavoro è molto più basso di quello registrato in Italia. Un calo persistente del gap porterebbe automaticamente anche a una riduzione del tasso di disoccupazione femminile. Fenomeno congiunturale o di lungo periodo?
I recenti dati sull’occupazione hanno mostrato il rallentamento di un fenomeno che era in corso da alcuni anni: la diminuzione del divario occupazionale tra uomini e donne.
In un precedente articolo (qui), Alessandra Casarico e Daniela Del Boca hanno analizzato le principali cause del fenomeno: in particolare, è il declino nell’occupazione del settore pubblico, dove le donne generalmente trovano più spesso lavoro, a determinare uno stallo nella riduzione del gap.
È utile guardare agli Stati Uniti per interpretare le recenti dinamiche. Da un punto di vista esclusivamente congiunturale, la situazione italiana ha molti paralleli con quella americana.
Come discutiamo in un nostro studio (qui), gli uomini sono stati colpiti di più dalla crisi perché nei periodi di recessione i settori tradizionalmente “maschili” – quali il manifatturiero e l’edilizia – registrano un calo maggiore nel numero di posti di lavoro. Tuttavia, nelle successive espansioni, l’occupazione maschile cresce più rapidamente di quella femminile, recuperando la caduta. Questo fa sì che il gap occupazionale tra uomini e donne si riduca nelle recessioni e poi tenda a crescere nelle espansioni. In un’ottica tendenziale, invece, esiste una correlazione positiva tra gap nella partecipazione alla forza lavoro e gap nel tasso di disoccupazione. Il divario nella partecipazione tra uomini e donne negli Stati Uniti è molto inferiore a quello registrato in Italia. Nella fascia compresa tra i 25 ei 54 anni di età, usando gli ultimi dati armonizzati disponibili nell’archivio Ocse (qui), si vede che nel 2013 il tasso di partecipazione delle donne italiane è pari al 66 per cento mentre quello degli uomini è l’88 per cento, un gap di 22 punti percentuali. Negli Stati Uniti, nello stesso anno, il dato della partecipazione maschile è identico, mentre la partecipazione femminile si attesta al 74 per cento, con un divario di soli 14 punti percentuali. Gli Usa registravano un gap di genere nella partecipazione alla forza lavoro uguale a quello attuale italiano nel lontano 1986.
Tassi di partecipazione femminili bassi sono associati a un più alto numero di interruzioni nell’occupazione (per maternità o altre responsabilità familiari che pesano principalmente sulle donne). A sua volta, il fenomeno determina un maggiore tasso di disoccupazione per le donne, che cercano di rientrare nel mercato del lavoro dopo le interruzioni. L’aumento della partecipazione continuativa delle donne nel mercato del lavoro, invece, riduce il loro tasso di disoccupazione e il gap tra generi: lo si vede negli Stati Uniti e negli altri paesi che hanno registrato una crescita sostenuta nella partecipazione femminile. Di conseguenza, esiste una relazione positiva tra gap di genere nel tasso di disoccupazione e nel tasso di partecipazione, come evidenzia il grafico che riporta i valori medi 1970-2012 dei due gap per le economie più avanzate.
 L’esperienza statunitense e di altri paesi sembra confermare che una persistente riduzione del divario di partecipazione porterebbe automaticamente a una riduzione del tasso di disoccupazione femminile rispetto a quello maschile.
La vera questione, dunque, è se l’attuale situazione in Italia sia principalmente di natura congiunturale o rifletta fenomeni di lungo periodo. Nel primo caso, non si tratterebbe di un fenomeno preoccupante, perché destinato a invertirsi nel corso del ciclo economico. Se invece l’attuale rallentamento dell’occupazione femminile riflette una riduzione del trend di crescita della partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, potrebbe dare luogo a un aumento permanente del gap nel tasso di disoccupazione tra uomini e donne, nonché a un aumento del tasso di disoccupazione complessivo, con conseguenze gravi per i risultati economici del paese. È difficile identificare immediatamente il contributo delle forze congiunturali e di lungo periodo. Per questo motivo una politica economica volta a sostenere i servizi all’occupazione e a ridurre le distorsioni nel mercato del lavoro potrebbe avere notevoli benefici, sia per mantenere il trend di crescita della partecipazione femminile, sia per minimizzare l’impatto della congiuntura sul tasso di attività delle donne.

28 aprile 2015

A "Night in Ucraina"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Trovo che la musica sia un perfetto elemento narrativo delle emozioni legate inscindibilmente ai luoghi e agli eventi. Per questo riprendo oggi un interessante articolo apparso su "La Stampa" circa  il progetto del trentenne Luigi Cavallito, o meglio, The Stereoteller (qui). 
A "Night in Ucraina" singolo (con video) molto coinvolgente (qui il testo della canzone) che trovo meriti di essere ascoltato per più ragioni a partire proprio dalla semplice spiegazione che ne da il suo autore: «Non cambierò la vita di nessuno ma spero di regalare tre minuti e trenta secondi di felicità a più persone». E siccome le cose semplici sono per me le più belle, sotto l'intervista.
Pochi giorni dopo l'alba di un nuovo anniversario inerente la tragedia di Chernobyl, questo singolo, che non è solo Chernobyl, sia chiaro, assume per ovvie ragioni un significato ancora più intenso.
Curiosità personale che lascio vagliare ai più interessati: al minuto 0:04 e al minuto 0:25 del video e della musica, appare il famigerato "Woodpecker", in passato definito dal "mondo occidentale" il "Picchio russo", meglio noto come "Duga 3" (qui), un potente e misterioso sistema radar militare appartenente all'ex Urss e in funzione, sembra, per quasi un ventennio. Probabilmente non a caso la ritmica musicale di "Stereoteller" inizia proprio con un tipico segnale "radio". Ma ben oltre le curiosità personali, "A night in Ucraina", qui, buona visione e ascolto.

Una notte in Ucraina tra spettri e speranze, articolo tratto da La Stampa, clicca qui «Non cambierò la vita di nessuno ma spero di regalare tre minuti e trenta secondi di felicità a più persone». Luigi Cavallito presenta così il suo nuovo singolo, nato dal progetto «TheStereoteller». L’idea è mettere in musica le storie più interessanti raccolte in giro per il mondo. La prima nasce in Ucraina. «Volevo capire come fosse cambiata la quotidianità delle persone normali dopo le proteste di Maidan e la guerra in Crimea», spiega. «In quel Paese, in mezzo a case distrutte e sofferenze d’ogni tipo e a 29 anni dai fatti di Chernobyl ho visto una determinazione a crescere, a trasformare quello che non va in qualcosa che funziona: è con queste emozioni che ho scritto “A Night in Ucraina”».

Chi c'è dietro a "Night in Ucraina", fonte articolo La Stampa, clicca qui. Chiamatelo The Stereoteller. O, se preferite, pensate a una sorta di «narratore musicale». Si presenta così Luigi Cavallito. Trentenne, torinese e tante altre cose. Un passato nella comunicazione ha deciso di imbarcarsi in un progetto artistico ambizioso. Vuole raccontare storie attraverso la musica. Di più: raccontare un’intera generazione che cambia in un mondo globalizzato. A Night in Ucraina è il primo singolo del progetto. Perché l’Ucraina? L’ho scelta dopo aver incontrato una ragazza di Kiev a Lisbona. Sono rimasto molto colpito da come le fosse cambiata la quotidianità per una guerra non voluta e non decisa da lei. Ma nonostante questo ho visto nei suoi occhi la speranza e la consapevolezza che le sue scelte e quelle delle persone attorno a lei potevano fare la differenza. Anche in un Paese in guerra». «TheSteroteller» è progetto che sta creando molto interesse. Non solo in Italia. Da cosa nasce? «Raccontare storie mi ha sempre affascinato. Nel corso degli anni ho capito che posso trasmettere emozioni attraverso la musica. Senza filtri, ma con la consapevolezza di volermi mettere nei panni degli altri e di aiutare a raccontarsi, in modo informale e diretto. E paradossale: oggi stiamo diventando abili a condividere di tutto, migliaia di dati, foto, immagini, link, ma quando si tratta di emozioni ci perdiamo. Penso che una canzone possa aiutarci a recuperare la nostra umanità». Il video è stato girato interamente in Ucraina. Che sensazione ti ha lasciato quel Paese? «Non c’ero mai stato in vita mia. A dire il vero non mi ero mai interessato all’Ucraina fino a quella notte. Era il 21 novembre 2013 e esplodeva Maidan. Per la prima volta dopo tanto tempo lo spettro di una guerra si è riavvicinato all’Europa. E così ho cercato di mettermi nei panni degli altri, dei miei coetanei. Cosa avrei fatto io se fossi stato un giovane trentenne di Kiev? Sarei sceso in piazza? Mi sarei arruolato? Ecco, mi piace pensare che gli esseri umani possano sempre scegliere e in “Quella Notte in Ucraina” milioni di persone si sono trovate a scegliere se essere amanti o soldati». 

19 aprile 2015

"Cattedrali della cultura 3D", arriva in Italia l'archi-film di Wim Wenders

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Fonte articolo, Abitare, clicca qui. Fonte foto, Abitare, clicca qui, nell'immagine il Salk Institute, La Jolla, Stati Uniti. Buona lettura e... visione (del film).

In “Cattedrali della Cultura 3D” il regista tedesco Wim Wenders, insieme ad altri filmmakers, esplora alcune icone dell’architettura usando le nuove tecnologie. La storia  dei palazzi è fatta da coloro che li pensano e costruiscono e da coloro che li occupano, li osservano, li giudicano. Ma può diventare anche lo spunto di una narrazione cinematografica come dimostra “Cattedrali della Cultura 3D”, il nuovo progetto avviato da Wim Wenders, che sarà nelle sale servite da Nexo Digital come film evento il 21 aprile. L’idea parte dall’utilizzo del 3D, con cui il regista tedesco aveva già raccontato il mito di Pina Bausch, come tecnologia perfetta per descrivere i luoghi: in questo caso infatti lo spettatore non si limita a guardarne una rappresentazione, ma riesce quasi ad abitarli, a entrarvi dentro, «a percepirne l’architettura come un’esperienza in uno spazio reale», spiega Wenders. Perciò l’autore di “Paris, Texas” con l’aiuto di altri 5 colleghi ha deciso di creare un tributo a sei edifici, che rappresentano non soltanto un’ideale di bellezza architettonica, ma anche una manifestazione delle migliori doti dell’uomo. Wenders ci porta fuori e dentro la Filarmonica della sua Berlino, per visitare uno dei simboli della Germania che ha saputo abbattere le ideologie e si è saputa rinnovare, mentre gli altri filmmaker si dedicano ad altri luoghi cari: Michael Glawogger racconta la Biblioteca nazionale russa di San Pietroburgo e indaga i segreti del sapere racchiuso in essa, Michael Madsen cerca di descrivere le meraviglie non solo progettuali del carcere di Halden, ritenuta la prigione più rispettosa al mondo delle condizioni dei condannati. E poi ancora Robert Redford esalta gli spazi e la filosofia dietro la costruzione del Salk Institute, costruito da Louis Khan su richiesta del virologo Jonas Salk, mentre Margreth Olin celebra l’Opera House di Oslo, divenuto uno dei simboli della capitale norvegese. Dulcis in fundo Karim Ainouz dedica il suo capitolo al Centre Pompidou, quella strana e utopica costruzione Anni Settanta posta nel centro di Parigi che sembra stridere con i palazzi centenari che lo circondano, ma da quasi 40 anni sorprende chi la vede per la prima volta e torna a visitarla per la sua impagabile offerta culturale.